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 a cura di Tommaso de Mottoni
Giornalista di Viaggi ed Enogastronomia, più escursionista estremo che trail runner. Sempre alla ricerca di nuove vie su sentierouno.it

100 miglia di soddisfazione per Francesca Canepa, che dopo aver gettato la spugna durante la prima edizione, salda un conto lasciato pendente per due anni, o meglio, per due Tor des Geants. Detto e fatto: prima assoluta tra le donne e gli Italiani e terza assoluta in classifica restando sotto le 24 ore. Un tempo davvero strepitoso, viste le sole due ore e trenta di stacco dal primo in classifica, lo Sloveno Marjan Zupančič, che ha corso gli ultimi chilometri come se stesse partecipando ad una mezza maratona. 

La 100 miglia d’Istria si presenta come una gara dura, poco assistita per scelta, e che richiede grande autonomia e abilità di gestione.  Nei Roadbook di trailrunning.it vediamo tutti i consigli per affrontarla con successo.  

L’edizione di quest’anno, pur essendo decisamente sui generis, non ha tradito lo spirito delle rocce d’Istria e regalando a molti concorrenti delle sorprese che hanno portato ad un tasso di abbandono del cinquanta percento. Facile spiegarne il motivo. 

Una partenza atipica e una prima notte strana: calda, nebbiosa, umida e caratterizzata dalla prevalenza di strade forestali. Nulla a che vedere con il clima che ci si aspetterebbe ai piedi e alle spalle del maestoso Monte Maggiore (Učka), che con i suoi 1400 metri e vegetazione bassa, rada e spazzata dal vento, sembra ricordare in modo minaccioso di essere il punto di incontro e scontro tra l’aria gelida del nord e il clima temperato della costa. Qui Il vento e il freddo non mancano mai, tanto che nel 2013 tutto il versante Nord era innevato, al contrario di quest’anno in cui le temperature erano quasi estive e le faggete agevolmente corribili e senza neve. 

dejanhren-100-milja-istre-2015-6174_aDopo la nebbia e il caldo è arrivata la pioggia, che sì ha scaricato le nuvole e l’umidità, migliorando la visibilità, ma lasciando spazio alla Bora, il vento tanto amato da chi ha radici su queste rocce e temuto da chi non lo conosce. Ed è stato proprio questo il fattore di crisi che ha colpito molti concorrenti: il caldo e il bagnato della prima parte, associati alla  stanchezza e al normale calo di temperatura con vento che non hanno lasciato via di scampo a chi non è abituato ad una accortissima gestione della temperatura corporea e del vestiario. 

Dopo questa parentesi tipicamente Carsica, di freddo e vento, arrivano nuove sorprese: il fango argilloso. Condizione decisamente inusuale per i territorio carsico, per definizione drenato e secco. Ed è proprio il fango che ha rallentato e raffreddato notevolmente tutti quelli che nella seconda parte, apparentemente più scorrevole, contavano di aumentare il passo. 

Ma alla fine l’istria premia sempre, regalando da sabato sera a domenica pomeriggio un tempo limpido e sereno che ha fatto passare la finish line alla maggior parte dei concorrenti sotto un sole estivo. 

Molte le lamentele da parte di Italiani, non certo da austriaci, sloveni o croati: “l’organizzazione doveva avvisare”, “tempo atroce”, “vento”. Come sempre noi Italiani ci distinguiamo, abituati a gare come la Lavaredo Ultra Trail, dove a 2.200 metri di altitudine, se c’è un po di neve e non si riesce a spalarla via, si tagliano i quaranta chilometri di percorso più belli. La 100 miglia d’Istria ha uno dei roadbook più completi e dettagliati che io abbia mai potuto leggere, dove viene spiegato tutto, un’ organizzazione impeccabile ma che non snatura la durezza dell’ambiente. A chi si lamenta ricordo che la gara di quest’anno era una passeggiata in confronto alla prima edizione, e semplificarla ancora la priverebbe della sua natura. Questo è il Carso, questo è correre all’aperto, più che lamentarsi va conosciuto, magari partecipando ad altre gare in questo infernale angolo di paradiso, come suggerisce Vanja Suhina di Trail Running Croatia, media partner della manifestazione. 

“Poiché il bello non è nulla,
null’altro che, del terribile, principio che noi appena sopportiamo ancora,
e tanto lo ammiriamo, perché esso disdegna, quieto,
di distruggerci”.

Le parole di Rainer Maria Rilke, passeggiando sulle bianche rocce sferzate dalla bora, disegnano alla perfezione le sensazioni da cercare.