Guido tra la nebbia, la visibilità è davvero limitata. Questa strada stretta con tutte queste curve poi…  Certo, è una di quelle stradine di montagna che ti portano chissà dove e finisci dritto nei prati in mezzo alle mucche al pascolo o nel burrone sottostante. È quasi buio, siamo vicini all’inverno e alle 18 inizia già a imbrunire. Ci alleniamo tutti i martedì, o almeno ci proviamo.

E’ un appuntamento fisso ormai, è un modo per sentirmi impegnata e per spronarmi ad andare. Il fatto di farlo in gruppo aiuta a trascinarmi lentamente fuori dal divano, a spegnere la televisione e ad uscire fuori, anche se la stanchezza mi porterebbe a sprofondare nel sofà, invece che alzarmi su in piedi. Questa sera però, mentre guido verso il punto di incontro, i miei pensieri e i miei buoni propositi sono ben altri: “Ma chi me l’ha fatto fare? Siamo proprio sicuri?

Ma forse gli altri della squadra non verranno ad allenarsi stasera”. Inizia anche a piovere e questo scoraggia ancora di più. Ma poi ecco! Una luce nell’oscurità. Arriva il primo e poi via via tutti gli altri. “Almeno non sono sola”. Anche negli altri il morale non è alto, questo tempaccio proprio non ci voleva.

Ormai siamo qui, a 1.500 m.s.l.m, e siamo tutti convinti che sarà meglio fare una breve rivisitazione del percorso. Forse l’obiettivo che ci siamo dati questa sera è un po’ troppo impegnativo. Già, perché come in qualsiasi attività della vita, bisogna sempre darsi degli obiettivi, dei traguardi da raggiungere, anche se brevi. Questa notte, però, il tempo non ci permette di rischiare: non dobbiamo mai sottovalutare l’ambiente che ci ospita. Questo scenario nasconde molti pericoli, soprattutto di notte. E’ la montagna che governa quassù e noi siamo solo di passaggio, per godere delle sue meraviglie, dei suoi silenzi e dei suoi capolavori. Forse è il caso di accorciare un po’ il percorso.

Nel massimo rispetto reciproco siamo tutti d’accordo anche nell’eventualità di fare due gruppi. Siamo venuti a divertirci e a trascorre un po’ di tempo insieme, non necessariamente siamo qui a sfidare le nostre personali capacità di correre o di accorciare i tempi. Non stasera almeno.

Inizio a battere i denti, forse mi sono vestita troppo poco. Chi l’avrebbe immaginato questo sbalzo termico, ma come sempre, mentre corro poi mi scaldo.

Click. Accendo la mia frontale.

Click click e così fanno anche gli altri..

Via che si va.

Il solo fatto di vedere i fasci di luce davanti e dietro di me mi rincuora. Almeno stanotte, in queste condizioni, non sono sola a fare questa pazzia.  Si, perché in fondo di questo si tratta. Di piccola follia, fuori dall’ordinario.

La straordinarietà del trail non è la corsa, non è il tempo che impiego a percorrere 1.000 m di dislivello, non è lo sport inteso come prestazione fisica o modellamento del corpo, ma è la capacità della mia mente e del mio spirito di fondersi con il  sentiero. È un interruttore che si accende. Modalità on. Quella è la strada, quelli laggiù sono i prati e i boschi da attraversare, queste le montagne che fanno da cornice al mio viaggio e quelli sono i valichi da superare. Sono gli obiettivi da raggiungere, uno dopo l’altro, fino alla fine, finché il cuore pompa energia, fino a che nelle gambe si gonfiano i muscoli per fare un altro passo … o altri cento. Fino a che il sentiero torna asfalto, per tornare vicoli, fino ad incontrare case, poi volti, poi la fine. Modalità off.

Anche questa sera ho inserito la modalità on, anche se il gruppo parte un po’ scoraggiato. Ma ormai l’interruttore è acceso. Il respiro inizia ad accorciarsi. I polmoni si ingrossano sempre di più. È la fatica, ma anche l’aria fresca di queste quote, della notte, dell’aria bagnata dalla pioggia. Posso quasi sentire dentro di me il suo percorso,dell’aria dico, quando entra dal naso, ridona energia al cervello e lo riempie di buone emozioni, per poi scendere a riempirti il petto, come a riempire il cuore di battiti. Sono sensazioni che percepisco solo correndo sotto una mare di foglie e rami, dove il silenzio circostante è talmente assordante da farti percepire i suoni  inviolabili che non puoi udire nella quotidianità. Sono i suoni del respiro, del passo stanco che calpesta le foglie morte, della scarpa sul sasso o sulla radice, delle fronde mosse dal vento, del volo degli uccelli tra un ramo e l’altro. Tutti questi suoni acquisiscono importanza e valorizzano questa esperienza. Non posso scorgere tutte le presenze che sono qui intorno a me, in questo silenzio. Eppure so che nascosti nel sottobosco, occhi incerti e osservatori mi stanno guardando. Posso vedere solo la nostra presenza, piccoli uomini alla ricerca di tre ore di pazzia. La sensazione è incredibilmente magica. Mi sento viva, più viva di quanto non sia quando svolgo le mie quotidiane abitudini. Riesco a godermi l’attimo, l’istante che sto vivendo. Eccomi, in questo luogo, in questo momento. Posso sentire la mia esistenza, sento i miei passi come tamburi che suonano musica al vento, al mondo circostante. La Natura mi sovrasta con tutto il suo splendore, con la bellezza dei suoi profili, delle sue ombre e dei suoi misteri. La attraverso cercando di lasciarla inviolata, come se niente e nessuno possa accorgersi del mio passaggio, come a restituire un selvaggio dono di un tempo ormai lontano garantendo un’integrità dei boschi ormai dimenticata.

Non sento più la pioggia, tramutata in piccole gocce di umidità.  Si è unita anch’essa al mio sudore. Non sento più il freddo, non ho più paura,  sono completamente avvolta dai colori, dalle sensazioni positive e il mio corpo è in perfetta sintonia con la musica che mi avvolge. Il movimento è lento ma costante, il passo sicuro e continuo.

Salgo. Con i bastoncini cerco un appoggio sicuro per non scivolare nel fango.

Sorrido. E’ un emozione unica, appagante, reale. I brutti pensieri iniziali sono già spariti. “Certo che ho fatto bene ad essere qui!”. Questa corsa è un modo per essere proiettati in un altrove, in un ambiente che non mi appartiene, dove scoprire è ancora possibile, dove il fascino della Natura è ancora predominante. Il tempo passa ma non importa, la strada è ancora in salita, ma già intravedo la cresta. Ormai i muscoli iniziano a essere doloranti, tenere questo ritmo è forse un po’ troppo per me, ma quanto è bello allenarsi con persone più forti. Mi spronano a fare meglio, a non mollare,  a tenere duro: in fondo manca poco. Con un sorriso mi trascinano su su fino alla cima, fino alle stelle, fino all’uscita dal bosco,  “Dai che ci sono i camosci che ti guardano”. Non piove più e il cielo ha davvero liberato uno dei suoi spettacoli migliori: la luna esce dalle nuvole come ad illuminare il sentiero ed a ridimensionare le tenebre. Ora la bellezza del posto  esplode tutto d’un fiato ed è possibile scorgere le luci della vita quotidiana laggiù. Guardando indietro mi accorgo di quanta distanza abbiamo colmato. Siamo tutti rapiti da questa meraviglia, non possiamo non sostare qualche minuto per dare un ultimo sguardo alla vastità di questo palcoscenico e rimanere abbagliati da questo dono.

Non è la cima a darmi la massima soddisfazione, ma la consapevolezza di quanto ne valga la pena di arrivare fino a quassù per vedere il mondo da un’altra prospettiva, per godermi dell’immensità di quello mi circonda. Ormai non resta che scendere a valle, rientrare nella vita di tutti i giorni e rimettermi sotto le coperte con la sensazione lieta di stanchezza, con la convinzione di avercela fatta, anche questa volta.

E allora via… ultime urla di libertà per riprendere la strada di casa, veloci giù per il pratone. Dentro di me so benissimo che devo stare attenta a dove metto i piedi, ma la discesa è troppo bella per essere affrontata con timore. Le gambe corrono veloci, confidano nella presa delle scarpe e nei muscoli tesi a supportare qualsiasi caduta. Sono libere ora, libere di volare.

Sento un suono di zoccoli. Stiamo attraversando un campo di cavalli. Corrono anche loro insieme a noi per unirsi in questa danza con la Natura. Sento solo lo scalpitio, non riesco a vederli ma ci sono accanto, ci osservano, ci scrutano e ci invitano ad abbandonare questi luoghi che non ci appartengono di notte.

Anche questa sera ritroviamo la mulattiera che ci riporta alle auto. Riprendono i suoni della città, le voci della gente, le luci artificiali nelle case.

Non è una sfida con la Montagna, vincerà sempre e solo lei, ma è la mia capacità di calarmi pienamente nell’atmosfera che questi Giganti mi offrono e riuscire a coprire sempre più distanze trascorrendo ore e poi notti e poi giorni in piena sintonia con questa dimensione.

Basta guardare le scarpe piene di fango per capire quanta strada è stata fatta oggi. Non distanza dal punto di partenza espressa in chilometri, ma strada interiore del cammino terreno. Oggi, in questa notte fuori dall’ordinario, ho soprattutto dato ossigeno alla mia carica emotiva per affrontare meglio il domani. Ho fatto battere il cuore all’impazzata, non solo per la fatica o per raggiungere la cima, ma per averlo riempito di emozioni, di gioia, di sorrisi, per avergli dato la possibilità di espandersi e di inglobare suoni e silenzi dimenticati. Ogni piccola parte sensoriale del mio corpo è stato sollecitato, perché ho bevuto la pioggia e  portato a casa immagini di stelle e di lune arricchendo la mie esistenza di suoni e di danze.

Opera di Sandra del Santo

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