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Una storia dal Tor …

Luca Benzi

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Anno 2016…quasi per gioco scelgo di iscrivermi al Tor des Geants convinto che mai sarei stato sorteggiato. Mi ritrovo invece a parteciparvi ma, purtroppo, a Gressoney, dopo poco più di  200 km, a causa di un ginocchio destro completamente malandato sono costretto al ritiro.

Si dice però che “Il lupo perde il pelo, ma non il vizio” e a febbraio 2017 mi riscrivo e vengo nuovamente estratto.

Sicuramente il Tor fatto l’anno precedente mi ha lasciato un bagaglio di esperienza importante, pertanto, fin da marzo, modifico tutta la mia stagione sportiva  in funzione di questo appuntamento:

lascio da parte tutto l’allenamento veloce concentrandomi sui dislivelli (le ore corse in palestra sul tapis roulant in salita sono state eterne) e, appena la stagione lo permette, inizio a fare giri via via più lunghi sui monti delle mie vallate, a Cuneo, optando per non correre le discese così da abituare le gambe e  le articolazioni a stare sotto sforzo per più ore consecutive. Tutto sembra procedere al meglio fino all’incidente di giugno: lussazione alla spalla destra e inattività da metà giugno fino quasi a fine luglio. Insomma prima ancora del Tor vivo già una crisi. Non voglio più farlo. Temo di non riuscire ad arrivare preparato. Ringraziando ho un caro amico, ed ottimo fisioterapista, che mi rimette in sesto in poco tempo, mi rincuora, e mi consiglia ottimi allenamenti per recuperare.

In una domenica mattina soleggiata, fresca e ventosa inizia il mio Tor 2017.

Senza soffermarmi ad analizzare minuziosamente gli avvenimenti di quelle 142 ore passate sui sentieri valdostani, riesco a concludere questa magnifica, durissima, ed odiata gara. Sì perché il Tor è tutto questo, lo odi mentre stai faticando, quando hai male, quando hai sonno… ami le albe e i tramonti, gioisci dei paesaggi che vedi (è come passeggiare in una cattedrale a cielo aperto con navate lunghe centinaia di chilometri), ridi, ti diverti, piangi, ti sfoghi con gli altri concorrenti e con le persone a casa a cui telefoni nei momenti di sofferenza.

Il Tor è un misto di tutto questo. Ma in fondo lo ami! Quando ne parli sorridi sempre, e ti lascia sempre una sensazione di piacevole calore ripensare a quei momenti, sia che tu lo abbia terminato o meno. Se lo hai terminato gongoli anche un po’ mente ne parli!

Il mio Tor parte bene, sono in forma, scelgo di non forzare mai, di non correre, nemmeno nei tratti dove l’avevo fatto l’anno precedente. Tuttavia i miei tempi sono migliori, sono molto ottimista.

L’esperienza del 2016 mi aiuta a progettare al meglio la mia gara quantomeno per il tratto che conosco, cioè fino a Gressoney. In base al clima, freddo e ventoso, decido di dormire sempre la notte e sempre nei rifugi, meno affollati e rumorosi delle basi vita e provvisti di letti comodi anziché delle brande. Così facendo posso evitarmi due o tre ore di freddo notturno. Inoltre, in tal modo, spezzo le tappe, intese come da base vita a base vita, trovandomi ogni notte a circa metà percorso. Questa programmazione mi permette di accumulare alcune ore sui cancelli orari, non patire colpi di sonno durante le notti e affrontare le discese più dure dopo un bel riposo.

Al  120 km vivo la crisi più dura di tutto il Tor: accuso una forte infiammazione ad entrambe le ginocchia. Immediatamente ho il timore che si stia replicando quanto successo l’anno precedente e, onde evitare di peggiorare le mie condizioni fisiche e non finire comunque il Tor, decido di ritirami una volta giunto a Donnas.

Giunto a Donnas, invece, cambio idea e provo ad andare. Certo la decisione resta mia, la sofferenza provata da quel momento in poi in tutte le discese e negli ultimi 50 km sono cose che ho superato con la mia tenacia e la mia forza di volontà; sarebbe ingiusto, però, non ammettere che le telefonate fatte con Marco, con  la mia ragazza, con Diego, un amico conosciuto al Tor 2016 e con cui ho condiviso le sofferenze fino a Gressoney, nonché le incitazioni del mio primo compagno di viaggio, Secondo Balsamo, non siano servite in più occasioni a darmi la forza per guardare sempre al traguardo di Courmayeur come unico obiettivo possibile.

In definitiva posso dire che il Tor “it’s not easy but not impossible!”. Serve un allenamento mirato e intenso, una grande concentrazione e tanta forza di volontà, ma è probabilmente la cura dei dettagli, dei particolari ciò che alla fine fa la vera differenza. Qualche consiglio:

1) Capire come alimentarsi. Problemi di stomaco, disidratazione e debilitazione sono frequenti.

2) “Fare sensatamente” il borsone che viene lasciato in base vita e lo zaino.

Alle volte con l’idea di “portare meno peso” si finisce con limitarsi a portare il semplice materiale obbligatorio e rinunciare a un cambio supplementare di t-shirt, calze, intimo termico, salvo poi rischiare di trovarsi bagnati, o con un modello di calze che comprime troppo un piede dolorante (ho ceduto un mio paio di calze a un concorrente che non riusciva più a tenere le sue), senza possibilità di cambiarsi. Ripartire di notte con addosso vestiario umido e/o bagnato, con temperature sotto zero e raffiche di vento, porta spesso a riti per problemi di stomaco e/o dolori dovuti a colpi di freddo.

3) Bisogna arrivare allenati bene, e riposati. Partire con qualche piccolo dolore o problema fisico significa partire con una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

4) Avere cura del proprio corpo! Non sottovalutare piccoli dolori o fastidi, cercare di risolverli subito. Lo staff medico delle basi vita è eccezionale! Un piccolo disturbo non curato alla base vita successiva potrebbe esser diventato qualcosa ben più grave. Io, ad esempio non ho mai sofferto di vesciche o dolori ai piedi, tuttavia, già il sabato sera, optato per dei bendaggi preventivi e, ogni volta che dovevo toglierli, anche a costo di perdere una mezz’ora, me li facevo rifare. Ho terminato il Tor senza vesciche o piaghe e con quasi nessun dolore alle dita. Il dolore delle vesciche, magari sottovalutate, è una delle cause più frequenti di ritiro. Il tempo perso per prevenire o curare subito le difficoltà fisiche è un investimento sul futuro. L’unica certezza del Tor è avere qualche disturbo!

5) Fare tesoro dell’esperienza altrui! Durante il Tor si ha la fortuna di incontrare gente che lo ha già fatto o racconta l’esperienza vissuta da terzi.

Personalmente la mia esperienza dell’anno prima, e l’aver chiesto consigli ad altre persone che avevano sostenuto degli ultra trail, mi ha permesso di progettare al meglio la mia gara e non dubito che alcuni miei consigli si siano rilevati preziosi per altri come, ad esempio, la scelta di non dormire nelle basi vita, ma nei rifugi.

6) Se non siete solitari per natura e, soprattutto, temete di patire colpi di sonno nella notte, cercatevi un buon compagno di viaggio. Una delle abilità del Tor, a mio avviso, in particolare da quando dal 2015 è stata vietata ogni forma di accompagnamento (cosa che personalmente ritengo giusta), è la capacità di capire chi è disponibile a condividere una strategia simile alla propria, chi abbia bene o male lo stesso passo e voglia di fare insieme un pezzo di strada. Per mia fortuna l’anno scorso ho incontrato Diego Murru, con il quale è nata una fantastica amicizia, tanto che quest’anno, durante le sue ferie e  prima del suo Totdret, ha scelto di farmi assistenza in base vita. Anche quest’anno sono stato fortunato incontrando Secondo Balsamo detto Dino ed Andrea Costanzi con i quali grazie ai quali ho superato crisi,  riso, scherzato, imprecato e, soprattutto, arrivato a Courmayeur.

Il Tor tuttavia resta una gara individuale. Così come si riesce a trovare un buon compagno di viaggio, allo stesso tempo bisogna anche avere il coraggio di proseguire soli quando i tempi di recupero, la strategia, il ritmo tra di voi diventa troppo diverso.

7) Se avete la fortuna di avere qualcuno che può farvi assistenza in base vita…be’ siete molto fortunati! Una delle più grandi differenze in positivo tra il Tor 2016 e il Tor 2017 è stato avere Diego a farmi assistenza fino a Donnas. I tempi morti in base vita si riducono completamente, una volta arrivato  non si deve più pensare a nulla se non mangiare, lavarsi e riposarsi perché a tutto il resto c’è qualcuno che ci pensa. Si ha la possibilità di reintegrare parte del borsone. Nel mio caso, ad esempio, è proprio grazie alla presenza di Diego che ho potuto sopportare al meglio i miei guai fisici, in quanto, una volta accusati  ho potuto telefonargli, chiedergli di comprarmi dei sacchetti di ghiaccio istantaneo e portarmeli in base vita. Per fortuna avevo spazio nel borsone e ne ho conservarti una dozzina ai quali ho attinto nelle successive basi vita. In tal modo in ogni tappa potevo portarmi nello zaino qualche sacchetto di ghiaccio (un po’ di peso in più ma indispensabile) da poter usare per dare sollievo alle mie ginocchia quando non fossi riuscito a trovarlo nei vari ristori o rifugi che spesso ne sono sprovvisti.

Pertanto ricordatevi che nulla è trascurabile in una gara del genere. Anche quello che sembra “tempo perso” per ammirare un’alba o un tramonto, fare una foto, fermarsi due minuti in più a ridere in un ristoro sono momenti che fanno bene all’animo e danno una carica in più per arrivare fino in fondo!

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