La responsabilità degli organizzatori di trail e di consimili competizioni deve essere considerata non già dal punto di vista della nostra “comunità”, ma da quello di soggetti estranei ad essa. Potrà non piacere, ma ad oggi è un dato di fatto. L’autorevolezza che si sono guadagnati fra noi, sul campo, alcuni organizzatori di manifestazioni non è riconosciuta a questi fini negli ambienti giudiziari, nei quali prendono corpo, “in nome del popolo italiano” e non del movimento trail, le decisioni sulla responsabilità.

Il problema principale sta nell’assenza di regole dettagliate, il rispetto delle quali possa senz’altro tenere al riparo da conseguenze, anche in caso di eventi dannosi.

Purtroppo, ad oggi, le decisioni sono rimesse essenzialmente ai singoli giudici, sulla base di concetti estremamente generali (negligenza, imprudenza, imperizia, precauzione, attività pericolosa, adozione di tutte le possibili misure idonee ad evitare il fatto), suscettibili di interpretazioni più o meno rigorose, secondo la sensibilità del singolo giudicante, estraneo al settore di attività sportiva che viene in rilievo.

Nel caso di lesioni o di morte di un concorrente si apre la strada a due diversi ordini di responsabilità: quella penale e quella civile.

La prima riguarda le singole persone fisiche. Se anche la gara è organizzata da un’associazione, la responsabilità penale colpisce il suo presidente o comunque coloro che nel suo ordinamento sarebbero stati tenuti ad adottare le cautele omesse.

L’accertamento della responsabilità penale – e quindi di un reato (ad esempio omicidio colposo o lesioni colpose) – a carico di una persona obbliga la medesima a risarcire i danni conseguenti. Con ciò si crea un legame diretto fra responsabilità penale e responsabilità civile.

Quest’ultima può inoltre riguardare l’associazione come tale e, se non si tratta di associazione riconosciuta, si estende a chi per essa ha agito, che risponde con il proprio patrimonio personale.

Un buon contratto di assicurazione (non uno qualunque … e questo è un aspetto che meriterebbe molto spazio) può essere di grande aiuto sul piano del risarcimento dei danni in moneta, ma non tiene al riparo dalla responsabilità penale (casomai l’avvenuto risarcimento può indurre il danneggiato alla remissione della querela o determinare un’attenuazione della pena).

Quando si determina la responsabilità di cui parliamo, in caso di danno alla persona?

In ambito sportivo la giurisprudenza è solita affermare la sussistenza di una “alea normale”, cioè di un rischio accettato dai concorrenti con la partecipazione alla gara. Oltre tale sfera si apre quella del danno ingiusto subito dal concorrente e comportante responsabilità.

Viene in proposito precisato che non può comunque ritenersi accettato, dai partecipanti a gare amatoriali, il rischio di subire lesioni gravi con effetti permanenti.

In pratica, il rischio può considerarsi accettato solo per gli infortuni ed i danni rispetto ai quali nel nostro settore non vengono mai chiesti risarcimenti (distorsioni, escoriazioni, piccole fratture).

Non negli altri casi, neppure a fronte della sottoscrizione di liberatorie che, per quanto formulate in modo accorto, non producono di per sé alcun effetto scriminante (e tutt’al più possono costituire prova del fatto che gli organizzatori abbiano fornito determinate informazioni, eventualmente insite nel testo, ai concorrenti).

In presenza di un danno che esorbita dall’area del rischio accettato dai concorrenti per il fatto di partecipare ad una gara, la responsabilità con le sue conseguenze risarcitorie viene in essere quando c’è colpa, cioè quando l’organizzatore ha agito con negligenza, imprudenza o imperizia (rapportate allo specifico settore di attività), ovvero omettendo di adottare misure che avrebbero consentito di evitare l’evento.

Quest’ultimo profilo riguarda, per vero, la responsabilità derivante dallo svolgimento di attività pericolose, ma anche le gare sportive vengono considerate tali quando ne derivano danni maggiori e più gravi di quelli prevedibili e dei quali può dirsi accettato il rischio con la partecipazione.

Come detto, spetta al giudice nel singolo caso concretizzare gli indicati concetti generali.

Ad esempio, riguardo ai danni gravi alla persona occorsi in una gara di trail, ai fini della valutazione della colpa degli organizzatori (consistente, come già accennato, in negligenza, imprudenza, imperizia, violazione del dovere di precauzione, omessa adozione delle misure che avrebbero consentito di evitare il danno) possono venire in rilievo profili come quelli seguenti: precisione del balisaggio; utilizzo di “apripista” per garantire che i segnali non siano stati rimossi o manomessi; valutazione delle condizioni meteo e dell’eventualità di cancellare l’evento o modificare il percorso in rapporto ad esse; predisposizione di un adeguato piano per la messa in sicurezza dei concorrenti sul tracciato ed eventualmente per il recupero dei medesimi, in caso di sopravvenuti eventi meteo pericolosi; ammissione solo di concorrenti dei quali sia certificata l’idoneità fisica ed eventualmente solo di concorrenti già in possesso di esperienze su altre gare; imposizione dell’utilizzo di determinati materiali obbligatori adeguati alle condizioni di gara; verifica dei medesimi; adeguata informazione ai concorrenti circa le caratteristiche, le difficoltà ed i pericoli della gara; presidio del percorso, specialmente in punti esposti; predisposizione di un organico team di assistenza e soccorso, in grado di intervenire prontamente ed efficacemente in caso di infortuni in qualunque parte del percorso, per limitarne il più possibile le conseguenze, ecc..

Per ognuno di questi aspetti sono immaginabili misure organizzative senz’altro sufficienti ed idonee, da un lato, e senz’altro inadeguate, dall’altro. Ma a parte gli estremi esiste tutta un’ampia area di mezzo, nella quale le opinioni possono divergere anche di molto.

Si pensi, ad esempio, alla verifica del materiale obbligatorio.

Che cosa è realmente imprescindibile e deve essere imposto ai concorrenti di avere con sé sul percorso ?

Quando i concorrenti sanno di dover avere con sé il materiale obbligatorio, per la propria sicurezza, se uno di essi deliberatamente non se ne cura, l’organizzazione lo ha comunque sufficientemente tutelato con l’informativa ? E’ indispensabile la verifica e l’eventuale esclusione dalla gara ?

Già rispetto a questi interrogativi le opinioni in dettaglio possono legittimamente divergere.

Ma non è tutto. Se molti concorrenti prendono parte alla gara manifestamente sprovvisti del materiale obbligatorio, è possibile che altri, magari non molto esperti, siano indotti a sottovalutarne l’importanza, assumendo su di sé rischi maggiori di quelli che percepiscono o che sono disposti ad accettare ? In tal caso, si avrebbe una specifica colpa dell’organizzazione ?

E ancora: come giudicare il caso in cui un concorrente privo di materiale obbligatorio si trovi in difficoltà ed assorba l’apparato dei soccorsi, impedendo o ritardando l’intervento eventualmente necessario per l’infortunio ad un altro concorrente ? C’è colpa dell’organizzazione, per aver permesso al primo di essere sul tracciato di gara ?

Da altro punto di vista, si può fare riferimento al caso di un concorrente che inciampa su un comune sentiero escursionistico sul quale si svolge la gara e, cadendo in un dirupo latistante, si procura lesioni gravi o addirittura letali. Sono immaginabili cautele specifiche per impedire un tale evento, che a ben vedere può riguardare anche un gitante al di fuori di qualsivoglia competizione e dei connessi sforzi fisici ed emotivi ? In caso contrario, si può fare una colpa all’organizzazione per la scelta del percorso ?

Gli esempi e le argomentazioni potrebbero proseguire per la maggior parte degli aspetti indicati.

Dal punto di vista di un giudice, non appassionato alla nostra disciplina e non esperto di essa, che valuta ex post, magari in un processo avviato da una moglie di un concorrente deceduto e con figli piccoli, è forte il rischio che il “senno di poi” induca a ritenere che si sarebbe potuto fare qualcosa di più per evitare l’evento o mitigarne le conseguenze e quindi ad affermare una responsabilità, anche in presenza di un buon apparato organizzativo.

Talvolta si ha l’impressione che, in materia di danni, i giudici si orientino in tal senso, all’apparenza mossi più che da un rigoroso intento di applicazione della legge, dall’umana volontà di far comunque conseguire alla vittima un risarcimento, specie se in presenza di una copertura assicurativa a tal fine attivabile.

Se ciò si dovesse verificare nel nostro settore, la posizione dell’organizzatore verrebbe in qualche misura “sacrificata” a vantaggio della vittima, con uno squilibrio non confacente al ruolo del giudice che invece è chiamato ad essere equidistante dalle parti e del tutto imparziale. Inoltre non sarebbe adeguatamente considerato il valore di eventi come quelli di cui trattasi per la promozione della persona, delle relazioni sociali e, non di rado, di territori scarsamente noti e sviluppati.

In sintesi: negli aspetti legati alla discrezionalità applicativa di concetti generali ed elastici da parte dei giudici sta, oggi, il vero rischio per gli organizzatori di trail, anche per quelli più competenti e scrupolosi.

Non esistono antidoti sicuri. Infatti non è agevole immaginare rimedi, visto che si tratta di un problema (di iper-tutela del danneggiato) che è assolutamente generale – culturale, a ben vedere – e trova riscontri non dissimili a proposito di altre fattispecie di responsabilità conseguenti, ad esempio, allo svolgimento dell’attività medica, di quella scolastica, o di altre ancora.

Si potrebbe immaginare di giungere alla formazione di un protocollo ufficiale, con il contributo delle associazioni e delle istituzioni, indicativo delle regole e cautele da seguire nell’organizzazione delle gare.

Tuttavia, a parte le difficoltà che si incontrerebbero nel tentativo di porre d’accordo tutti gli attori coinvolti, vi sarebbe il rischio che la giurisprudenza consideri il protocollo essenzialmente come uno standard minimo, ferme restando comunque le regole generali di cui sopra.

In questa ipotesi, la mancata osservanza del protocollo determinerebbe senz’altro responsabilità, mentre la sua osservanza non la escluderebbe in modo altrettanto certo, sicché i problemi veri non sarebbero comunque risolti.

Una conclusione appare chiara.

Sul piano giuridico è certamente più confortevole la posizione del concorrente, rispetto a quella dell’organizzatore. Sarebbe corretto tenerlo a mente quando si critica.

Gerolamo Taccogna Gerolamo Taccogna: Professore aggregato di diritto amministrativo nell’Università di Genova e avvocato, trail runner per passione