Quando il Resegone sovrasta il paesaggio della tua città, è difficile che il tuo destino non sia strettamente legato alle montagne.

Correva l’anno 1985 e l’Assalto al Resegone, manifestazione podistica non competitiva, tagliava il traguardo della ventesima edizione. I miei nonni, assidui camminatori, mi condussero per mano e alla tenera età di 5 anni decisero di accompagnarmi a raggiungere la vetta posta a quota 1880 mt. Conservo ancora la medaglia di quella partecipazione: ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Quella salita, quella fatica, quella piccola voglia di competere e di arrivare in cima, mi svelarono un mondo totalmente nuovo e fecero crescere in me questa incredibile passione. Per anni ancora continuai a frequentare i monti, sempre seguito da due angeli: i miei nonni. Per lungo tempo l’adrenalina mi tenne sveglio la notte prima di mettermi in viaggio per una nuova gita in montagna. Poi molto cambiò mentre anch’io mi trasformavo. L’adolescenza, come ben si sa, ti porta ad apprezzare altro, soprattutto la musica, gli amici, le ragazze e la voglia di apparire. Sino ai 25 anni la montagna continuò a ardere nel mio cuore, ma era solamente brace, non c’era più il fuoco della passione, non c’era più la volontà di partire per nuovi viaggi ed avventure. Tramontato il periodo dei “bagordi”, a poco a poco i contorni delle montagne apparvero ai miei occhi ancora più belli di prima. Avevo scoperto la roccia, lo scialpinismo: i paesaggi maestosi e selvaggi rapirono nuovamente i miei pensieri. In quel periodo i sabati e le domeniche avevano significato soltanto per le gite e le salite programmate. Non esistevano più discoteche, bar, birre, nottate a tirar tardi. L’obiettivo era alzarsi presto e gustarsi al 100% la giornata piena di avventure, adrenalina ed esperienze.

Ad un tratto la corsa in montagna bussò alla mia porta.

Quel volantino di carta riciclata con le immagini delle guglie delle Grigne, richiamarono la mia attenzione. Lo sfogliavo incuriosito e soprattutto sbalordito dalle distanze e dai metri di dislivello della gara. Correre per 21 km? Correre per 48 km? Affrontare salite dai 1500 ai 3000 mt? Robe da pazzi, roba troppo ardua per il mio fisico acerbo alla corsa e per la mia testa, non ancora pronta a sopportare le pressione psicologica di queste gare.  Dovevo ancora mettere a fuoco che cosa fosse lo skyrunning e chi fosse il corridore del cielo. Poi un giovane spagnolo, grazie alle sue continue imprese, diede popolarità ad uno sport che fino a quel momento era quasi sconosciuto ai più. Maggio 2010, mi trovo con le gambe distrutte dopo 12 ore di marcia sui pendii del Bianco. Mont Tacul, Mont Maudit, Monte Bianco e poi una lunga discesa fine al primo troncone delle funivia dell’Auguille du Midi. Devastato da questa prima uscita “ hard ” fatico a scendere nelle neve cotta dal sole. Ormai sono le 11.30 e devo fare presto. Tiro due curve e le gambe cedono, l’attacco si stacca e il mio sci rimane impiantato in un montone di neve. Come un fulmine dal pendio sovrastante arriva un “tutino”. Recupera il mio sci, mi viene incontro e mi saluta chiedendomi come va. Lo ringrazio e in un attimo riprende la sua discesa folle. Era Kilian Jornet Burgada.

Torno a casa e dopo quest’avventura metto insieme i pezzi. La montagna oltre a essere magnifica può anche essere competizione, gara e voglia di mettersi in gioco, prima con se stessi e poi con gli altri. Il rispetto per essa è alla base di tutto e senza è difficile venirne fuori. Mi ripeto questo mantra “Trasformare l’impossibie in possibile ”.  Con questo bagaglio motivazionale mi iscrivo nel 2011 alla mia prima gara. It’s time for Resegup. Ancora il Resegone, ancora Lecco

Da qui parte la mia avventura nelle skyrace e nei trail. Inizio poco a poco a comprendere quanto sia importante passare una parte del proprio tempo libero a girovagare per i monti, inizio ad apprezzare la facilità di muoversi da un posto all’altro. Le giornate in montagna sono piene e i sogni corrono veloci. I media, i social fanno il resto costruendo nella mia testa un obiettivo chiamato UTMB. Comincio con la gara che, ai tempi, era indicata come la più light: la CCC che con i suoi 101 km e i 6100 mt di dislivello costituisce quasi un’appetizer rispetto alla più temuta e storica UTMB. Diventa un chiodo fisso: é il mio primo vero obiettivo da ultra runner. Sono consapevole che dovrò impiegare anni prima di raggiungerlo, ma questo fa parte del gioco e, soprattutto, è questo che mi stimola ogni giorno a sobbarcarmi di allenamenti e di uscite. Le gare preparatorie sono un’esperienza totalmente nuova e si parte al buio. Si va dai 50 ai 70 km: sembrano numeri buttati lì ma dietro ad ogni passo ad ogni difficoltà cresce la consapevolezza e la voglia di farcela. Le ultra, il trailrunning sono la parabola della vita. Si sale, si cade ci si rialza e ci si rimette in moto fino a raggiungere il proprio risultato. Una sfida contro se stessi e non una sfida contro il cronometro. Un modo diverso per conoscersi per vivere e per realizzare che la mente in compagnia del proprio corpo è in grado di superare (quasi) sempre ogni ostacolo. Ci vogliono due anni prima che il sorteggio mi porti alla partenza di Courmayeur. Sembra un déjà-vu, eppure quello che più volte ho sognato è lì, quasi irreale, ma concreto. Sono le 9,20 e il cielo è azzurro sopra il Bianco. Il meteo è perfetto e si parte dopo l’emozionante “ The Conquest of Paradise “ e le mitiche parole di Silvano Gadin “ The  Voice “.  Il viaggio dura 24 ore e sarà un viaggio che ricorderò per tutta la vita. Mi godo ogni singolo passo, tra crisi e momenti d’oro. Il paesaggio è un sogno grazie anche alle valli verdeggianti e alle montagne maestose, che in questa giornata hanno dato il loro benestare per il passaggio della gara. Corro con un’amica e anche grazie a lei lo sforzo diventa più lieve, condividendo fatiche, crisi, gioie e difficoltà. Il trailrunning mi ha permesso di riscoprire l’essenza dello sport, non tanto per la fatica, ma per il clima che si respira. L’agonismo è finalizzato non a superare l’altro o a raccogliere un buon tempo, quanto a lottare contro i propri limiti umani, che sono la fatica fisica, ma anche quella mentale. Ogni salita è come entrare in un tunnel di sensazioni, come di giorno, come di notte, con il sole, con la luna e con la pioggia. Questo sport è vissuto come prova, ma anche come solidarietà, aiutando l’altro, di che nazionalità non importa, a superare il momento difficile, la crisi e l’umana caduta. Tutti insieme a spingersi verso il traguardo, perché qui non si vince niente se non la maglietta o il gilet da finisher da indossare come medaglia. Giapponesi, Cinesi, Russi, Francesi, Tedeschi, Spagnoli, Italiani uniti in un solo grido go go go go!

Sono a Vallorcine a pochi km dal traguardo e le mie gambe inaspettatamente vanno più di prima.  Mi bevo l’ultima salita a Tête aux Vents e arrivo bello pimpante in cima proprio nel momento in cui albeggia. Ho davanti ai miei occhi tutta la valle di Chamonix con le cime dei 4000 innevati e per un attimo stropiccio gli occhi. E’ un sogno? Assolutamente no. Dopo anni di fatiche, pensieri, dubbi il mio sguardo spazia su quanto ho più desiderato. In pochi secondi quella visione si trasforma in brividi d’emozione. Pelle d’oca. Percorro gli ultimi 10 km senza strafare, godendomi ogni singolo istante della passerella finale. L’ultimo km sarà un bagno d’emozioni e l’abbraccio della mia famiglia una ciliegina sulla torta. Essere finisher è anche merito loro. Un team, una squadra che lavora a testa bassa verso un obiettivo e alla fine perseverando lo raggiunge.

Il trailrunning è anche tutto questo e trasuda di emozioni! Non è solo fare il doppio nodo e partire per qualche km. Il Trailrunning è una scuola di vita, che ti tempra, che ti mette davanti sfide che solo grazie alla tua forza mentale e fisica puoi affrontare. Alla fine non siamo altro che uomini, sportivi, interpreti di un mondo che va scomparendo e che tentiamo con coraggio di tener in vita!

Voglio concludere con una citazione di Walter Bonatti, uno degli ultimi eroi dei nostri tempi, che ci ha lasciato in eredità imprese pazzesche e un’attitudine di ferro : “La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non accade sempre nel quotidiano. Se io dunque traspongo questi principi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso e comunque verrò punito, perché non ho dato gomitate, ma le ho soltanto ricevute. E’ davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l’importanza di fortificare l’animo, di scegliere che cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l’altra. Naturalmente il prezzo da pagare per rimanere fedele a questo ordine che ci si è dati è altissimo.”

Opera di Nicola Gavardi

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