Correre la Barbaresco-Barolo ultra trail,non è correre un trail, perché la BBT non è un trail, ma un’esperienza di vita,e come tale,va vissuta,va goduta,ma soprattutto va raccontata.

La cronostoria che avvicina ogni runner alla propria gara,si ripete inesorabilmente in un susseguirsi di eventi scanditi da una ritmicità quasi maniacale,che porta ciascuno ad approcciarsi alla propria sfida nella maniera a lui più consona.

Approcciarsi.Proprio di questo si tratta.L’approccio,che poi non è altro che l’atteggiamento mentale con il quale ti presenti sulla linea di partenza.Quello che ti fa capire che alla fine puoi farcela.Ma non perché devi diventare un campione di fama,solo per te stesso,per realizzare gli obiettivi che ti sei prefissato.

Correre la BBT significa questo: avere l’umiltà di riconoscere i propri limiti e soprattutto avere la pazienza e la costanza,anzitutto mentale,di non mollare quando tutto cospira contro di te.In sostanza,è una trasposizione perfetta della vita nello sport.Ogni disciplina di endurance prevede sfide che la vita reale ti pone davanti ogni giorno.Per questo correre significa allenare resistenza e resilienza alle difficoltà che spesso siamo chiamati ad affrontare.

Correndo per sei ore sotto il sole,ti può capitare di piangere,di urlare dal dolore per un pezzo di ferro piantato nella caviglia,di sentire lo stomaco brontolare e le gambe lamentarsi,di mettere a tacere l’assillante voce che ti invita a fermarti e che continua a chiederti “perché?!?”.Può succedere di vedere un amico e compagno arrendersi a 6km dal traguardo,e non riuscire a fare nulla.Certo,può capitare.Ma alla fine ciò che ti resterà,sono i sorrisi nei volti delle persone,le parole dette e ascoltate,i volontari ai ristori,l’asino e le capre,il tifo dei figli dei fidi compagni di viaggio,la stretta di mano dopo essersi detti”grandi,ce l’abbiamo fatta” 300mt prima di tagliare il traguardo.Tagliare il traguardo e vedere le lacrime sul viso di tuo padre commosso e fiero di te.

Sembra incredibile come il corpo e la mente di una persona si possano adattare alla fatica snervante,a tal punto da farla diventare quasi rilassante.È assurdo ma è così.Sei tu contro te stesso e devi fare i conti con le tue debolezze per tutta la durata della gara.Non devi lasciare un minimo spiraglio di luce alla negatività,altrimenti prenderà il sopravvento e riuscirà a convincerti che mollare è l’unica soluzione possibile.

Mi è capitato,ero al km 25 più o meno,il mio fisico si appellava al “siamo già a metà”,mentre la mia testa immaginava i successivi 25 come una bestia ingovernabile.La classica storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.Ricordo di essere passata in un sentiero che sembrava disegnato,da una parte i noccioleti e dall’altra i vigneti con il Monviso sullo sfondo.A quel punto la mente ha iniziato a viaggiare nel dipinto che mi si prospettava e ha distolto l’attenzione da quella che era diventata la sua ossessione.Ho passato il 27 inciampandomi continuamente perché ero assorta nel paesaggio.Solo a quel punto ho capito che ce l’avrei fatta.

È stato un trail vissuto,goduto,sentito e pensato.A tratti anche pesato.È stato un crescere di emozioni uniche nel loro genere,impossibili da spiegare e riportare,ma che conserverò sempre in quel bagaglio chiamato esperienza.

Mi ha reso paziente e mi ha insegnato a stringere i denti,e queste sono due costanti che cercherò di mantenere sempre vive.

Ora ripenso a quei momenti e sorrido,riguardo le foto e mi commuovo.È la più bella metafora della vita che potessi sperimentare.

AMERIO CAMILLAOpera di  AMERIO CAMILLA

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