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Fatica…

Valeria Varello

Psicologa dello sport & Psicologa del lavoro e delle organizzazioni

 

“Il miglior riconoscimento per la fatica fatta non è ciò che se ne ricava, ma ciò che si diventa grazie a essa”. John Ruskin

Nel precedente articolo, mi sono soffermata sulle abilità mentali coinvolte nel trail running, e più in generale, negli sport di resistenza, in questo, voglio focalizzare l’attenzione sul concetto di fatica mentale (o psicologica) e su come, con alcuni accorgimenti metodologici, possa essere gestita al meglio.

Praticare uno sport si sa, comporta fatica, la sensazione di fatica è familiare a tutti coloro che praticano una disciplina sportiva (agonisti e non) che richieda sforzi notevoli prolungati e resistenza anaerobica/aerobica quali ad esempio il trail running, la maratona, il ciclismo, il triathlon…altrettanto evidente che senza fatica non si ottengono risultati, conviene dunque uscire dalla propria “zona di confort” e mettersi faccia a faccia con le proprie capacità di resistenza fisiche e mentali.

Ma che cosa si intende con tale termine? E soprattutto, cos’è la fatica mentale? A tal proposito riporto la definizione di U.Galimberti, che definisce la fatica come “uno stato di indebolimento conseguente ad uno sforzo eccessivo di natura fisica e/o psichico o ad un dispendio prolungato di energie profuso in una qualsiasi attività”.

I sintomi di uno stato di affaticamento spesso sono:

  • Riduzione del rendimento,
  • Abbassamento della prestazione,
  • Minore funzionalità,
  • Ridotta capacità di concentrazione,
  • Desiderio compulsivo di interruzione dell’attività in corso.

Per i primi quattro punti, un adeguato allenamento fisico e mentale ed un’appropriata alimentazione possono portare a significativi miglioramenti; sul quinto punto mi soffermo a spiegare i meccanismi che ne sono alla base, perché comprenderli significa capire come intervenire. E’ noto a molti, che la pratica di un’attività sportiva induce il nostro organismo a produrre maggiori livelli di beta-endorfine (serotonina) o endorfine, o anche detti, ormoni del benessere; le conseguenze sono: euforia, gratificazione, maggiore tolleranza allo stress ed alla fatica. Meno conosciuto, l’effetto che il superallenamento (overtraining) crea nel nostro organismo: abbassamento del livello delle beta-endorfine con conseguente tendenza alla spossatezza, alla stanchezza, calo dell’umore, riduzione del rendimento del lavoro muscolare, aumento di ansia, nervosismo, apprensione generale. Il meccanismo che si viene a generare è il seguente: il soggetto si sente affaticato, i propriocettori muscolari si allertano e mandano dei segnali al cervello, il quale, alimenta nell’individuo, il desiderio compulsivo e la conseguente necessità di interrompere lo sforzo fisico intrapreso. Da questo processo, l’informazione che ne ricaviamo è che il limite mentale sopraggiunge prima del limite fisico, in altre parole, quando iniziamo a ripeterci ossessivamente di non farcela più, probabilmente abbiamo ancora un buon 30-40% di benzina fisica da poter sfruttare.

Bene, a questo punto resta da capire quali strategie utilizzare per affrontare e gestire al meglio la fatica mentale!

Intanto, è bene essere consapevoli che, focalizzarsi sulla fatica e sul dolore aumenta la percezione della sensazione di affaticamento, questo genera un dialogo interno negativo del tipo “non ce la faccio più… ora mollo…che fatica! segue un abbassamento della motivazione e da qui la difficoltà a portare a termine gli obiettivi prefissati di gara o di allenamento. Come evitare tutto ciò?

  • attraverso le tecniche di rilassamento (ne esistono di vari tipi: dal Training Autogeno, al rilassamento distensivo progressivo…) che permettono all’atleta di predisporsi allo sforzo, di diventare maggiormente consapevole della tensione muscolare a riposo e, di sviluppare pensieri positivi;
  • ricorrendo alle tecniche di immaginazione/visualizzazione, attraverso le quali l’atleta apprende, migliora e perfeziona sia l’azione motoria che l’approccio mentale che sta alla base;
  • spostando il proprio focus attentivo dall’interno (cosa sento: fatica, dolore..) verso l’esterno (lontano dalle nostre sensazioni: mi concentro sui paesaggi, sul raggiungimento obiettivo…), in altre parole distraendo la nostra mente;

Ascoltando i messaggi del corpo e calibrando gli allenamenti, sarà quindi facile continuare a divertirsi praticando lo sport desiderato, modulando gli effetti della fatica che è pur sempre un aspetto necessario per il miglioramento delle prestazione. La fatica esiste ma si riesce ad addomesticarla, ci si prepara ad andare oltre, a fare allenamenti sempre più sostenuti nelle diverse condizioni estreme, il fisico e la mente si adatta un pò per volta e tutto diventa gestibile e fattibile. La fatica è parte integrante di ogni processo di allenamento. Carico-fatica-recupero sono step fondamentali per migliorare la prestazione. È attraverso la fatica che posso elevare le mie prestazioni, per cui saper gestire la fatica è un tassello fondamentale per ogni atleta, ma anche nella vita in genere!

Concludo, facendo uscire un pò di più la Psicologa che c’è in me, per condividere con Voi questa riflessione: da sempre, la nostra Società, ci insegna a reprimere l’ansia, la fatica, il dolore; non ci insegna a capirne il significato, a convivere con essi e ad utilizzarli in maniera positiva. Bisognerebbe invece, imparare ad accettare di provare sensazioni come la fatica, il dolore, l’ansia; viverle come tali, così come si presentano, decidere consapevolmente di essere in grado di sopportarle, senza fare finta che non esistano, senza lottarci contro ma imparando a gestirle. Vivere queste condizioni come momenti passeggeri, temporanei, come dei segnali per uscire dalla nostra ‘zona di comfort’, come input necessari a favorire in Noi il cambiamento ed il miglioramento continuo!

Al prossimo articolo!

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Commenti (1)

  1. Nicola scrive:

    Bellissimo articolo

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