Instagram Twitter Facebook Vimeo Youtube
Home » concorso 2015 » Ogni Tor è una storia a se

Ogni Tor è una storia a se

Il Tor des Géants è “l’endurance trail più duro al mondo” o almeno, così si dice in giro. Se sia davvero il più duro non lo so, ma certamente è di una bellezza straordinaria, sa sempre sorprendere e, quanto a difficoltà, non si risparmia di certo. È una vera sfida e, per quanto ci si possa arrivare preparati, non si può essere mai certi di nulla. È forse proprio questa la bellezza del Tor, la ragione per cui chi lo fa una volta ne resta stregato e vorrebbe rifarlo di nuovo; ogni Tor è una storia a se, e non manca mai di sorprendere chi lo vive.

 

Spesso si parla degli atleti del Tor come “giganti” ma, come disse Oscar Perez dopo avere vinto il Tor 2012, il vero gigante è il Tor, noi siamo solo atleti. Il Tor non è un viaggio sulle montagne, è un viaggio con le montagne e, sebbene lo si debba inevitabilmente affrontare con un bel carico di tenacia, le montagne sono sempre saldamente al comando, e bisogna avere l’umiltà di accettare il loro umore.

E, se ancora ce ne fosse stato bisogno, quest’anno ne è stata la prova, il Tor non ha tradito le aspettative. Al contrario, le montagne della Vallée hanno alzato il tiro, richiedendo a tutti un maggiore impegno e ricordandoci che il Tor è una sfida che va vissuta passo dopo passo, assecondando la montagna e rispettandone l’umore.

Ha piovuto, quasi tutto il tempo. Quando non pioveva eravamo in mezzo alle nuvole; quando non eravamo in mezzo alle nuvole nevicava; quando non nevicava c’era vento e, per aggiungere un pizzico di varietà, abbiamo anche visto il sole a un certo punto, brevemente. Le condizioni meteo erano tutt’altro che ottimali, soprattutto di notte, quando nuvole e pioggia si sommavano alla luna nuova creando un effetto di buio assoluto, e molto si è perso in questo Tor a causa del meteo.

Ho visto finisher del 2014 fare marcia indietro a poche centinaia di metri dal Col Entrelor, fermati dalla neve e dal gelo quando ormai era quasi fatta; ho visto piedi martoriati dalle vesciche e unghie saltate per la costante acqua nelle scarpe; ho visto atleti scivolare nel fango e sulle rocce bagnate; ho camminato per ore coi piedi a mollo su sentieri trasformati in torrenti; ho valicato colli con il ghiaccio nelle scarpe e la neve in faccia; ho sentito le storie di chi l’Entrelor sotto la neve non l’ha fatto ma in compenso la prima notte di gara ha passato tre ore fermo al freddo, in attesa della fine delle nevicate in quota; ho visto ginocchia gonfie per lo sforzo di mantenere l’equilibrio sulle rocce bagnate per chilometri e chilometri; ma soprattutto, non ho visto quei panorami che fanno delle Alte Vie della Valle d’Aosta uno dei percorsi più belli del mondo, e a un certo punto ho anche pensato che un Tor così, quasi alla cieca, non fosse poi così divertente.

Ma la montagna non toglie mei nulla senza dare qualcosa in cambio ed è proprio grazie al meteo complicato che questo Tor si è saputo distinguere, arricchendosi molto.

Ho visto volpi saggiamente scese a valle per il freddo mentre noi umani “irresponsabili” ci affannavamo a salire verso i colli innevati; ho visto arvicole attraversare a nuoto un sentiero trasformato in torrente; ho visto guide alpine scavare gradini nella neve sul Col Loson per consentirci di arrivare a Cogne tutti interi; ho visto volontari in tutti i ristori, ufficiali e non, prendersi cura degli atleti ancor più del solito, tenendoci caldi con tè, vino, minestre, polenta e, in due occasioni addirittura mirto e zabaione; in cerca di calore ed energia, ho mangiato polenta valdostana per colazione a Niel e bevuto brodo a qualsiasi ora del giorno e della notte; ho visto atleti stravolti trovare riparo dalla pioggia sotto un albero o sotto una roccia ai lati del sentiero, e ho condiviso la fatica con loro chiedendogli: “tutto bene?” e incontrando i loro sorrisi stanchi; ho scoperto che, se continui a muoverti, puoi valicare un colle di 3300m di notte, mentre nevica, con il ghiaccio nelle scarpe e con addosso solo un micropile e una giacca da 380g a separarti dagli elementi; ho testato i miei limiti e i limiti di impermeabilità del mio equipaggiamento e GoreTex, GoreTex Active, HyVent, poco importa: 16 ore sotto l’acqua, e l’impermeabilità sparisce del tutto; ho scoperto che le SpeedCross fanno davvero presa su fango e neve, non è un’esagerazione; e a un certo punto, dopo avere pensato che un Tor così, quasi alla cieca, non fosse poi così divertente, mi sono accorto che mi stavo divertendo un sacco.

Ovviamente, però, il Tor è stato Tor anche al di là del meteo.

Nonostante mi abbiano ripescato solo 30 giorni prima del via e abbia dovuto fare la gran parte del mio allenamento in un pianeggiante parco alla periferia di Londra, ho fatto 217km e 16.000m di dislivello dormendo 4 ore e mezza in tre giorni; ho bevuto decine di litri di sali minerali e cambiato due paia di scarpe; mi sono fatto bendare le vesciche ogni 100km e ho colto ogni nuovo ostacolo come una sfida da vincere; ho incontrato un sacco di persone straordinarie, fra gli atleti e fra i volontari, e spero di incontrarli di nuovo sui sentieri del prossimo Tor o di quello dopo ancora; ho chiacchierato con il diavolo a Pont-Saint-Martin, e mi ha detto che alla fine di un turno da 8 ore non vedeva l’ora di andare a dormire; ho fatto un pisolino rigenerante di mezz’ora in un container a Lago Chiaro, gentilmente interrotto da un volontario che, a giudicare dal rosso dei suoi occhi, non dormiva da almeno due settimane, ma che non si é dimenticato di sbrandarmi quando era ora di ripartire; contrariamente ai consigli di qualsiasi mamma che si rispetti, ho accettato caramelle da degli sconosciuti, perché come si fa a dire di no a degli orsetti di gomma verso la fine della salita al Rifugio Coda?; ho apprezzato la mocetta, la fontina, la carne, e soprattutto le crostate che hanno riempito di energie le mie gambe lungo il tragitto; ho sperimentato le specialità della Vallée in modo decisamente nuovo quando, vittima di un’irritazione da sfregamento, i fisioterapisti a Gressoney mi hanno messo in mano un pezzo di lardo e mi hanno intimato di usarlo come lubrificante; ho pianto come un bambino sulla discesa dal Col Lasoney quando, tutto d’un tratto e senza alcun motivo in particolare, mi sono reso conto che questo Tor lo avrei completato; ho preso con filosofia l’annuncio che alla fine della fiera questo Tor non lo avrei completato perchè la gara era sospesa e, e mi sono applicato con dedizione aggiuntiva alla super colazione che ci hanno offerto al Rifugio Crest – se esiste un posto perfetto in cui essere fermati è decisamente quello; mi sono lasciato invadere dalla gioia quando, sceso dal pullman che ci ha riportati a Courmayeur, ho trovato mia moglie Hava ad aspettarmi – non era l’arrivo che mi ero immaginato, ma l’effetto era lo stesso; insomma, un passo alla volta, un’avventura alla volta, mi sono goduto il mio Tor, dall’inizio alla fine.

Sì perché, anche se è finito con 100km di anticipo, al mio Tor non è mancato nulla. L’anno scorso mi sono dovuto ritirare a Niel per un infortunio al tibiale sinistro ma quest’anno, quando ci hanno fermati, sapevo che sarei arrivato fino in fondo, e forse basta questo a rendermi felice.Non c’è due senza tre, però la prossima volta a Courmayeur ci vorrei proprio arrivare, spero solo che le montagne siano d’accordo…

Opera di Marco Sean McAllister

VOTA QUESTO RACCONTO

BANNER-1-CORNCORSO-LETTERARIO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *