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 a cura di Tommaso de Mottoni
Giornalista di Viaggi ed Enogastronomia, più escursionista estremo che trail runner. Sempre alla ricerca di nuove vie su sentierouno.it

La Dolomiti Extreme Trail è una manifestazione giovanissima, solo alla terza edizione, ma vanta già un apparato organizzativo degno di eventi ben più consolidati ed importanti: 350 persone sul campo a dare supporto ad un totale di circa 700 partecipanti. Un rapporto personale/corridori che potrebbero, se parlassimo di hotellerie, inserire a pieno titolo questo evento nella categoria “lusso”. Uno staff sempre presente, sia lungo il percorso che al campo base, servizi efficientissimi, docce pulitissime e senza code, per non parlare dei massaggi senza attese.
E ancora, pasto post gara con servizio al tavolo e cameriere sorridenti, ristori fornitissimi e servizio navetta ogni 5 minuti ed elicotteri a riprendere la gara e balisaggio a prova di ubriaco ipovedente.
Non vi basta? Vi regalano anche un paio di scarpe, ovviamente non a caso: prima si accertano che il numero sia esattamente il vostro.
Più di una volta, durante e dopo la gara, mi sono chiesto se fossi protagonista di una candid camera, oppure dove ci fosse il tranello, tanto il trattamento era zelante ed accorto. Alla fine di tranelli non ne ho trovati e tanto meno telecamere pronte a riprendere l’eventuale scherzo. Tutto vero. Il giudizio sull’organizzazione e sull’esperienza in sé sono quindi eccellenti, con promozione a pieni voti.

A questo si aggiunge il fatto che è una delle manifestazioni in cui, in proporzione, ho riscontrato il maggior numero di presenza straniera e di ragazze e ragazze giovani. Andando in forte controtendenza con le altre manifestazioni italiane ed avvicinandosi alla media di quanto si può osservare in Spagna, Francia, Croazia ed Inghilterra. Un ottimo lavoro anche da questo punto di vista.

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L’organizzazione è importante, ma ancor più importante è il percorso. Ed ecco che nell’osservare come viene promossa la gara, come viene percepita da molti partecipanti, che si rendono necessarie alcune precisazioni. In primo luogo trovo improprio considerarla come un primo passo verso la Lavaredo Ultra Trail. Dal punto di vista tecnico e dell’impegno la DXT ha una sua identità fortissima e richiede molto più impegno della LUT, che sebbene sia lunga il doppio si svolge lungo un tracciato molto più semplice. Considerarla quindi una “LUT Light” o un ripiego se non si è entrati alla Lavaredo è un errore piuttosto grossolano. Parliamo di un tracciato ed uno spirito completamente diversi. Tutti e due belli e interessanti, ma profondamente diversi.

Ma veniamo al nome, quello che riassume a pieno, ma non come si direbbe, la gara: Dolomiti Extreme Trail.

Dolomiti: delle Dolomiti riassume perfettamente l’essenza, in tutti il suoi aspetti. Dalla partenza sulle forestali bianchissime e curate che potrebbero ricordare il Cortina Trail, ai single track fangosi e a quelli nel morbido sottobosco di conifere. Per non parlare dei passaggi attraverso cuscini di rododendri in fiore e mirtilli in piena vegetazione. Da qui si sale verso la roccia bianca, la Dolomite, e se ne assapora ogni sfaccettatura: il ghiaione, la pietraia, il nevaio in quota come come passaggio attrezzato o il canalone dalla roccia friabile. Insomma, Dolomiti al 100% riassunte e condensate in 53 km e 3800 D+.

E’ la parola “Extreme” a riservare le maggiori sorprese. Verrebbe da pensare ad una gara “estrema” ma la DXT non lo è assolutamente, possiamo però certamente dire che è una gara che racchiude molti “estremi”: estremamente variegata, estremamente impegnativa, estremamente affollata, estremamente bella. Non è una gara estrema perché pur includendo dei tratti impegnativi e tecnici resta accessibile quasi a tutti, sia per come sono attrezzati che per come vengono di continuo presidiati, con un controllo a vista del Soccorso Alpino di tutti i punti minimamente esposti. Anzi, la definirei la gara ideale per conoscere le Dolomiti in quanto ne da un quadro estremamente completo.

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La parola finale, “Trail” è quella che potrebbe ingannare di più. Verissimo è il fatto che matematicamente i chilometri di terreno da trail sono più di quelli da Skyrun, ma altrettanto vero che le ore spese e l’impegno maggiore della gara avvengono su terreno da Skyrun.

La Dolomiti Extreme Trail riunisce in soli 53 chilometri le caratteristiche di una gara velocissima in alcuni tratti, con quelli quasi alpinistici in cui per fare un chilometro in discesa si possono impegnare anche 24 minuti. Un perfetto connubio di Trail e Skyrunning, che ha visto trionfare nell’edizone 2015 Federica Boifava che su queste condizioni trova il suo terreno ideale. Prima assoluta, con 6 ore e 48 minuti e quasi 10 minuti di vantaggio sul primo concorrente uomo, infrangendo ogni record.
Non stupisce che con tanti aspetti positivi e una così grande cura questa manifestazione sia cresciuta così velocemente, ma è questa grande crescita che riserva le maggiori incognite per il futuro. Solo la Boifava e gli ultimissimi hanno fatto la gara da soli. Chi, come me, si trovava sopra nella media ha percorso l’intero anello se non in fila, quasi. Almeno 30 chilometri di single track in cui in molti punti non era nemmeno possibile superare, con sempre qualcuno davanti o con il fiato sul collo alle spalle. I tratti esposti di sentiero attrezzato erano poi dei veri e propri ingorghi con la fila come alle Poste il giorno di scadenza delle bollette, dove, per passare bisognava prima attendere pazientemente. A questo si aggiungono le condizioni climatiche assolutamente perfette dell’edizione 2015, se quel terreno fosse stato bagnato, con nebbia o peggio ancora con vento la situazione sarebbe stata davvero “Estrema” come il nome della gara suggerisce. Ma non come ci si aspetterebbe o si vorrebbe che lo fosse. Elementi che hanno avuto un impatto modesto sull’esperienza in generale, ma che aprono una riflessione. La DXT è una manifestazione che possiamo definire ormai matura, in soli tre anni. Il numero dei partecipanti è già al massimo e sarebbe molto più sicura, in caso di tempo avverso, con cento persone in meno.
Gli organizzatori hanno tre opzioni: la prima è fare soldi aumentando i partecipanti, eliminando i tratti che non consentono il passaggio di tante persone e quindi trasformandola in una sorta di LUT ridotta e denaturandola della sua essenza.
La seconda opzione è ignorare il problema e trasformare la gara in un serpentone umano di 53 chilometri di persone che come panorama avranno il fondoschiena sudato di chi è davanti, oppure la scelta più coraggiosa ma saggia, limitare il numero degli iscritti, magari riducendolo di un poco o alzando la quota di iscrizione, che visto il servizio offerto, appare decisamente bassa.