Un viaggio inizia da un punto di partenza. Difficile definirlo quando si parla di una ricerca spasmodica, devota a un sentimento di comunione con il mondo, a una voglia infinita di sentirsi libero, scevro da qualsiasi forma di regolamento esistenziale.

Estate 1993, un ragazzino di 10 anni è in gita al campo scuola estivo organizzato dalla parrocchia. Nella sua gracilità e dolcezza, si cela la voglia di essere grande, forte, temuto e ammirato. Come qualsiasi suo coetaneo, sogna in grande, attraverso quei i suoi occhioni che riflettono immagini che prendono il volo nella sua mente, voli pindarici di grande immaginazione.

Il sogno più grande non ha un significato certo, riconoscibile, intuibile. Resta nascosto. Ci vuole si, fantasia e tanta, ma per capire bene cos’è questo sogno, cos’è questa strada da perseguire, ci vorranno anni di formazione, di costruzione. Costruire quell’anima matura e allo stesso tempo sempre un po’ bambina che sta dietro ad ogni viaggio.

Quella settimana di campo scuola il ragazzino non se la vive proprio benissimo. Assediato dai continui mal d’auto e annessi volta stomaco e  preso di mira dai ragazzi più grandi. Fortunatamente ci sono anche valide amicizie, ma soprattutto nasce in lui una passione vera che gli cambierà la vita. Una passione che terrà in sospeso per diversi anni, quelli dell’adolescenza, ma che poi tornerà a scuotere il cuore e a regalare momenti di rara verità e bellezza. Quella settimana la trascorrono a Luson, piccolo comune altoatesino, fra la Val d’Isarco e la Val Pusteria. A una certa età è difficile apprezzare profondamente certe cose. Una settimana a girare alla rinfusa per i sentieri, fra villaggi, vallate e montagne, è un’esperienza non certo idilliaca per un gruppo di fanciulli e fanciulle venuti da una città di mare. Sono elettrizzati dal fatto di essere lontani dalla supervisione genitoriale, ma di scorrazzare per ore, immersi nella natura incontaminata, a loro ben poco importa.

Qui nasce un amore, di quelli veri e forti e senza dubbio duraturi. Luson è un piccolo comune, sparpagliato in più frazioni, racchiuso fra montagne meravigliose e caratterizzato dalla presenza costante di malghe alpine che ti aprono l’anima, con i loro odori, i loro sapori, i loro silenzi, i loro colori e quella loro perfezione dettata da  una sensazione di etereo che emanano.

Insomma un posto unico, come tanti posti unici, che dona piacere alla vista e porta a essere parte del mondo, in perfetta sintonia con ciò a cui davvero apparteniamo, Madre Natura. Le montagne che accarezzano il cielo regalano istanti di meraviglia variopinta. L’Alpe di Luson è lì davanti a quegli occhi, i miei occhi, tutt’attorno all’orizzonte si scorgono montagne via via più alte, che mozzano il fiato, che donano un senso di quasi inadeguatezza. Mi sento così piccolo, ancora più piccolo di quello che in quel periodo in realtà sono. Mi sento minuscolo, quasi mimetizzato in mezzo a tanta bellezza, a tanta semplice assolutezza. Li scoppia una passione profonda, quella per la montagna. Per diversi anni in montagna ci andrò poco, ma quel sentimento di immensa pace e libertà lo raccolsi dentro proprio in quei momenti. E a quelle sensazioni anelo almeno in parte ancora oggi.

Le pagine adolescenziali scorrono veloci, come è veloce la voglia di “essere grandi”, di sentirsi davvero degli adulti. Sono gli anni in cui in me si costruisce l’anima dello sportivo, un’armatura solida e ben strutturata dove riporre le mie ambizioni di rivalsa. Il calcio calamita a sé troppe piccole grandi aspettative e fu così anche per me. Spesi tanto, troppo tempo, a capire che quello non era il mio mondo, non era il mio modo di vedere e vivere lo sport. L’impegno molto spesso non era parificato alle possibilità di giocare il sabato o la domenica mattina. Dentro di me si fa strada la voglia di viaggiare attraverso il corpo, la corsa, l’atletica è quello che fa per me. Fin da piccolissimo, avevo interiorizzato il piacere di correre. Mentre correvo, non pensavo alla fatica che stavo facendo, bensì alle emozioni che la corsa che mi regalava: sentire il fiato corto fondersi nei polmoni, le gambe indurite dallo sforzo, il cuore battere all’impazzata. Tutto ciò mi donava, gioia, gioia vera. Perché mi faceva sentire vivo e tuttora è questa la sensazione principale che ricerco quando mi metto addosso un paio di scarpe da running. Un adolescente alle prese con sogni di corsa. La cui anima è ancora un ibrido di speranze, insicurezze, scoperte.

Capisco, che posso correre bene, almeno abbastanza bene e piuttosto veloce. Non sono una scheggia, ma possiedo buone caratteristiche di resistenza alla velocità e ciò mi garantisce di poter migliorare con costanza. Contemporaneamente, torno ad assaporare Madre Natura. Camminandoci spesso attraverso e ogni tanto correndoci su. Il Carso triestino non è l’Alto Adige, ma è un contesto di splendida durezza, una durezza che tasti a suon di passi svelti sulle sue dure pietre. Su quelle pietre inizia un’idea, che parecchio tempo più tardi diverrà stile di vita.

Passano gli anni e quel piccolo sognatore dagli occhioni persi nel nulla, diventa grande o almeno pensa di esserlo. Diverse vicissitudini lo portano ad allontanarsi e poi riappacificarsi con il suo corpo, filtro essenziale per essere tutt’uno con questo pianeta e con l’energia che ci trasmette. Torno a correre, non manco molto ai trent’anni e mi dico o ora o mai più per tornare a sognare. Il vegetarianesimo e una buona dose di volontà mi riportano a un più che onesto stato di forma psicofisica, da qui ripartono come comete luccicanti nuove, nuovi progetti. La prima mezza dal ritorno all’attività agonistica, il torneo podistico provinciale, la prima maratona, i primi trail dietro casa…no quell’anima del piccolo viaggiatore in cerca d’avventura non è saziata. Vuole di più, vuole essere ciò per cui è nata.

Il giro deve chiudersi, la ruota deve ritornare a quel punto. Luglio 2013, esattamente 20 anni dopo, giorno più giorno meno. Sono tornato a correre con fini agonistici da un annetto e mi sto migliorando velocemente. Ormai esco con regolarità giornaliera e i giri su sterrato e sentieri, fanno parte del mio DNA. Voglio ringraziare quell’anima, voglio arricchirla, farle capire che dentro di me può trovare terreno fertile. L’anima del trailer trova compimento nel mio primo vero Ultra Trail, scelgo l’Alto Adige ovviamente e parto senza mezze misure, 121 km e 7100 D+ circa. Beh, anche se quella gara verrà fermata per maltempo in quota e definitivamente sospesa (essendoci anch’io fra i “sospesi” dell’ottanta e passa kilometro), capisco che è la mia strada. Il giro è compiuto, l’anima del trailer è venuta fuori, si è espansa e nell’arco di vent’anni ha trovato maturazione. Una maturazione lenta, ma che ha portato frutti sinceri e succosi. Da allora i sogni hanno il potere vivace delle emozioni forti vissute sulle Dolomiti, sulle Alpi Marittime, sul Monte Bianco, sugli Appennini e molti altri colli e monti nostrani e non. Tutto per una piccola soave vertigine, quella vertigine bambina, che mi fece innamorare della montagna. Tutto per quella fanciullesca voglia di essere avventuriero e viaggiatore, di essere impavido e burlone, usando esclusivamente il mio corpo per essere viaggiante. Viaggiando nel cono di una luce frontale nel cuore della notte, deliziandomi all’alba con passi pesanti e respirando affannosamente al tramonto con ai piedi un paio di scarpe da trail e sulla schiena uno zainetto…si sono quel piccolo viaggiatore dei sogni che volevo essere.

Opera di Nazareno Salpistis

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