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Il mio Tor des Geants

Questo è un racconto di Tor, che oramai è diventato un genere letterario per i runner delle montagne. Partirò dalla fine perché è stato il momento più difficile ma è stato quello che mi ha permesso di imparare ad amare profondamente questa gara.

Mi sono ritirato a Gressoney dopo 200 Km per un problema alla caviglia, gonfia all’inverosimile perché il liquido dell’infiammazione era compresso lì e per colpa di calze e calzerotti non ha potuto drenarsi in modo corretto. Appena ho tolto la scarpa e visto il piede gonfio fino alle dita ho capito che la mia gara era finita e ho pianto. Ho pianto non per la sconfitta di non poter arrivare a Courmayeur, perché come ho imparato nell’alpinismo la cima rimane dov’è e tu puoi e devi rinunciare ritentando quando la montagna ti vorrà accogliere nuovamente, ma perché non sarei potuto ritornare lassù… tra quelle cime, nei ristori dai volontari, nei rifugi, nei paesi dove tutti ti fanno il tifo e ti fanno i complimenti. Mi mancava già quell’atmosfera unica e irripetibile che è il TOR des GEANTS.

Siamo partiti domenica mattina da Courmayeur con una bella giornata di sole e tanta tensione pre-gara. Ho solo voglia di partire, mettere i piedi sul sentiero e pensare di godermi l’ambiente, i compagni di viaggio che incontrerò e tutte le emozioni e le nuove sensazioni che affronterò.

Il serpentone è lunghissimo, arrivati dal sentiero di Dolonne per andare al Col d’Arp sembra di fare la coda al supermercato…attendi il tuo turno e con moltissima calma si inizia a prendere quota. Viaggiamo sempre con elicotteri sopra la testa, fotografi e cameraman…tutto strano e così spettacolare. Sembra ieri quando il 1 febbraio mi sono iscritto alle 12.15 non pensando che dopo una decina di minuti si sarebbero chiuse le iscrizioni. E ora ci sono in questa centrifuga chiamata Tor.

Si arriva al primo colle, poi giù verso la Thuile, un boccone, si ricarica la borraccia e si riparte. Sono partito tranquillo, non ho la minima velleità se non quella di arrivare e non disfarmi di sonno o fame.

Deffeyes, colle Alto e poi la dura salita alla Crosatie… una salita veramente tosta e fisica. Arrivo a Planaval che è oramai buio, qualche km in piano fino a Valgrisanche e arrivo alla 1a base vita dove mangio una buona pasta con il burro e mi preparo alla prima notte in quota verso il Col Fenêtre e giù la ripida discesa fino a Rhemes. Sono le 23.30.

Salgo bene alla luce della frontale e non sento problemi di sonno o stomaco. Il motore sta andando bene…e andiamo!!

Arrivo al Col Fenêtre e in discesa mi attacco ad un signore con la barba bianca che ha un passo velocissimo e soprattutto sicuro, che in una discesa tecnica come questa non fa male e la cosa mi piace. La frenesia è dovuta al fatto che sto per arrivare a casa… Rhêmes Notre Dame oramai da 27 anni mi ha adottato, è la mia casa. Le montagne che mi stanno accompagnando in questo tratto sono quelle che mi hanno insegnato tanto e poi c’è la mia famiglia che mi aspetta. Arrivo a Rhemes alle 3.30 con il rumore delle trombe e uno striscione di amici che ci incoraggia (oltre a me altri due amici del paese stanno facendo la gara). La sensazione è forte perché fino all’anno prima ero li tra il pubblico a guardare ammirato questi atleti che vivevano questa esperienza ed ora sono io a viverla in prima persona, sulla mia pelle, nei miei muscoli e nella testa

Mangio qualcosa ma dopo 1h dall’arrivo ho un calo di pressione che mi fa capire che devo riposarmi. Verso le 6.30 riparto verso il colle che è stato il mio campo di allenamento per tanti mesi…l’Entrelor, 1200m D+ in 5Km…conosco ogni pietra di quel sentiero e da lassù saluto la valle. Si scende verso Eaux Rousses.

Alle 10.30 si riparte per la salita alla cima Coppi del Tor, il col Loson 3299m. Incontro un ragazzo che ha il mio stesso passo e decidiamo di fare la salita assieme chiacchierando, a questo ritmo e in questo modo arriviamo a Courmayeur senza esagerare e la cosa mi piace.

Arrivo a Cogne che sono le 18.15 e prima di fare una doccia e mangiare mi faccio fare qualche massaggio da mio padre (il mio primo grande tifoso). Provo a dormire un paio d’ore ma il rumore e la luce non me lo permettono, mi sto forzando e avrei solo voglia di ripartire, cosa che faccio alle 22.45.

La notte è stupenda, stellata e non fredda. Una sosta al Rif. Sogno per bere qualcosa di caldo, mettersi qualche indumento in più e attaccare l’iPod alle orecchie…questa notte ho voglia di musica e i Pink Floyd e i Led Zeppelin fanno da colonna sonora a questa lunga notte. Al Rif. Dondena dormo 2h e sono ristoratrici all’ennesima potenza, in un letto comodissimo e morbido.

La discesa, come mi disse chi l’aveva già provata, è molto lunga ma in un ambiente selvaggio e molto caratteristico. Il torrente di Champorcher ha dei colori di tutta la gamma di azzurri e il suo rumore è accogliente e piacevole. Tutto questo lo sogno quando arrivo verso alle 13 nel caldo afoso dei 330m di Donnas, sembra un altro pianeta e rimpiango il fresco della notte passata. Alla base vita mangio e mi faccio fare un ottimo massaggio ristoratore. La mia caviglia ha iniziato a farsi sentire, ma debolmente, e tra massaggi e antinfiammatorio mi sembra un problema di poco conto.

Mi aspetta la tappa più dura e eterna del Tor, quella fino a Gressoney. Arrivo al Sassa dopo aver fatto non so quanti gradini e capisco chi me la descriveva così: una tortura unica. La stanchezza ti fa quasi essere scorbutico con questi sentieri e chiedi soltanto che si arrivi da qualche parte…che puntualmente non arriva mai.

Verso il Rif. Coda c’è la bufera di vento, acqua e nuvole che non ti fanno vedere a un metro, qualche bandierina è anche scomparsa e la notte è fredda. Dei francesi stanno vagando alla ricerca di qualche segno, io ho la traccia sotto i miei piedi, li chiamo e tirando a più non posso arriviamo al rifugio per scaldarci. Dormo 2h e mangio arrosto, purè e tiramisù…un sogno? Sto dormendo da qualche parte? Quando capisco che è tutto vero è l’ora di ripartire e arrivare a Niel…almeno 10 ore di cammino e tre colli da affrontare nella notte.

La caviglia l’ho dimenticata ma una contrattura alla coscia sinistra mi fa capire che non sto camminando nel modo giusto e la sto caricando troppo e male. Ci penserò più avanti. La notte continua e si arriva al lago Vargno e faccio colazione con un bel piatto di pasta e Cristophe Profit (mito dell’alpinismo) di fronte a me. Poi Colle Marmontana, Crena du Ley e Colle della Vecchia…lunga lunga e lunga…della serie se mi pagano non la rifaccio. Arrivo a Niel con in testa l’idea di arrivare a Gressoney e ritirarmi se le cose non cambiano: la coscia sinistra è tutta contratta e anche la destra sta iniziando a dare brutti segnali. Non ci siamo perché sto bene in generale ma ho la caviglia che mi impedisce di muovermi come la mia testa vorrebbe.

La discesa  verso Gressoney è uno strazio e ci metto un’infinità di tempo dove la mia testa passa da momenti di euforia a momenti di depressione con l’idea di dover mollare tutto. Arrivo a Gressoney che sono le 17.30 di mercoledì ma…

Beh sapete com’è andata…alle 18.10 mi sono ritirato.

Tor des Geants ce ne saranno altri, limiti da affrontare e provare a superare anche. Questa esperienza mi ha insegnato che se si vuole si è quasi in obbligo di tentare, non avere indugi e mettersi in gioco su quello che è il sentiero della vita che dobbiamo affrontare. Tutto il resto è paesaggio che passa.

Opera di Massimiliano Sasso

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