Improvvisamente, eccomi, eccolo il traguardo. Un ultimo sforzo sopra i sassolini fianco alle papere dello stagno a lato dei bimbi, famigliole e mamme”

Sono un cadavere verticale, morto. Forse chissà mille volte tuttavia senza mai morire. Lo stato della mia putrefazione è evidente, in stato avanzato. Sono chilometri che sento l’odore, la puzza della mia carcassa. Corro, mi arresto, cammino, avanzo, e dispero  nel mentre da tempo è iniziato il processo della mia decomposizione fisico sportiva. Una volta si sarebbe detto “U le da caccià in tu liamme”. Oggi invece, sarebbe sufficiente sentenziare:

Piantala lì, arrenditi.

Sono distrutto, crollo esamine a terra (in realtà mi siedo a terra). Mi sono consumato, prosciugato. Sfinito senza accorgermi di nulla: è successo subito dopo esser stato costretto a procedere a  “quattro zampe”, superato un paese di pietra abbandonato. Laggiù la vita un giorno lontano fu interrotta o forse sospesa nel tempo. Se ne andarono; oppure no lo abbandonarono volontariamente. Due gesti, azioni all’apparenza simili, tuttavia molto diversi e significativi. Ho in faccia, posso toccarli col naso, seicento metri di dislivello in poco meno di un chilometro tra ciuffi d’ebra, pietre smosse, rovi e sogni conati. Un risalire impossibile (per me) un erodere, sgretolare prima di sparire. Colmo il secchio dei segnali di resa da li a breve diverranno inconfutabili. Così, tentando di risalire di seguito la piramide bionda, una parete verticale dalla chioma tutta d’erba pettinata a vento, un muro alto, enorme; eretto dalla provvidenza chissà quando, muta le proprie sembianze, trasmutando da catasta verde a mucchio orrido. Un mostro. Un orco, diavolo tremendo, un ostacolo insormontabile, nemico senza pietà. Mi accascio esangue ben tre volte. Girato di schiena, vigliacco, non riesco nemmeno a guardar negli occhi il mio carnefice.  Mi rialzo, guardo il cielo che mastica le nuvole, cerco qualche santo. Niente, nulla solo pensieri grigi, tentazioni e tentativi. Bestemmierei, ma no cazzo, non posso, non voglio, resisto.

Strozzare una bestemmia in gola equivale ad uccidere un mostro!

Incurante, il vento riposa quieto sopra il mare abbracciato e stretto forte a Genova. Quassù  tutto è più bello, pure la città sembra in pace, lontana, ma distante dai vorticosi e frenetici ritmi assurdi della quotidianità.  L’orizzonte  è un dipinto velato, un ritratto acquerello dai tratti diluiti all’aperto, intanto tenta di sfuggire all’autunno. La riviera è appena accennata come una pennellata celeste, tenue, delicata.

                                 Sono una foglia caduta dall’albero della vita che si scrolla di dosso: gli anni, i giorni e le ore. Una lamella accartocciata, ingiallita, colorata dal tempo; logora in breve toccherà poggiando al suolo annientata. Ricado e mi rialzo, testardo “mi riprendo”. Si magari, invece mento anche ora che mescio inchiostro sul bianco. Sono confuso, pesante. Mi sento… in realtà sono grosso, ingombrante, fragile debole e abbattuto. Ripenso, rivivo l’attesa, l’emozione dell’esordio, della prima volta. Gli attimi prima della partenza, Mi volto giro attorno attorno con la consapevolezza che in molti mi asfalteranno.

Mi guardo in giro e sono tutti migliori di me.  

Allora fuggo e il cuore va in direzione delle “creuze” dei passi della salita, dal muschio e l’ombra del bosco prima di raggiungere quel forte solitario. I ricci sugli alberi gravidi di castagne “nascendo” rimbalzano al suolo tonfi sulle pietre, lucide, brillanti, scivolose quanto il ghiaccio sui vetri. Il primo sole mi accoglie fuori dalla boscaglia, è tale alla prima volta “atteso” portatore di una calda e morbida carezza. E’ amore, “estate” a prima vista … si folleggia. I tornanti per salire al possente brillante sono storici, suggestivi, salgono e non ti uccidono, ritornano ma non ti risparmiano. Infine, improvvisamente il Gigante: la notte è ancora attaccata alle sue grevi muraglie. Trapassandolo si ha la sensazione di un transito storico, macchina del tempo. La discesa è verticale, fortunata ed asciutta. Un giocattolo comunque cui prestare attenzione. Adesso è sole e bel tempo, solidarietà, bella gente tinta di rosso a strisce bianche. Sentieri, ora vecchie mulattiere muretti a secco scolpiti nel tempo, smussati dall’età, segati dal clima, tanto da non risultare mai più corpi estranei nell’ambiente circostante. Bensì  mariti e spose, padri e figlie. Una natura a tratti incontaminata: ruzzoli d’acqua immacolata, sponde di pietra vivida, acuminata. Contrapposti ad altri violentati dalle precipitazioni oramai divenute implacabili, bombe dalla precisione chirurgica, ove esplodendo creano voragini, frane mosse e macerie perenni. Scrivo e mi placo, scrivo e sto meglio; ho il volto segnato dallo sforzo, le vene sulla fronte pulsanti: gonfie e crepate.       La pelle di braccia e gambe sfiorate dal sole. Dimentico altri innumerevoli semplici gesti, particolari; so già  che affioreranno quando avrò messo il tappo alla penna. Oramai sarà tardi. Comunque sarà, le emozioni vissute e condivise resteranno appese, appiccicate all’anima, fissate, impresse negli occhi. Rivivrò per giorni tutti questi passaggi, i passi e le cadute. Quella farfalla alta in cielo, troppo alta da raggiungere, impossibile seguirne il  sorriso. I volti sconosciuti ma simili nel dolore, nello sforzo e nella fatica. Quelli noti …

Col tempo forse sarò meno severo e mi accetterò per quel che valgo. Un uomo al vento con una valigia fatta di sogni e limiti. Barriere che via via il tempo fortifica e dilata soffocandomi in gola il respiro.

Opera di Gilberto Costa

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