Raccolta di pensieri sulla corsa

Non molto tempo fa, alla domanda di mia moglie «Perché lo fai? Perché corri?», lì per lì non ho saputo rispondere. È sempre difficile spiegare un amore, una passione, una fiamma che brucia in te.

Tuttavia, dopo pochi giorni, correndo lungo l’argine del mio amato Brenta, la risposta mi è giunta spontanea: «Corro perché la corsa, ad oggi, è il miglior modo che ho per pregare Dio». Se non è il migliore, è di certo il più personale, il più intimo.

Lo so, può sembrare strano, all’interno di un concorso letterario dedicato al trial running, parlare di Dio, però credo sia anche questo uno degli aspetti più belli della corsa nella natura: la varietà degli intenti, la diversità delle motivazioni che ci spingono a correre, a faticare, a sacrificarci.

Non ho capito da subito che la corsa mi avrebbe avvicinato ulteriormente a Dio, eppure per quasi dieci anni mi ero impegnato con l’anello rosso dell’atletica, allenandomi ogni giorno: cento, duecento, quattrocento metri. Poi qualcosa si è rotto e le scarpe chiodate sono finite nella borsa, e sono ancora lì.

Sono venuti gli anni dell’università, di tanti altri sport, quasi una fuga dalla corsa, da un amore che alla fine avevo lasciato con l’amaro in bocca, dopo così tanti anni…

Nel frattempo era sorto un nuovo interesse, quello per la montagna. E allora prima l’escursionismo, poi la falesia, poi il boulder, poi qualcosa d’alpinismo e infine, eccola tornare, la corsa.

Ci siamo reincontrati nell’agosto 2014, a Fiera di Primiero, pochi giorni dopo la nascita di mia figlia. Affianco a un amore nuovo, unico e assoluto, ne tornava un altro, già conosciuto ma con un volto nuovo.

Passeggiando per le vie del paese vedevo uomini, donne e vetrine con scarpe particolari, colorate, con tacchetti in gomma. Ci misi un po’ per capire che erano scarpe da trail running e non da semplice escursionismo. Le guardavo, le valutavo e, un po’ sì, mi attiravano. Finché una sera, di ritorno dalla traversata delle Pale di San Martino, le trovai sopra il letto. Era un regalo di mia moglie, nonché un invito silenzioso, un invito a tornare a correre.

Il giorno seguente mi dirigevo verso il sentiero più vicino, sicuro di poter correre tranquillamente anche in salita, ma quale sorpresa nel dovermi fermare dopo appena cento metri. Niente, troppa ruggine accumulata negli anni, ma non importa, via a passo veloce. Arrivato sulla piccola cima tornai per il versante opposto, solo discesa, tra prati e boschi. Quanta bellezza!

Fu un’illuminazione, un nuovo inizio, un ritorno alla corsa, non più nella pista rossa, ma questa volta nella natura.

Da lì in avanti la corsa fu una costante, un appuntamento settimanale, un amore ritrovato. Mi inoltravo lentamente nel mondo del trail, tra incertezze terminologiche, assenze federali, forum e i nomi di tante gare di riferimento. L’abbigliamento, l’attrezzatura, ma soprattutto i grandi protagonisti: Marco Olmo, Kilian Jornet, Anton Krupicka e tanti altri.

Nel frattempo, sull’argine del Brenta della mia cittadina alla periferia di Padova, Limena, correvo brevi distanze e guardando verso nord, eccolo là, il Monte Grappa, sullo sfondo del cielo, quasi una muraglia tra la pianura e i monti pallidi.

Il Grappa, per gli abitanti dell’alta padovana, è un riferimento, un generale, un guardiano delle campagne che si distendono a sud. La mattina, soprattutto d’inverno, quando il cielo è terso, svetta magnifico verso l’alto. Solo il massiccio del Pasubio, già più a ovest e meno visibile, può concorrergli.

Guardarlo, quando si è in macchina o mentre si passeggia lungo il fiume, è inevitabile. E per me, ormai da qualche anno, è un richiamo, un invito. Il Grappa è la mia montagna sacra.

Lo può capire chiunque passeggi tra i verdi declivi che circondano il sacrario della cima.

Lassù, dominano una grande pace e un grande silenzio e se si è fortunati, nei giorni migliori, si può allungare lo sguardo fino al mare, verso Venezia.

Un giorno, durante una delle prime uscite di corsa in montagna, parcheggiai la macchina trecento metri sotto la cima, a circa tre chilometri di distanza da quest’ultima. Dapprima mi ritrovai ad affrontare un’impossibile salita, poi però il sentiero fu meno severo, a tratti pianeggiante, e così, senza troppa fatica, correvo verso il sacrario.

Un po’ preso dalla corsa, un po’ dal fiatone, non mi ero accorto di quanto stava accadendo attorno a me. La bassa pressione, almeno credo fosse bassa pressione, aveva fatto sì che le nuvole si trovassero qualche centinaio di metri più in basso rispetto alla posizione in cui mi trovavo. Ormai mancava poco alla vetta e intorno a me, a perdita d’occhio, c’erano solo nuvole, non un angolo di pianura, non un rettangolo di bosco del Grappa. Solo verso nord s’intravedeva qualche timida cima delle Dolomiti spuntare da quel prato di nuvole.

Mi fermai e, guardandomi intorno, fui abbagliato dalla bellezza e dalla grandiosità di quello spettacolo. Spontaneamente mi si inumidirono gli occhi e piansi per qualche istante.

La Bibbia parlerebbe di una “teofania”, ossia di una manifestazione di Dio, e così la intesi anche io in quel momento. Dopo qualche minuto ripresi la corsa ed era veramente come correre in cielo.

Penso che uno dei motivi che ci spingono a fare trail running, in particolare a correre in montagna, stia proprio qui, nel correre il più possibile vicini al cielo, partendo da valle e salendo, passo dopo passo, verso la cima.

Questo insegna la corsa in montagna, a correre verso l’alto, perché alla fine, chi più chi meno, chi consciamente chi inconsciamente, è lì che vuole arrivare, proprio lassù, in cielo. Il termine inglese “skyrunning” va all’essenza di questo nostro mondo, “correre in cielo”.

Ma credo che il trail running abbia anche a che fare con la volontà dell’uomo contemporaneo di tornare alla natura. Probabilmente la città ci ha stancato, con la sua velocità disumana e il suo caos innaturale. Non una fuga, come diceva Bonatti, ma un raggiungere. Questo deve essere la montagna: una meta e non un luogo in cui scappare. Pertanto eccoci a far ritorno tra i boschi e tra i prati, a cercare un ritmo che è solo nostro, umano, a cercare un silenzio che a volte, quando la traccia non è nelle radure ma sotto l’ombra degli abeti, un po’ ci inquieta ma allo stesso tempo ci attrae, tantoché poi torniamo a correre, in quei luoghi, in quei silenzi.

È in questo senso che mi piace associare chi pratica il trail running a una sorta di monaco-laico, uomo o donna che sia. Per quanto mi riguarda rarissime volte mi sono allenato in compagnia, quasi sempre sono solo nelle mie corse ed è allora che si conoscono la solitudine e il silenzio. Il silenzio e la solitudine sono due elementi essenziali nella vita del monaco, in qualsiasi religione. Chi corre in montagna sa di dover tener conto anche di questi aspetti, che non sono scontati, almeno per chi vive in città o in periferia, dove il silenzio è morto e la solitudine non è possibile, se non in alcuni spazi dedicati.

Chi corre è quindi un po’ monaco, che per qualche ora trasforma il suo gesto in una preghiera, in un inno di lode, di grazie, chi alla natura, chi alla vita, chi a Dio e da lì, dalle alte vette, nonostante la fatica, torna nuovo, in un certo senso trasfigurato, contento.

Così, probabilmente, corriamo in montagna per elevarci un po’ dalle nostre miserie quotidiane, miserie a cui siamo costretti ad assistere o che dobbiamo subire, per stare più vicini al cielo, pur per poco tempo, rendendoci conto che la perla di sudore che sempre ci riga il volto, alla fine, ci rende felici.

C’è insomma nel trail running una sorta di aspetto contemplativo, motivo per cui più spesso dovremmo lasciare a casa l’orologio e non aver troppa fretta, per trovare il tempo di fermarci, anche solo per un minuto e contemplare i posti in cui siamo e che abbiamo raggiunto. Non credo che fermarsi significhi compiere un sacrilegio nei confronti della corsa, quanto piuttosto darle un senso più grande, come per scattare delle fotografie emotive di quegli istanti.

D’altra parte la corsa nella natura sancisce pure il punto in cui la corsa è definibile come sport, ossia c’è un momento in cui un certo tipo di corsa diventa qualcosa di più, forse di molto più grande di un semplice sport, che pur nella sua bellezza, nel suo pathos, nel fascino che possiede spesso si riduce a record, tempi, numeri.

Credo che il trail running vada più in là di tutto questo, come credo che per la maggior parte di noi correre in montagna non significhi cercare di arrivare primi, ma piuttosto di arrivare alla fine. Già tagliare il traguardo è un’impresa, da cui l’ambito “premio finisher”. Veniamo premiati non perché siamo arrivati tra i primi dieci ma perché abbiamo finito la corsa. È uno degli aspetti più belli del trail, dove si evince lo spirito comunitario di questo nostro modo di intendere la corsa, dove è più una comunità a vincere, che un singolo individuo, dove è maggiore la solidarietà dell’agonismo (quante volte abbiamo aiutato o siamo stati aiutati durante una crisi di crampi?).

Insomma, a parte per gli atleti più forti, credo che il trail running sia innanzitutto un motivo per conoscere se stessi, i propri limiti, la propria forza.

Questo aspetto filosofico-religioso della corsa sgancia la stessa dalla definizione di sport e la eleva a qualcosa di più alto, qualcosa che solo chi pratica un’attività simile può capire, motivo per cui se dico a un amico che corro per trenta chilometri in montagna il più delle volte mi sento rispondere, nella parlata locale: «Ti te si matto!».

Matto, ecco la definizione di trail runner, eppure i matti di questo tipo sono quelli che sanno vedere sempre un po’ più in là degli altri. Corriamo grandi distanze nella natura perché sappiamo cogliere la grandezza della vita, soprattutto le sfide che questa ogni giorno ci propone.

In effetti c’è un aspetto epico in quello che facciamo, me ne sono accorto la prima volta in cui da valle Santa Felicita ho raggiunto la cima del monte Grappa, quando, mentre correvo, mi rendevo conto della grandezza del gesto: com’era possibile che un uomo alto un metro e ottanta potesse competere con i 1775 metri della cima? Cos’è un uomo di fronte a una montagna? Eppure, passo dopo passo, eccolo guardare l’orizzonte dalla vetta di quella montagna, puntare lo sguardo dalla terra al cielo.

Da questo punto di vista il trial runner non è solo un monaco, ma un monaco asceta, uno che sa faticare, sacrificarsi, soffrire. Ma non solo sa cosa sono, perché quasi li cerca, sicuro che solo attraverso la fatica si perviene a qualcosa di più grande, altrimenti ci ridurremo come quelli che ci chiedono: «ma chi te lo fa fare?».

Lo facciamo per noi stessi, perché nella vita vogliamo osare un po’ più degli altri, perché vogliamo scorgerne l’essenza, provando a guardare chi o che cosa ci sia oltre il velo di mistero che la avvolge.

Io, dal mio canto, lo faccio per Dio, perché la corsa è un momento di grazia e di verità al quale non posso rinunciare, in cui posso ringraziarlo e soprattutto pregarlo, chiedendogli aiuto, perché questo è il senso della preghiera, sentire che da soli non ce la si può fare, che da soli non si corre, non si va avanti. Così ogni corsa o è una lode o è una richiesta di soccorso per me, per la mia famiglia, per gli amici, per il mondo. È una preghiera d’azione, una preghiera fisica, dove a pregare è tutto il corpo, contratto da ogni falcata, bagnato dal sudore, proteso sempre avanti.

Sembra strano, ci volevano abituare al benessere, al relax tanto osannato e pubblicizzato, ad avere tutto, a voler tutto, invece la corsa nella natura ci indica che lo stare bene, per alcune persone, passa prima per la fatica: non si arriva alla cima senza prima aver affrontato la salita.

La corsa nella natura ci ha riportato al centro della vita, ad andare all’essenziale; viaggiando leggeri ci ha fatto capire che solo attraverso la fatica si raggiungono cime e che solo da lì, anche solo per un breve attimo, possiamo sfiorare il cielo.

Opera Alberto Trevellin 

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