Emanuele Gambacciani
Biologo Nutrizionista ed Esperto di Evoluzione Umana

Nell’articolo precedente avevo fatto una riflessione sulla eccessiva importanza che viene data oggi alla colazione, un pasto divenuto ormai una consolidata abitudine ma effettivamente non molto importante come vorrebbero farci credere.

In queste righe invece vorrei affrontare un altro argomento molto dibattuto in ambito nutrizionale e medico: l’importanza della frequenza dei pasti!

La maggior parte delle persone adotta un “sistema nutrizionale” che prevede di fare pasti frequenti e non molto abbondanti durante l’arco della giornata.

E’ probabilmente il modo migliore per non sentire i morsi della fame e poi, in seguito alle disposizioni date da tutti gli “organi competenti”, è quello più salutare.

Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano così? Oggi ci raccontano che pasti frequenti e poco abbondanti affaticherebbero meno l’apparato digerente e manterrebbero stabile i livelli di zuccheri nel sangue.

I pasti poi dovrebbero essere sempre abbastanza bilanciati, una buona quantità di zuccheri (loro dicono carboidrati complessi ma poi nell’intestino un piatto di pasta corrisponde a una ventina di zollette di zucchero), una moderata quantità di proteine (mi raccomando, meglio vegetali, quelle animali fanno venire i tumori!) e pochi grassi che altrimenti si alza il colesterolo (infarto imminente, dicono loro!).

Io mi permetto di dissentire, non voglio parlare oggi della composizione dei pasti, ma della frequenza di questi che, dal mio modestissimo punto di vista, dovrebbe essere molto inferiore ai 5-6 al giorno.

Mi spiego meglio: mangiando ogni tre ore il nostro organismo è sempre impegnato in un processo molto impegnativo come la digestione degli alimenti; non è quindi nelle condizioni di potersi disintossicare da tutte le scorie e tossine prodotte normalmente durante la giornata.

Oltretutto vi sarebbe il forte rischio di esaurire il pool enzimatico ed una carenza di enzimi potrebbe determinare difficoltà di digestione e relativo indebolimento del sistema immunitario.

Trovo molto più naturale e salutare un’alimentazione discontinua sia nella “quantità calorica”che nella frequenza dei pasti: mantenendo un regime di digiuno o di ipoalimentazione per periodi che possono arrivare anche fino a 16-18 ore.

Durante questo lasso di tempo l’organismo è nelle condizioni di disintossicarsi e ricostituire il pool enzimatico ed “accogliere” grandi quantità di cibo.

Che strano è ? Tutto il contrario di quello che vi hanno sempre raccomandato!

Mangiando inoltre frequentemente pasti “poco calorici” vi è il forte rischio che, passato magari un primo periodo di dimagrimento, l’organismo si abitui a questa “miseria nutrizionale” e abbassi, tramite un processo di adattamento del tutto fisiologico, il proprio metabolismo: le diete ipocaloriche di solito fallisco per questo motivo.

Il modo migliore per mantenere l’organismo sempre in ottima forma è quello di non farlo abituare alla riduzione calorica alternando quindi fasi di sottoalimentazione con fasi di sovralimentazione.

Lo so, vi state perdendo, penserete che sia un pazzo ma, durante il nostro cammino evolutivo, i nostri antenati non hanno mai mangiato ogni tre ore, mangiavano (non sempre) un pasto molto abbondante, di solito quello serale, che coincideva con il ritorno dalla caccia e dalla raccolta: mangiare fino ed oltre i livelli massimi di sazietà, è così che siamo riusciti a sopravvivere !

Non per niente la sovralimentazione è un vero e proprio istinto, un istinto che abbiamo tutti e che, per cultura o per convinzione (indotta) tendiamo a soffocare e reprimere…

Cosa c’è di meglio di una gran mangiata dopo un periodo di digiuno? Vi assicuro, poco o nulla ma anche la scelta degli alimenti è fondamentale per mantenere la salute: se pensate di abbuffarvi di pasta e pizza forse fareste meglio a continuare a mangiare ogni tre ore…