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Una voce prestata al vento

Cosa concorre a fare di un trail una gara indimenticabile?

Provate a pensarci e a enumerare i fattori positivi: il contesto, certo, ché correre sulle Dolomiti, le Cinque Terre o i Poggi Senesi significa poter rifiatare concedendosi panorami affascinanti. Gli amici, naturalmente, con i quali condividere un tratto di percorso o gioire assieme al traguardo. Senza dubbio risulta fondamentale la serietà dell’organizzazione, che predispone le bandelle lungo i sentieri, allestisce i ristori, garantisce i soccorsi e i rientri dei ritirati, autorizza i fotografi…

E poi, non vergogniamoci di dirlo, un occhio al pacco gara lo diamo tutti… perché volete mettere la soddisfazione di indossare la maglia finisher al prossimo appuntamento?

Basta? Sicuri di non aver dimenticato nulla? A ben pensarci ci sarebbe un dettaglio che ci è sfuggito: lo speaker. Se fatto con professionalità e passione, il ruolo di chi presta la propria voce alla gara può infatti diventare di primaria importanza per trasmettere la giusta carica in partenza, incitare tutti dalla linea del traguardo e partecipare dell’emozione finale. Ne parliamo – di questa figura a metà tra l’organizzazione e il gruppo dei corridori – con Alex Geronazzo, speaker tra i più amati nella zona delle Dolomiti Orientali proprio per la sua capacità di accogliere ogni atleta all’arrivo come un vincitore, sfidando per ore sole/pioggia/vento per attendere tutti.

 Com’è nata la passione per la corsa, e in particolare per la corsa in montagna?

La passione per la corsa? In fondo, una naturale conseguenza nella mia storia di bambino.  A cinque anni mi sono dovuto trasferire in una valle bellunese chiamata Valle del Tegorzo, in un paesino di poche anime. Schievenin concorre a fare di un trail una gara indimenticabile. Un fondovalle stretto, solcato da un torrente e tutto intorno montagne, selvatiche, dalla folta vegetazione e nella parte più a nord, rocce a picco o irte verso il cielo. Schievenin è conosciuto perché è un sito per rocciatori, la cui palestra naturale è forse la più completa in Italia.

Lo svago sin dai primi anni era rappresentato dal calcarne i sentieri e ripulirne l’essenza, dalla vegetazioni e dagli alberi utili a riscaldare le case, da aspirante boscaiolo, al seguito del mio patrigno.

Di ritorno da scuola, a qualche metro da casa, iniziavano i sentieri del bosco, iniziava la parte di giornata che presto ho imparato ad amare, in tutta la sua rappresentatività dello spirito della libertà.

Uscivo o per cercar funghi, oppure andando a raccogliere asparagi selvatici e in qualche caso cercando resti e residuati bellici. Dal giorno alla sera, imparando a correre in penombra ed al buio con pile a mano, rudimentali ma efficaci.

Con uno zaino ed un paio di scarponi il passo si è trasformato rapidamente in corsa e l’obbligo di vita, in passione. Tale era e tanto è rimasta anche oggi, pur con modi e ritmi diversi.

 Negli ultimi anni il mondo del trail ha subito profondi cambiamenti, sia a livello organizzativo (a partire dal tentativo di creare una federazione e un regolamento condiviso) che a livello di crescita esponenziale del numero dei partecipanti. Quali sono gli aspetti positivi di questa progressiva evoluzione? E quali, invece, le criticità?

Credo che innanzitutto serva distinguere. Il mondo del trail svaria da organizzazioni molto attente ad ogni aspetto e professionalmente curate in ogni dettaglio, sino alle ancora tipicamente grezze pedonate tra i sentieri, magari meno promosse e sponsorizzate ma sempre vive. Il trail a mio avviso necessita di regolamenti laddove se ne voglia fare una sorta di semiprofessionismo volto ai tecnicismi e proiettato alla chiave internazionale. La sua unicità però è scritta nella sua storia.

Dove e quando nasce il trail? Nasce quando nessuno lo chiamava trail e si correva per molte ore su dislivelli montani non aspri, solo per allenarsi dal punto di vista della resistenza aerobica e muscolare. I numeri del trail crescono, è vero, ma non sempre e non ovunque. Alcune manifestazioni che fanno realmente parte della storia di questo sport mantengono  caratteristiche di purismo trail e hanno percorsi e peculiarità fantastiche, eppure faticano di fronte al blasone di manifestazioni magari più recenti, ma seguite in maniera corposa e massiccia dai media di settore e brandizzate da marchi di portata mondiale che, non parrebbe, fanno la differenza dal punto di vista dell’impatto e dell’appeal rispetto alla massa che corre. Non dimentichiamoci che il trailer nasce e continua ad essere un runner classico, percentualmente legato al podismo più conosciuto, in maniera cospicua (strada-cross-skyrace, corsa in montagna).

L’aspetto positivo a mio avviso è nello spirito che si respira nell’ambiente, sino ad oggi. Gente che sa di puro, che si emoziona più per i luoghi che per il tempo da inseguire. Di buono c’è che il trail, coprendo distanze elevate ha un effetto benefico sulla cura del territorio.

La criticità non è facile da spiegare secondo il mio punto di vista, ma è forse il rischio che il troppo evolversi lasci sempre maggior spazio alla professionalizzazione anche del podista amatore, oltre che del top runner, con conseguente allontanamento da alcuni aspetti più romantici e avvicinamento di aspetti maggiormente commerciali.

 Chi partecipa alle corse in montagna, sia esso organizzatore o atleta, comprende molto bene l’importanza dello speaker, soprattutto in competizioni nelle quali la gara contro il tempo è subordinata rispetto alla sfida contro la fatica, fisica e mentale. Come ti prepari alle gare? Puoi descriverci una “giornata tipo”?

Domanda rivolta allo speaker o al trailer?

IMG_0573Il secondo “figuro” è un personaggio dentro di me, mal sopportato dal primo. Ho iniziato a fare lo speaker per problemi non solo fisici, ma anche mentali. Per quanto il trail mantenga un’ampia dose poetica, un pettorale è sempre un pettorale; indice di agonismo che ho dismesso attorno agli anni 2000-2001. L’ultima “tirata” forte l’ho fatta al militare per guadagnare qualcosa dal punto di vista sportivo, in un ambiente dal quale poi sono uscito male. Fisicamente ed atleticamente (parola grossa) mi preparo molto al passo, con i bastoncini e le tecniche della camminata nordica, spesso col buio, poiché il tempo è tiranno. Più che alle gare mi preparo a qualche cosa mia…qualche traversata di tanto in tanto la faccio e non parto mai senza essere pronto a viverla, sia mentalmente che fisicamente. Non amo prendermi rischi . Non più. Oggi sono un camminatore e un podista tra i più lenti che conosca.

Certo, parlo molto e quel ruolo di cantastorie ed intrattenitore mi piace come poche altre cose in vita mi sono piaciute. Anche per questo ci vuole preparazione. Studio e leggo. Amo cercare di sapere qualcosa di tutti gli atleti che saranno al via di una gara o più specificamente di un trail. È ovvio che ciò non è possibile ed allora tento, ogni volta, almeno di guardare negli occhi e percepire qualche emozione. Emozioni che si vedono spesso e sono tante, varie e contrastanti, grandi ed infinite. La mia giornata tipo, se indosso un pettorale, il che è raro, è sempre carica d’ansia prima del via. Vivo l’attesa in maniera agitata. Poi parto, e lì cerco di non essere mai al limite dello sforzo, perché ormai amo guardare ciò che mi si pone davanti, fotografandolo e cercando di tenermene un po’ nel baule del ricordo. L’arrivo non è mai il momento più bello. Tutto finisce dopo quella linea immaginaria e ti dispiace, in fondo, di non essere ancora lì nel mezzo a raccogliere emozioni.

Da speaker la vivo in maniera opposta. Tranquillità e serenità mi accompagnano alla partenza, dove cerco di essere grintoso e all’altezza di chi sta per calarsi nella parte del normale eroe della corsa. Poi passano i minuti, le ore, la luce e l’oscurità. Solo quando taglia il traguardo colui o colei che chiude le fila, allora mi fermo…Perché  il rispetto verso gli atleti passa attraverso le gesta del primo ma anche di chi si fa attendere ed è degno protagonista di una corsa che prosegue ancora…anche dopo la parola fine. Abbasso la testa e ascolto…C’è sempre qualcuno o qualcosa che mi resterà dentro, a chiusura di una corsa che è in fondo uno spicchio importante di vita.

A vederti sgolare sulla linea d’arrivo sembra davvero che tu partecipi di quella speciale e  liberatoria gioia di ogni finisher. A cosa si deve questa particolare empatia?

Io ho corso davanti, alla testa del gruppo , poche volte ma è accaduto. Poi ho rallentato e sono finito “nella pancia” del gruppo. Infine sono anche arrivato ultimo o tra gli ultimi e ho sorriso. Ero ai cross e accompagnavo i ragazzini. Partivo davanti ed arrivavo doppiato, ma sorridevo. Sono anche arrivato al traguardo con i bimbi per mano, chiudendo la classifica.

La gioia che si prova nel correre è qualcosa di completo, grande, inarrivabile. La puoi provare vincendo o arrivando ultimo. Non c’è differenza se capisci che realmente non ce n’è. Forse quella che tu chiami empatia è soltanto esperienza. Ho provato di tutto, correndo, e ho quindi tante visioni di un’unica cosa uguale: la passione vera. La voglio chiamare emozione.

 In cosa consiste il cosiddetto “spirito trail”? Hai magari anche qualche aneddoto legato al tuo modo di intenderlo?

IMG_0576Lo spirito trail  è un bel modo di dire, ormai entrato nel comune identificare le emozioni positive di questo settore. Io credo invece che sia necessario completarlo anche guardando a quegli aspetti migliorabili. Io stesso ho molto margine di miglioramento in questo.

Un aneddoto? Tanti sarebbero, ma voglio citare un fatto. Quella volta che, presentando la The Abbots Way, alla diciannovesima ora, sentendo alla radio che stava arrivando il comandante dei Carabinieri, il trailer piacentino Vittorio Conte, a Bobbio, sul ponte Gobbo, “scopa”, assieme a chi avrebbe chiuso le fila, ho avuto l’impulso naturale di poggiare il microfono e correre verso di loro, incontrarli sul ponte stesso, salutarli e tornare di corsa per accoglierli al traguardo. È stato come essere uno di loro, in minima parte e volerne plaudere lo spirito. Dopo 125 km, di luce ed oscurità, toni rock e Vivaldi. Questo è per me il senso buono dello spirito trail, ti fa sentire parte della corsa, ognuno a pari merito.

 Quale sogno coltivi?

Il sogno che coltivo è di riuscire a fare bene quelle cose che un giorno possano far dire a mia figlia che è fiera di me.

Commenti (3)

  1. Grande Alex sotto ogni punto di vista

  2. Fabio Targhetta scrive:

    Da parte mia possi solo dire che è stato un piacere, Alex

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