Ero piccolo, molto piccolo, ma – quel giorno – quella sensazione dentro di me era grande, troppo grande. E spingeva, cercava di farsi largo, di sopprimere le altre emozioni che abitavano il mio corpicino. Non sapevo ancora identificarla, darle un nome o un perché: come avrei potuto farlo a quell’età da scolaro? Chissà, probabilmente ne ho pure parlato in un tema. Sì, potrei averlo fatto. “Ragazzi, su, aprite il diario. Vi assegno un compito da portare a settembre”. È il classico ritornello intonato da ogni maestra di Italiano appena prima che l’ultima campanella apra finalmente la stagione del sole e del divertimento. “Scrivete un testo che racconti una giornata delle vostre vacanze”. Ah le vacanze… Non che mi dispiacesse andare a scuola, ma l’estate mi portava sempre quel regalo che neanche Babbo Natale avrebbe potuto permettersi: un mesetto da trascorrere in montagna. Sentieri, panorami, funghi, aria fresca, strade che magicamente vanno su e giù, formaggio buono e quegli zii che ci ospitavano e che io invidiavo moltissimo. Abitavano là per tutto l’anno, in paese d’inverno e, appena il tempo lo permetteva, si trasferivano più in alto, in una specie di baita che a me ricordava quella del nonno di Heidi.

Il giorno di quella sensazione forte ed indecifrabile era cominciato come tanti altri. Ma il suo proseguimento ha trasformato quel momento così lontano nel tempo in un ricordo assai vicino nella memoria del cuore. Era estate, è ovvio. Basta mattinate con le gambe sotto i banchi di scuola, basta orari rigidi, basta ricreazioni troppo corte. “Ciao maestre, io me ne vado in montagna. Ci vediamo a settembre. E, sì, state tranquille: troverò il tempo per fare i compiti, soprattutto il tema di Italiano”. In quel paese a 800 metri di quota, che aveva originato il ramo materno della mia famiglia, non mi sarebbero mancate le ispirazioni per scrivere. Soprattutto perché, almeno una volta alla settimana, arrivava il giorno della gita. Una giornata di festa che cominciava all’alba e finiva al tramonto. In montagna, infatti, bisogna rispettare i ritmi del sole e dei suoi cugini: vento, pioggia, grandine, nebbia.

La sveglia suonava sempre presto. La colazione era abbondante, gli zaini già pronti, colmi di tutto il necessario e anche di più. Il pranzo al sacco. Un ricambio. Una cartina per orientarsi. E il telo da sdraiare sull’erba per il pic-nic. Poi le varie ed eventuali: macchina fotografica, binocolo, coltellino svizzero. Mamma e papà conoscevano bene i sentieri di quella zona. Se non altro perché, ogni tre per due, erano costretti a ripetermeli come una litania. “Certo, Luca. Oggi partiamo dalla chiesetta, camminiamo un’ora nel bosco, poi spuntiamo nella piccola valle dove c’è quel laghetto. Ricordi?”. Quella volta, però, non avevano saputo darmi indicazioni preventive. La variabile, che avrebbe sconvolto i piani dei miei genitori, aveva un volto: quello di mio zio, ancora più esperto in fatto di percorsi. Baffi folti, gambe svelte e “domani vi porto dove non siete mai stati”: non incuteva paura, ma rispetto. Facile diventare l’eroe di un ragazzino che sogna nuove esplorazioni montanare verso l’ignoto. Non appena albeggiò, eccoci pronti a partire. Un tratto di strada in auto, giusto per far crescere l’attesa. Cosicché, appoggiati finalmente gli scarponi sul sentiero, la voglia di camminare straripava più del solito. Lo ricordo come un percorso strano. Nel senso che non c’erano salite ripide e mulattiere strette che si inerpicavano sul pendio, come spesso mi era capitato di incontrare. Però, caspita, non arrivavamo più a destinazione. I segni bianchi e rossi, dipinti su tronchi e pietre, risalivano la corrente di un fiume che poi sarebbe arrivato fin dalle mie parti, in pianura. La missione della nostra spedizione era una sola: risalire il fiume sin quasi alla sua sorgente. Partenza all’ombra di una diga imponente e traguardo in riva a un torrentello. Perciò camminare a buon passo era l’unica cosa da fare, oltre a guardarsi attorno e meravigliarsi di quella valle fluviale incastonata fra le catene montuose come un diamante protetto dalla mano di un sapiente orafo.

Iniziò a piovere, era un temporale estivo, tipico della quota attorno ai mille metri. Le gocce battevano un ritmo frenetico; un due, un due, un due: “Diciamo a voi, ehi, mettetevi il k-way”. Come dargli torto. Ci coprimmo. Poi via, di nuovo sul sentiero. E subito una coppia di alpini ci superò. Cappello con la penna nera in testa, “ciao gnari” e via andare. Fischia se pedalavano! La loro era quasi una corsetta. Un due, un due, un due. Fu allora che sentii quel prurito interiore, quella sensazione inspiegabile. Più che ad una puntura d’insetto, assomigliava però alla carezza della mamma. Era rassicurante, infatti, quella sensazione che non riuscivo a identificare. Non so come, mi accodai alla coppia alpina. A quell’età, mica stai lì ad analizzare quello che ti passa per la testa. Agisci: ascolti l’impulso nervoso e lo traduci in azione pratica. Ecco cos’era quell’emozione. Voglia di accelerare il passo, di mettermi a correre sui sentieri accidentati. E feci proprio così. Le due penne nere, benedette loro, mi invitarono subito a seguire la loro scia: “Se ci stai dietro, ti offriamo un succo di frutta al rifugio che c’è lassù”. I miei genitori – che grandi! – si fidarono. Di me, di loro oppure di entrambi. O della montagna. Chi lo sa. “Ci vediamo dopo, ciao ciao”. Avevo appena scoperto la corsa in montagna, il trail running. Scorrazzare all’aria aperta… Cosa c’è di più bello? Compresi in un attimo anche un altro aspetto del trail running. Se corri, la fatica e il senso di libertà aumentano di pari passo. A me garbavano entrambi, così mi ritrovai presto dentro al rifugio che c’è lassù, seduto ad un tavolo con due sconosciuti trasformati in amici da quell’avventura condivisa. Mi ero divertito parecchio a saltellare per tenere il loro passo frettoloso. E, viceversa, pure loro avevano assaporato quell’evento. Tutti i tre prendemmo un succo di frutta: io alla pesca, loro all’uva. Pensai: “Però! Guarda che sete che hanno, devono aver sudato pure loro…”. Diventando grande ho appreso due nozioni preziose. La prima: il succo d’uva si chiama più semplicemente vino. La seconda: il ristoro finale di una gara di trail running è uno dei momenti più emozionanti, perché l’adrenalina va scemando e la stanchezza compie il percorso inverso. Risultato? Una sensazione d’euforia che neanche un prelibato succo d’uva può regalare.

Il tempo di svuotare il bicchiere ed arrivarono i miei genitori con lo zio. Ora l’eroe ero io. Per così poco? Solamente perché avevo ascoltato una vocina che si era intrufolata chissà dove? E che è ancora lì, a volte ammutolita, spesso insistente, di solito accontentata dalle mie gambe che abbandonano il letargo della vita quotidiana, appena possono, per scappare su quei sentieri dove riescono a correre. Questo è il mio trail running. È ritorno alle origini famigliari per guardare al futuro con maggiore serenità. È fango e polvere. È quella sensazione che ora conosco bene, ma che continua a mostrarmi emozioni nuove. È sulle mulattiere che circondano Bagolino, in provincia di Brescia, e sugli argini del fiume Chiese, che nasce in montagna e lambisce casa mia. È una vacanza, una gita, un’evasione solitaria. È un allenamento e, soprattutto, il mio svago preferito. È l’insegnamento paziente di mia madre e il ricordo migliore che ho di mio padre, atleta spirituale da infinite maratone montanare. È cominciato con un succo ed ora continua con un sorso di birra o di brulé al rinfresco che conclude ogni gara. È nato grazie a quei due alpini e prosegue per merito del popolo del trail. Ed è anche un tema d’Italiano mai scritto. Maestra, la prego, perdoni il mio ritardo. Quelle vacanze sono state troppo elettrizzanti per trovare il tempo di fare il compito. Sono arrivato ultimo, lo so, e per me non è una novità. Mi ci è voluto più tempo del previsto, ma eccolo qua.

Opera di Luca Regonaschi

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