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Tra boschi e fango: il Troi dei Cimbri (Fregona, 13/7/2014)

Raccontare un trail è complicato.

Non è semplice perché si tratta di un’esperienza del tutto personale: correre per lunghi chilometri spesso soli con i propri pensieri, costretti a scendere a patti con i piedi gonfi, le ginocchia doloranti, le vesciche che scoppiano.

E poi il contesto, quello alpino, impone solitudine e regala ad ognuno sensazioni differenti. È inevitabile quindi finire a parlare di se stessi e della propria corsa, cercando le parole giuste per infrangere il “muro dell’incomunicabilità” per riuscire a condividere almeno una piccola porzione di quella meravigliosa avventura che risponde al nome di trailrunning.

Così proverò a fare descrivendo il Troi dei Cimbri, 45 km per 2200 D+, che si snoda sulle alture e i boschi del Cansiglio, un luogo carico di storia e di spiritualità. Il silenzio della faggeta invasa dalla nebbia, le rocce ricoperte di un muschio verde brillante, un paio di cavità carsiche incrociate lungo il percorso rendono il tracciato altamente suggestivo per chi sia disposto a dimenticare per un attimo le fatiche della corsa e “dialogare” con la natura circostante. Spettacolare anche il passaggio in cima al Pizzoc e lungo le creste dove tra settembre e ottobre vengono fissate le reti per l’inanellamento dei passeriformi e da cui si possono ascoltare, affascinati e un po’ spaventati, i bramiti dei cervi in amore.

Meno piacevoli, ma a suo modo adrenalinici, sono stati i lunghi tratti dominati dal fango, viscido profondo e infido, che hanno rallentato il passo in salita, accelerato troppo quello in discesa – molte le scivolate, in quella che sembrava una pista di toboga  e creato uno strato marrone e colloso ai piedi che solo un paio di passaggi dentro un torrente nei pressi delle stupende Grotte del Caglieron hanno, in parte, scalfito.

A volte questa melma fangosa è sembrata prendere vita, farsi bocca fagocitante e famelica, tanto da inghiottire più di una scarpa di qualche sfortunato runner, costretto a zampettare scalzo per qualche metro per recuperarla dal terreno affamato di Cascadia e Salomon.

Una parola di merito va agli organizzatori, i quali hanno tracciato in maniera perfetta il percorso con frecce colorate e fettucce di plastica. Pur essendo concepito per essere in semi autosufficienza, i tre punti ristoro si sono rivelati molto ben forniti di cibo e bevande, compresi birra e panino col pastin!  Splendida, poi, la medaglia per i finisher, in legno inciso con nome della gara e chilometraggio.

Chiudo questa breve relazione da dove ero partito, l’esperienza personale. Per me è stata la prima volta su queste distanze, essendomi finora fermato intorno ai 30 km. Parecchi hanno tagliato il traguardo prima di me, alcuni sono finiti dietro. Ma, quel che più conta, al Troi dei Cimbri ho battuto l’avversario più ostico e arcigno: me stesso. Anzi, l’ho stracciato. E queste sono emozioni che solo il trailrunning riesce a regalare.

 

FABIO TARGHETTAScritto da: Fabio Targhetta; precario universitario, corro in montagna per depurare la mente dalle scorie della vita in pianura e rincorrere la libertà. D’estate, sui sentieri delle Dolomiti e delle Prealpi, e d’inverno, con le ciaspe ai piedi. In tutte le stagioni, assieme alla mia ineguagliabile compagna/motivatrice Antonella.

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