– I –

Quando le dissi che avrei partecipato a questa “ultra”, era nell’altra stanza.

Lo dissi sottovoce, quasi con la speranza di non essere sentito, o forse di non essere compreso.

Lo dissi piano, perché non era il momento adatto, perché se ne stava andando. Ma lo dissi lo stesso, io in cucina e lei in camera da letto, mentre soffocava i vestiti nella valigia.

Alla fine suonò più come una ripicca che altro, come se le avessi detto: “prendi le tue cose e vai, io faccio questo cazzo di trail anche senza di te…”.

E ci fu un attimo di silenzio. Un attimo in cui tutto sembrò rallentare fino a fermarsi, come in un fermo immagine, sfuocato.

“Senza di te…”, a ripensarci mi viene quasi da ridere.

Senza di te, che alla partenza eri sempre al mio fianco come un padre, senza di te, che ai ristori mi aspettavi per darmi la carica come un vero amico, senza di te che all’arrivo mi abbracciavi come una madre.

Ed io, io che ancora non avevo capito bene come sistemare nello zaino tutto il materiale obbligatorio di una gara lunga.

Ma eccoci qua, io in cucina e lei in camera.

Un ragazzo di 1,80 m. per 72 kg, brachicardico e la ragazza più stronza che abbia mai incontrato.

E per fortuna che è stata lei a cambiarmi la vita, e non solo perché, quando ci siamo conosciuti, pensavo che per correre fosse necessario fare le ripetute in pista.

Ma eccoci qua, un imbecille che corre tutti i giorni, ma che non riesce a muovere un passo da una stanza all’altra. Ma la corsa è maestra, non si può dare ciò che non si ha.

Non puoi correre ad un passo che non hai, non si può prendere in prestito il fiato e nemmeno l’amore.

E così, come in un film degli anni ’50, di quelli in bianco e nero, rimasi immobile mentre lei si allontanava sotto la pioggia, in una straordinaria posa cinematografica.

Ma le lunghe distanze me lo hanno insegnato, mi hanno preparato ad affrontare tutto questo. Perché le lunghe distanze isolano, perché le lunghe distanze ti costringono a prendere atto, quasi con violenza, della verità, della estrema, eterna verità: che siamo soli.

Siamo tutti soli.

Perché le lunghe distanze insegnano, insegnano ad accettare la solitudine.

Perché 80, 100, 120, 160 km in mezzo alla natura non sono una corsa, sono la metafora della vita.

La corsa insegna, la corsa mi ha insegnato. Più degli inutili libri che ho letto, degli esami che ho superato e delle lodi che non ho mai avuto, di un lavoro che non mi ha mai realmente gratificato.

Non avevo più corso gare nell’ultimo anno, non ce la facevo, non ci riuscivo. Mi ero allenato, ma non ero più lo stesso, qualcosa si era spezzato.

L’idea di tornare alle ultra, era stata decisa per darmi il colpo di grazia, perché era meglio andare al tappeto con un bel destro al mento piuttosto che perdere ai punti. Per andare a testa alta verso la sconfitta.

Perché sapevo che non sarei arrivato in fondo questa volta, sapevo che non avrei retto alla distanza, al fondo tecnico, al dislivello. Sapevo che sarei crollato all’ultimo ristoro prima della parte in notturna, che avrei avuto la nausea, che avrei vomitato o magari, defecato addosso in preda a qualche attacco di diarrea dovuto agli sbalzi di temperatura.

Non c’è niente di poetico nei ritiri delle ultra trail.

E soprattutto, non c’era più la testa, la testa per le ultra, la testa per questo tipo di corse.

La testardaggine di andare oltre, oltre i limiti. Quella sorta di cattiveria che anestetizza i dolori alle gambe. La rabbia che produce poesia: ira facit versus, o qualcosa del genere.

Ma, quasi inaspettatamente, da quel giorno, quel giorno di pioggia, i giorni passarono pacificamente, scanditi dai ritmi degli allenamenti e dal rigore, quasi ascetico, della corsa.

Quasi come se avessi dovuto scontare dei debiti karmici, nel sacro silenzio dei sentieri, i miei muscoli tornarono a crescere. Le vesciche, l’acido lattico, il sudore, la sete, il freddo, la fame.

Avevo costruito un esercito, il mio esercito, per combattere l’ultima battaglia, quando invece il mio spirito aveva sotterrato le asce da un bel pezzo.

Avevo infatti preparato tutto con un freddo distacco, come rassegnato all’idea che qualunque tabella, qualunque programma, non sarebbe bastato per farmi indossare la felpa da “finisher”.

Da quel giorno di pioggia il cielo era rimasto grigio, e tra le nuvole non volò mai nessun super eroe pronto a salvarmi. Nessuna tensione, una dolce sensazione di abbandono dominò questi inutili giorni e mentre la gara si avvicinava, io ero sempre più lontano.

Gli allenamenti si susseguivano e passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, come su di una mensola impolverata, avevo messo in fila ogni ricordo di lei.

Salita dopo salita, discesa dopo discesa, selezionavo dalla memoria del mio cervello i filmati della nostra storia.

Da spettatore, osservavo e commentavo a voce bassa. Una specie di “grande fiction”, che conoscevo, abbastanza, bene.

Ma i miei ricordi mi tradivano, alcune scene erano come ricostruite al computer e così c’erano parole non dette, abbracci mai ricevuti, luci più soffuse, pause più lunghe tra le parole. Tutto era più magico, profondo.

Mani sulle ginocchia, quanti dislivelli avevamo superato, eppure, nei ricordi, le nostre corse mi sembravano tutte in piano.

I ricordi si prendevano gioco di me, elaboravano persino dei finali alternativi.

Scene così false, così subdole, che a volte ero talmente sorpreso da rallentare fino a smettere di correre, disorientato e confuso.

In qualche episodio c’era persino lei che mi aspettava al ritorno dai miei allenamenti, sotto casa.

Me la ritrovavo lì, ferma davanti al portone, con lo sguardo di chi mi aspettava per entrare.

Come se non fosse mai successo niente, come se non sapesse cosa era accaduto, mi sorrideva.

Così mi lasciavo abbracciare, sorpreso e stupito, vestito come un astronauta, con le borracce frontali contro il suo seno.

Prima dei titoli di coda, nell’ultima scena, entravamo in casa tenendoci per mano, come se nulla fosse cambiato.

Eppure io sapevo che qualcosa era successo. Qualcosa era cambiato.

Qualcuno se ne era andato: lei.

– II –

 

Pettorale n. 25.

Il giorno della gara mi presentai all’ultimo momento.

Ritirai il pettorale ed il pacco gara con lo stesso atteggiamento di quando andavo a fare la comunione, con timore ed ossequioso silenzio.

Ma fino a quando tutti i corridori non furono chiamati sotto l’arco di partenza, rimasi seduto a terra, lontano dalla confusione, in disparte.

In quel momento non pensai le solite cose. Non pensai agli allenamenti, se avevo fatto bene o male, non pensai a come avevo preparato la gara. Non pensai a come affrontare i primi dislivelli, non pensai a che condizioni meteo avrei potuto trovare sulle cime, non pensai alle pile cariche delle frontali, a quando prendere il primo gel. Non avevo nemmeno ripassato il profilo dell’altimetria.

Ero lì, punto e basta. Seduto a terra come un bambino stanco di giocare.

Circondato dal nervosismo dei corridori, dall’isteria collettiva dei loro famigliari, dalla confusione di suoni, di colori, me ne stavo immobile, fermo ad aspettare.

Quando mi alzai erano già tutti davanti alla linea di partenza.

Mi accodai e rimasi qualche metro staccato dal gruppo, ero l’ultimo.

A quel punto, solo a quel punto, mi girai intorno.

Ancora un volta il tempo sembrò come rallentare, come in un fermo immagine sfuocato, ero lì.

Io ero lì e lei non c’era.

Chiusi gli occhi e sorrisi.

Opera di FRANCESCO FREDRO

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