Domenica 13 settembre, in Romagna splende un magnifico sole e per tanti compagni di ombrellone  è tempo di congedarsi dai lidi approfittando di una delle ultime belle giornate in cui è possibile trascorrere del tempo in spiaggia. Così tanti ragazzini si danno appuntamento all’anno prossimo tra abbracci e qualche lacrimuccia, giovani padri e giovani madri maledicono l’inverno alle porte e i bagnini malinconicamente sono costretti a chiudere gli stabilimenti. In pratica la tristezza regna sovrana qua in riviera.

L’avete bevuta? Dai, occasioni come queste non sono altro che una  scusa per organizzare l’ennesima grigliata della stagione balneare! Purtroppo o per fortuna ( vista la pancetta ) sono costretto a marcare visita questa volta. Diciamo pure che la mia passione per il cibo per una volta si è inchinata ad un’altra mia grande passione, la corsa in montagna. Quindi con il pensiero delle graticole fumanti sul lungomare di Rimini in testa,  mi ritrovo a scendere dal col D’Arp, in direzione Valgrisenche sotto un cielo nerissimo che fino a un quarto d’ora fa ha imposto la sua legge ed ancora non accenna a migliorare. Qualcuno della mia combriccola fa lo spiritoso oppure realmente non sa che fine ho fatto e mi invia degli sms per descrivermi ciò che mi sto perdendo di quella tavola imbandita, ma pazienza, sono al settimo cielo, sono in mezzo al niente o al tutto, dipende dai punti di vista, sono in Val d’Aosta, sto partecipando al Tor…

Dopo aver aver superato Passo Alto si comincia a scendere tra single track e pianori dove è possibile affiancare qualcuno e chiacchierare un po’, nemmeno si stesse passeggiando in viale Ceccarini. Di fianco il rumore di un corso d’acqua che col suo impeto accompagna la mia corsa stentata alla ricerca dell’appoggio migliore, quello in grado di evitare i punti più bagnati e le pietre più scivolose! A breve mi aspetta un ristoro o almeno questa è l’indicazione di chi sta percorrendo quel tratto insieme a me. Infatti ecco che ci siamo, prima della salita al col de la Crosatie, c’è un buon ristoro con brodo caldo e polenta. Ed è abbastanza freddo per consumare un piatto di uno e un piatto dell’altra. Decido di fare a meno di fontina e mocetta, li salto come ormai da qualche ora sto saltando radici e pozze di fango. Trovo uno spazio per appoggiare i bastoncini e puntualmente osservo i volontari che sono di una gentilezza unica, encomiabili per impegno e pazienza.

La vera anima di questa mitica gara. Siamo solo all’inizio ma arriviamo sfiniti, uno dopo l’altro, oppure a manciate, come granelli di sabbia in balìa del vento e veniamo serviti e riveriti con tanto di sorrisi sinceri e ammirati che già di per sé valgono il prezzo di quelle fatiche! Ma chi ve lo fa fare? La domanda sorge spontanea e la risposta potrebbe benissimo specchiarsi nella domanda.

Saranno passate almeno seicento persone prima di me, atleti contenti, disperati, polemici e infreddoliti, ma niente, la felicità sulle facce degli addetti ai ristori non è minimamente scalfita! I loro volti non risentono delle difficoltà.

Mentre rifletto su questo privilegio e soprattutto dopo aver bissato il piatto di polenta, realizzo che sono quasi le otto di sera e la notte incombe, abbiamo forse ancora una ventina di minuti di luce e poi vai di frontale. Anzi meglio avvantaggiarsi e indossarla!

Subito attraverso un corso d’acqua in maniera abbastanza agevole e mi infilo in un bosco dove già senza luce sarebbe molto difficile andare avanti! Evito di consultare la cartina del tracciato per non pensare al dislivello che mi aspetta, l’adrenalina in corpo è ancora tanta e non voglio rovinare quei momenti.

È la mia prima notte al Tor, ha piovuto per tutto il giorno. A me piace anche la pioggia di solito, ma dopo tutta quella di oggi, almeno al calar del sole mi auguro di stare all’asciutto e godermi qualche stella.

Sigh! Neanche il tempo di terminare il pensiero che comincia a scatenarsi un inferno.

Evidentemente le stelle per il momento me le posso dimenticare!

Intanto i due valdostani che mi precedono optano per dei ponchi che proteggono anche lo zaino. Io, che ho investito un milione di dollari (forse ho esagerato!) nel materiale tecnico, naturalmente non ho pensato ad un poncho da cinque euro che in quei frangenti farebbe la differenza. È rimasto nella sacca gialla. Devo ricordarmi di metterlo nello zaino alla base vita!

D’altronde è antiestetico, mi dico, ma ci sarebbe ben poco da scherzare, sono proprio un pirla!

Fortunatamente ogni cosa nello zaino è imbustata alla perfezione affinché rimanga asciutta!

La salita è impervia e, avvolta da nebbia e pioggia, non lascia tanto all’immaginazione. Cerco di non perdere il treno dei ragazzi che ho davanti, non vedo un tubo e loro avranno percorso quel tratto non so quante volte in allenamento.

Sono tutto sudato perché stiamo tirando come disperati, mossi da quella frenesia che fa pensare che prima ci si toglie da una situazione simile e meglio è!

Ogni tanto sorpassiamo qualcuno!

Il fiato illuminato dalla frontale mi ricorda quanto è bassa la temperatura!

Zigzagando guadagniamo pochi metri di altimetria alla volta. Pare quasi di essere fermi e impotenti di fronte al colle. L’acqua continua a scendere copiosamente, è un’ora che stiamo salendo e mi sembra di inseguire due pagliai più che due persone, vista la forma che ha preso il loro poncho in balia delle raffiche di vento!

La cima è nascosta e sarebbe consigliabile guardare avanti a sé senza preoccuparsi di volgere lo sguardo troppo in alto. Curiosare e cercare di scorgere la fine della salita porta a cattivi pensieri e alla fine si finisce col demoralizzarsi. Ma la tentazione è tale che fisso di sovente le frontali lontane da me qualche decina di metri più su. Le vedo svanire nella foschia e spero sempre che scompaiano perché hanno scollinato. Appena la nebbia si dirada però la mia speranza viene puntualmente disattesa e le stesse ricompaiono.  A volte mi capita di prendere a calci un sasso come un principiante e qualche piccola stella il dolore all’alluce me la fa intravedere . Piccole come me di fronte a questa montagna, penso! Cazzo com’è alta, e la chiamano colle!

Davide uno dei due valdostani fa il passo e con qualche urlo tiene su il morale della truppa.

Tutto a posto? Coma va ? Ci siamo quasi! Dai ! non manca tanto!

È giovanissimo ma che grinta. Gli sono grato per quegli incoraggiamenti, ma visto il tempo da cui non fa che ripeterlo, non gli credo quando dice che ci siamo.

Oppure, potrebbe anche avere ragione, ma quella salita mi sembra eterna e ho perso la cognizione di quei minuti oramai dilatati a causa della sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato! Finalmente sembra che il paesaggio stia cambiando. Si comincia a calpestare la roccia invece del solito fondo fangoso. Non so cosa sia peggio!

Incomincia l’attacco alla vetta del colle e continuiamo a superare atleti più lenti. Qualcuno si accoda. Vedo pietre enormi e gradoni su queste pietre, dove i bastoncini faticano a fare presa! Spesso diventano un peso più che un supporto perché si piantano nelle fessure e non c’è verso di accompagnarli al passo successivo.Vigliacchi, non mollatemi adesso (riferito ai bastoni)!

Merda, la vedo male e questa è solamente la prima notte, il terzo colle!

Me l’ero immaginato diverso il Tor!!!

Il passaggio è stretto, la concentrazione altissima, i miei piedoni ci stanno giusti giusti.

Guai ad inciampare, nella migliore delle ipotesi ci si farebbe tanto tanto male. La peggiore preferisco non prenderla in considerazione.

Madonna mia! È dura ma arrivati a questo punto tornare indietro sarebbe peggio, tenendo conto poi del tempo del cancello alla prima base vita non posso assolutamente permettermi ulteriori rallentamenti.

In una gita domenicale sarebbe saggio trovare un luogo protetto e aspettare che migliori il tempo, magari cambiarsi e poi continuare prendendosela con tutta calma, ma qui non si possono perdere minuti preziosi attendendo che spiova al riparo da qualche parte, primo perché non c’è un riparo, secondo perché è impossibile capire quanto durerà la perturbazione, e terzo perché si rischierebbe di brutto di restare fuori da quel maledetto cancello orario!

Tirate le somme non rimane che continuare inesorabilmente cercando di non perdere il passo, a testa bassa, cocciuti come muli!

In cima al col de la Crosatie (colle?!?!), un gruppo di fronte a noi conferma di non essersi mai trovato su questo colle in queste condizioni nei vari allenamenti. Secondo loro la direzione di gara dovrebbe interrompere la competizione prima che qualcuno ci lasci le penne come già accaduto in passato! Che dire? Non so se hanno ragione o meno e sinceramente non m’importa! Cerco di stare nel mio prendendo meno rischi possibili e al diavolo il cronometro! Conta solo la buccia (la pelle)! Nessuna polemica comunque, ognuno è libero di pensarla come vuole!

Da quando mi sono avvicinato alla corsa in montagna ho capito che lamentarsi serve a ben poco, come nella vita di tutti i giorni del resto!

Qualcuno del mio gruppo deve fare pipì e popò, così decido di attendere nel gabbiotto di plexiglas della protezione civile ma come faccio per entrare, mi accorgo che è strapieno di atleti con principi di ipotermia che probabilmente non continueranno. Mi fanno cenno di no, che non c’è posto, prontamente dico a Davide e agli altri di sbrigarsi perché il vento è freddissimo e non so quanti gradi sotto lo zero ci stanno massacrando in quella notte. L’acqua schiocca sulla mia giacca in goretex e i pantaloni anti pioggia. Penso a quando sarà terminata la bufera e tutto questo gelerà inesorabilmente e allora sì, saran dolori.

Adesso occorre fare girare le gambe in discesa, mettere da parte la fatica e velocizzare la nostra azione per fare in modo che la temperatura corporea aumenti e resista a quel clima.

Che brutta storia !

La visibilità è ancora scarsa e la discesa è di quelle che nel trail sono definite tecniche visto che inizialmente è costituita da un fondo di rocce ormai rese scivolosissime dalla perturbazione! Mi viene da tossire ogni tanto e ben presto mi accorgo che devo trattenere il vomito quando accade. Più tardi mi spiegheranno che quei sintomi segnalano un principio di ipotermia.

L’elastico della frontale è talmente bagnato che spesso mi scivola in basso e mi ritrovo con la luce sopra il naso e come se non bastasse rischio di prendermi qualche distorsione su quel fondo così ostico. Ogni mio passo porta in dote duemilacinquecento pensieri!

Chi me lo ha fatto fare? Quando finisce questa cosa? Arriverò in tempo? Anzi arriverò?

Ma corro come non ci fosse un domani (almeno credo) e uso poco i bastoni per le troppe pietre.

Il fiato caldo davanti agli occhi ci fa sembrare delle locomotive che sbuffano! A circa dieci minuti dall’inizio della discesa, sulla sinistra, la lapide a ricordo del cinese che due anni fa perse la vita qui al Tor.

Forse in una serata come questa, immagino. Forse il gruppetto incontrato in cima si riferiva a questo episodio.

Se ne sono dette tante da casa, ma in realtà, ammesso che la lapide sia posta nel punto dove è successo il misfatto, devo ricredermi e concedere che quando deve capitare ti capita. Non era un tratto del percorso tra i più difficili.

Intanto i cattivi pensieri cominciano a far breccia nella mente. Provo a scacciarli con tutte le mie forze, a farmi coraggio e pensare alla soddisfazione nel portare a casa un’edizione così difficile del Tor. Sarebbe epico!

Ma l’illusione dura sempre meno!

Rifletto sempre più sul ritiro, sull’opportunità di fermarmi e godermi il letto per l’intera notte, senza abbandonare quel toccasana dopo due ore per rimettermi subito in marcia verso chissà quale altra disavventura!

In cima ci hanno detto che in un paio d’ore saremmo arrivati a Planaval, adesso almeno fino lì devo tenere duro, ammesso che mi ritiri oppure che continui.

Dove sono, nessuno è in grado di venirmi a prendere e fa sempre più freddo contro ogni previsione.

Perdiamo quota, sì, e velocemente percorriamo il sentiero ma il freddo non fa che aumentare.

M’aspettavo l’esatto contrario. Tutti ce lo aspettavamo!

Il vento è ancora forte e l’acqua  non ha smesso un istante, calze e scarpe sono un tutt’uno con il terreno. Sono super impegnato nel tener d’occhio i miei compagni e dove metto i piedi.

Da un po’ ci ha raggiunto un altro concorrente che ha preso posto davanti a me!

Scende con una disinvoltura eccezionale. Con la coda dell’occhio seguo i suoi passi, quasi plastici! Tiene i bastoni in una mano e dà l’impressione di non  faticare minimamente!

Come lo invidio!

Per fortuna a fondovalle adesso si intravede qualche luce, la nebbia almeno si è dissolta. Uno dell’organizzazione ci avverte che tra un’ora saremo al ristoro di Planaval! Come?

Non la prendo bene, secondo le informazioni ricevute in cima avremmo già dovuto esserci in quel ristoro ed invece manca ancora un’ora! Un’interminabile ora di marcia!

Probabilmente siamo scesi ad una velocità talmente ridicola che il tempo che ci avevano suggerito andava rivisto!

Certe informazioni però, quando si ha qualche esperienza di trail, si impara che vanno sempre prese con le molle!

Ma questa volta mi  fidavo cazzo! Non so perché ma mi fidavo e quindi ci rimango male, molto male!

Sto convivendo da qualche ora con vomito, freddo, scarsa visibilità e in verità anche tanta paura di scivolare e farmi male!

È fatta, decido che una volta arrivato posso anche ritirarmi, è finito il divertimento diversi chilometri fa e continuando accrescerei soltanto la sofferenza e la negatività che mi porto dentro.

Voglio solo liberarmi dello zaino e di questo fardello nel più breve tempo possibile.

Sono abituato a soffrire ma c’è sempre un fondo di gioia che mi accompagna nella corsa!

A dire il vero la mia non è più neanche una corsa, con tutto quel disagio ora è più uno scappare da quel colle!

Sei mesi di allenamenti, mi ripeto, sei mesi buttati a causa di una perturbazione infame! Qua però decide la montagna! Non importa chi sei e cosa hai fatto, arrangiati perché questo Tor per portarlo a casa richiede molto più delle qualità che hai dimostrato di avere fino ad ora. Oltre alla testa e al fisico, ci vuole un gran cuore e un po’ di fortuna!

Cuore che al momento non credo di avere così come sono certo di non essere stato baciato dalla fortuna ovviamente!

Ci posso sempre provare l’anno prossimo!

Rallento e resto un po’ indietro, sconsolato, ma vedo sempre le frontali dei miei compagni qualche decina di metri avanti a me. Né il clima , né il percorso mi pesano. Mi sto arrendendo allo sconforto.

Dire a tutti che ci ho provato, rispondere ai messaggi degli amici che chiedono come va! Ora penso a questo e ad altre sciocchezze che mi sottraggono energie per continuare.

Avanzo e in una curva trovo una famiglia con due bambini piccoli tutti incappucciati.

È tardi, cosa ci fanno ancora lì?

Dietro, vedo delle casette, magari abitano in una di quelle!

Li supero e poi mi fermo e convinto di chiedere un po’ di ospitalità per scaldarmi, faccio per tornare verso di loro, ma questi prima ancora che pronunci la mia supplica mi dicono che sono un grande, è quasi fatta e che manca un chilometro al ristoro di Planaval!

Sorrido e do un cinque ai bimbi! Poi piango e trascino le gambe su quel tratto in asfalto mosso dalla disperazione. Sorpasso i miei compagni di viaggio senza nemmeno accennare ad un saluto, senza più avvertire la fatica.

Non vedo nient’altro che la luce del ristoro oltre un ponte, in fondo ad uno stradone dritto!

Forse la immagino solamente ma raccolgo le mie ultime forze e continuo a scappare da quel maledetto colle!

Il tempo di mostrare il braccialetto con il cip e alla domanda di cosa hai bisogno, rispondo che vorrei stendermi al caldo con un paio di coperte!

E per fortuna dietro alla tenda in cui è stato allestito il ristoro c’è una pizzeria.

Il titolare del locale mi fa accomodare su di un divanetto e mi consegna due spesse coperte di lana.

Seguito a ripetermi di non essere all’altezza del Tor, perlomeno non di quel Tor e con quella certezza in testa mi addormento all’istante, prima ancora di aver goduto della sensazione di caldo.

Adesso potrei arricchire il mio resoconto raccontando di aver fatto un sogno in quel frangente, uno di quei sogni rivelatori ma non è accaduto niente di tutto questo.

Ricordo di essermi svegliato mentre in televisione stavano trasmettendo uno di quei programmi dove qualcuno compra all’asta il contenuto di un garage a scatola chiusa!

Sono in Valle d’Aosta con un clima tremendo e un programma alla tivù che non guarderei mai nella vita!

Cosa sta succedendo?

Ho sempre il mio braccialetto bianco al polso! Non so neanche perché!

Finché non lo consegno sono in gara!

Pensavo di aver comunicato il mio ritiro prima di chiedere le coperte ma evidentemente non è così! Mi accorgo di essere ancora vestito con la stessa maglia con cui sono partito! Decido di cambiarmi, andare in bagno e bere un’aranciata al bar del ristorante!

Già, proprio quell’aranciata che non trovavo nei ristori precedenti!

C’era di tutto ma mai l’Oransoda che desideravo!Finalmente una buona notizia per il mio stomaco.

Coraggio, sbrigati Massimo, qualcosa sta girando ora, magari sei ancora in tempo per arrivare alla base vita in orario (chissà quante Oransoda ti aspettano là?)! Non credo, da lì manca ancora circa un’oretta! Ho perso troppo tempo dormendo! Già! Dormendo!

Ma che ore sono?

Chiedo al barista e quello che a me è parso un tempo irragionevole di sonno in effetti sfiora sì e no i trenta minuti. Ho dormito così poco? Eppure sembro nuovo, sto molto meglio, e soprattutto sono ancora in corsa! Il tizio in televisione avrà preso una cantonata oppure fatto un affare? E chi se ne frega? Tra novanta minuti esatti chiude il cancello di Valgrisenche, ne dovrebbero bastare meno  per arrivare tenendo un discreto passo, posso farcela!

Opera di Sacanna Massimo

VOTA QUESTO RACCONTO