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ROAD and WILD TRAIL… parte 2^

La fatica non esiste …

Ho cominciato a esplorare ogni attività sportiva outdoor ed avendo una base sportiva sufficientemente variegata e il mare sotto e le montagne sopra la mia attuale dimora, ho cominciato a fare duathlon, Triathlon, X-Terra, Vertical , skyrunnig e  visto che mia moglie è di Gressoney e, da 20 anni abbiamo la fortuna di stare in Val D’Aosta molti giorni all’anno, spesso e volentieri mi cimento nello sci di fondo, nello Skialp e nella corsa su neve, una delle cose che mi piace di più.

Se non avessi avuto la base agonistica che mi ha dato la corsa su strada, probabilmente, tutto ciò sarebbe stato più difficile e/o impossibile da realizzare, ma ora sicuramente non tornerei più indietro.

Quando torno a casa da una corsa di tre/quattro ore in montagna, magari con un tempo da lupi, con neve, vento e ghiaccio, i miei occhi brillano di gioia e la mia felicità contagia tutti coloro che mi aspettano a casa! Un mio caro amico che attualmente sta recandosi negli States per la RAAM , concluderebbe: “la fatica no esiste“…. E a tale proposito passo al punto successivo: 

PSICOLOGIA: Cimentarsi nel Trail spesso vuol dire percorrere distanze sempre più lunghe rispetto alla corsa su strada, vuoi perché il ritmo, il percorso, i dislivelli, il terreno tecnico, richiedono una corsa più aerobica che può essere mantenuta per più tempo, e l’offerta “di mercato” spinge gli atleti a spostare il limite sempre più in alto: più la corsa è lunga, più gli iscritti aumentano. Ma esiste una ragione che va al di la di tutto ciò: 

LA FATICA NON ESISTE, vuol dire proprio questo: tutti noi facciamo questo sport povero, che contrasta drasticamente da tutti gli altri sport “ricchi” e mediatici, quali calcio, tennis, basket , ecc., e lo facciamo solo per soddisfazione personale. Non solo non siamo pagati, non solo se va bene, si vince un bel cesto di prodotti locali , ma ci paghiamo l’iscrizione, i viaggi, il vitto e l’alloggio, fatichiamo come dei muli da soma, e più siamo devastati, più siamo contenti.

La testa è importante molto più dell’allenamento: fare una 100 miglia nel deserto o in Alaska d’inverno (a parte qualche professionista, che ha tempo e sponsor per prepararsi adeguatamente a percorre tali distanze “da top runner”) vuol dire preparazione atletica, ma soprattutto testa, concentrazione, abnegazione, resilienza, insomma essere masochisticamente portati a soffrire e da questo, trarne gioia e soddisfazione.

Chi di noi si può permettersi di avere tempo, tra lavoro e famiglia, di preparare una 160 km.in ambiente così ostili ? Possiamo allenarci facendo distanze che si avvicinano a quella della gara della vita, allenamenti sempre più lunghi, prove varie per testarci in condizioni di deprivazione del sonno, prove alimentari e idriche, ma quello che ci fa giungere al traguardo è solo una sfida con noi stessi , una battaglia che ci porta a vincere sempre su quella vocina che dentro di noi ogni km.ci dice fermati, ma chi te lo fare, hai le gambe a pezzi , i muscoli e le articolazioni da buttare via…

Qualche anno fa chi avrebbe detto che ci sarebbe stata una gara in Val d’Aosta di più di 330 km. one shot, che in pochi minuti dall’inizio della data di apertura dell’iscrizione, avrebbe raggiunto il limite di 500 iscritti , con una percentuale di finisher inimmaginabile da quando Trabucchi e altri 4 “pazzi” 5 anni fa la percorrevano, concludendo l’edizione 0, sottoponendosi a prelievi sanguigni e test psicologici , per vedere se un essere umano fosse in grado di percorrere una cotale distanza e dislivello in totale deprivazione del sonno , con capacità cognitive e sensoriali accettabili fino alla fine?

In una gara di endurance, specie in condizioni estreme si muore e si rinasce 10/20 volte, e quello che ci fa rinascere è la propria tenacia, la voglia di dire : c’è l’ho fatta da solo anche questa volta! È la testa che crea un’altra vocina che ci dice: “la fatica non esiste” e ci fa resuscitare più volte. Altro aspetto: in questo genere di corse estreme, non esiste un sentiero balisato, i segnali non ci sono, non si vedono, ne persone, ne villaggi, i CP sono ogni 20 miglia se siamo fortunati.

Spesso la nostra avventura è affidata a un dispositivo G.P.S. sul quale riponiamo tutta la nostra fiducia, dopo aver accuratamente marcato sul divano di casa le settimane prima di prendere l’aereo, tutti i waypoints che ci danno la rotta da seguire di giorno e di notte, frequentemente da soli e spesso nell’altro emisfero terrestre.

Alimentazione e idratazione e abbigliamento idoneo, sono sulle nostre spalle, nello zaino tecnico , ma sufficientemente capiente da contenere tutto il necessario per non farci andare nel panico più totale.

Trail è emozione , sentimenti , sofferenze, angosce, palpitazioni e gioie, è avventura allo stato puro, è conoscere attentamente se stessi, le proprie necessità e capacità atletiche e mentali, è attenta e scrupolosa attenzione ai messaggi che il proprio corpo ci da, nonché una meticolosa interpretazione degli stessi, è un viaggio bellissimo che ogni volta che ci iscriviamo a una gara ci regala emozioni che rimangono scolpite tutta la vita, sempre ringraziando quel Qualcuno che lassù ci ha dato la possibilità di essere in grado di affrontarle e di gioirne.

282976_773754735990937_8491176205311673270_nAUTORE Dr.Ernesto Ciravegna; Agopuntura, Mesoterapia, Neuralterapia, Omotossicologica, Fitoterapia Studi: Via Astengo 1/1 Savona – Via E. Accame 11 Pietra Ligure (SV)

 

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