Antonello Viceconti

Fisioterapista, Terapista Manipolativo Ortopedico. Università degli Studi di Genova

 

Dietro le tecniche miracolose si nasconde molto spesso l’effetto placebo o l’inganno. Una riflessione sul cupping e le altre “mode” del  momento nella medicina dello sport. 

Cinque cerchi sulla pelle per il pluri medagliato talento delle acque Michael Phelps: un tatuaggio? O una strana patologia della pelle? Niente di tutto questo: “Dall’olimpo hanno scoperto nuove mode e superstizioni” titola l’Economist [1].

Si tratta di ematomi, ovvero di una raccolta ematica causata da una rottura dei capillari che trasportano il sangue in periferia. A seguito di traumi chimici o meccanici queste strutture possono andare incontro a lesioni di varia entità e produrre perdite localizzate di sangue che con il passare delle ore coagula formando la cosiddetta “ecchimosi”, quello che abitualmente chiamiamo “livido”. Potremmo pensare dunque che l’atleta americano abbia subito un trauma da caduta  o da percosse, considerando il numero di “ematomi” che riporta sulla spalla. E invece no, si tratta di una tecnica di medicina alternativa, il cupping, che ridurrebbe (il condizionale è d’obbligo) gli stati dolorosi. Tuttavia non si può definirla propriamente una terapia data la mancanza di evidenze scientifiche al riguardo.

Approccio caro alla medicina tradizionale cinese, non ha mai trovato in realtà riscontri scientifici sufficienti in letteratura, dove la comunità internazionale si è espressa in maniera molto cauta al riguardo [2,3], dato il numero esiguo di ricerche esistenti e la scarsa qualità metodologica con cui sono state condotte, anche se i loro fautori millantano molteplici benefici per una miriade di patologie [1]. Non dovrebbe, pertanto, essere consigliata nè indicata come “terapia”, anche alla luce dei potenziali effetti collaterali che possono derivarne [4] (nella foto solo un esempio ma basta spulciare nel web per trovarne di molto peggio).

In letteratura, l’anemia, l’infiammazione del pannicolo adiposo (pannicolite factitial) e le infezioni virali da herpes sono i più frequenti eventi avversi riportati, ma non rari sono anche i fenomeni di iperpigmentazione e di formazioni cheloidee. Inoltre il cupping è riportato essere dannoso nei casi di eczema. Addirittura nella zona cervicale sono stati riportati casi di ictus emorragico, a seguito dell’aumento improvviso della pressione sanguigna, e sebbene questi errori siano dovuti probabilmente alla cattiva applicazione della tecnica, è pur vero che non sempre è possibile sapere a priori quanto l’operatore che la esegua sia adeguatamente preparato e formato a farlo. Si tratta infatti pur sempre di una metodica che appartiene alle terapie non convenzionali per le quali, quindi, è anche difficile verificare gli standard qualitativi dei percorsi di formazione. E il fatto davvero sconcertante è che atleti della squadra olimpica americana hanno confessato ai giornalisti incuriositi da questo fenomeno del cupping e di queste strane spalle “marchiate”, che gli atleti stessi stanno cominciando a praticarsi questa tecnica a vicenda, anche in assenza di un professionista qualificato al seguito [1]. Ma il punto è anche un altro e viene brillantemente affrontato da un articolo pubblicato pochi giorni fa dal “The Guardian” [5]: quanto la spinta alla ricerca del “limite” umano e sportivo, che miri ad ottenere anche quell’infinitesima possibilità di vantaggio rispetto agli avversari e alla prestazione agonistica, possa portare a sconfinare in quel pericoloso terreno del “non dimostrato” e del “tutto fa” ?. È’ verosimile attenderselo se si considera il livello di pressioni  e stress a cui sono sottoposti gli atleti d’élite: anni e anni di estenuanti allenamenti e di pressioni che farebbero scoppiare ognuno di noi in questa “pentola a pressione” possono minare il fisico e la tranquillità psicologica degli atleti.

Ecco quindi che un facile rimedio, uno qualsiasi, che consista semplicemente nello sdraiarsi su un lettino e rilassarsi mentre qualcuno applica un qualche cosa (una qualsiasi) sul proprio corpo, può facilmente trasformarsi in una tecnica miracolosa. Ma allora forse, ammettendo l’esistenza di questi meccanismi, sarebbe più “scientificamente” etico e corretto parlare di “effetto placebo”, di “sicurezza psicologica”, di usi e abitudini che producono una qualche sensazione (vera o presunta) in ogni atleta, piuttosto che diffonderle per tecniche miracolose e innovative soltanto perché sono utilizzate da atleti di alto livello o persone dello spettacolo (Madonna, Gwyneth Paltrow, Justin BieberVictoria Beckham e Jennifer Aniston ne sono un esempio oltre al già citato Phepls) [1][6]. Ma non si può dire, o perlomeno non lo dicono quasi mai, altrimenti l’effetto non sarebbe più tale (anche se non è propriamente vero perché la letteratura smentisce anche questo concetto).

E dunque qui interviene, o dovrebbe intervenire, l’etica del professionista, che conoscendo l’esistenza di questi meccanismi (del placebo appunto), ampiamente studiati nell’ultimo decennio e riconosciuti avere un potente effetto terapeutico, dovrebbe comunque correttamente informare il paziente e tenere in considerazione che il placebo deve essere inteso non come “il trattamento” ma come la modalità di somministrazione dello stesso e in ogni caso come “potenziamento” delle migliori strategie terapeutiche attualmente disponibili al momento, per le quali esistono già evidenze scientifiche. Allora perché mai “gli atleti e gli esperti dello mondo dello sport investono in queste mode pseudoscientifiche?” è la domanda che si è posta l’Economist [1]. In sintesi, perché i potenziali effetti psicologici che ne derivano possono realmente tradursi in un aumento delle prestazioni indipendentemente dal fatto che un certo tipo di trattamento produca o meno cambiamenti fisiologici reali. Tutta questione di “testa” quindi, ovvero di effetto placebo. La maggiore fiducia degli atleti in se stessi permette loro di esprimere la loro performance in maniera più efficace  e non solo, in questo modo riescono anche a demotivare i loro avversari (effetto nocebo). Secondo Chris Beedie, uno scienziato dello sport della Canterbury Christ Church University [1], la simbologia delle chiazze rosse sulle spalle degli atleti, contribuirebbe a “spaventare” gli avversari” o quanto meno a metterli in soggezione. Il messaggio? ” io possiedo questo aiuto in più che tu non hai” [1]. Una misura di quanto l’effetto placebo possa influire sulla performance atletica viene da Phil Hurst , un dottorando in Scienze Motorie presso la medesima università, il quale  ha scoperto che l’effetto placebo sulle prestazioni di un atleta è quantificabile e può produrre miglioramenti nell’ordine dell’1 -3 % . Nel 2014 il dott. Hurst ha condotto uno studio in cui ai corridori di resistenza era stata data una bevanda per sportivi che in realtà era un placebo, loro credevano però che contenesse caffeina: i loro tempi erano migliorati in media dell’ 1,7% [1]. Ma quello del cupping non è il solo caso di moda pseudoscientifica di queste Olimpiadi. I velocisti americani stanno utilizzando infatti le cuffie “Halo” [7] che aumenterebbero il potenziale neurale utilizzando impulsi elettrici trasmessi attraverso il canale uditivo.

La tecnica, chiamata stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS), ha lo scopo di migliorare la velocità delle connessioni che i neuroni instaurano con i muscoli. Per i velocisti, che devono avere tempi di reazione brevissimi, entro una frazione di secondo dal segnale di partenza, Questa tecnica potrebbe (teoricamente) fare una grande differenza. L’evidenza scientifica per i benefici della tDCS è incerta: un articolo pubblicato l’anno scorso ha stabilito che il trattamento aveva potenziato la capacità di memoria e l’apprendimento nei topi, mentre studi clinici sono in disaccordo circa l’impatto sulle capacità motorie nei soggetti umani. Molti gli atleti d’élite che ne sono stati persuasi: la squadra di basket dei Golden State Warriors ha utilizzato le cuffie per tutta la stagione appena trascorsa, mentre gli atleti della National Football League americana sperano che gli porterà dei vantaggi  in occasione del prossimo campionato [1].

Non si può quindi sempre dire che ai “top level” corrisponda un eguale livello di affidabilità e sicurezza delle terapie proposte ed effettuate e forse, proprio perché ai top level sono molti i “creduloni”, come li definisce il Guardian, che è più probabile sia vero il contrario. E in effetti, nel mondo dello sport, si possono citare alcuni di questi esempi che sono saliti in passato alla ribalta delle cronache: chi si ricorda della placenta di cavallo applicata a Diego Costa [8] dell’Atletico Madrid prima della finale di Champions League nel 2014 per curare una lesione muscolare alla coscia? Per la cronaca, la “sfortunata” prestazione dell’atleta finì dopo appena 14 minuti dal fischio d’inizio. Piuttosto che le famose “strisce azzurre” (il kinesio taping) messo in bella mostra sulla schiena da Mario Balotelli [9] agli europei di calcio del 2014 dopo il goal contro la Germania e che avrebbe dovuto curare il suo mal di schiena. E ancora, le vasche d’acqua ghiacciata su cui la Juventus ha costruito delle vere e proprie sale “dedicate” all’interno degli spogliatoi  (una sorta di “ginnastica vascolare” che ridurrebbe la fatica muscolare post partita). E a dir la verità non solo la Juventus ne è un “testimonial” ma anche la Roma, la Nazionale di calcio, Cristiano Ronaldo e Usain Bolt [10]. Senza parlare dei numerosi casi riportati dalla stampa di rimedi omeopatici e osteopatici  a cui si sottopongono star del cinema e della spettacolo (Monica Bellucci, Cindi Crawford e Catherine Zeta Jones solo per citarne alcuni) [11] [12] [13]. Che la fama e l’esposizione mediatica oltre ad accecare i diretti interessati non getti qualche pagliuzza anche negli occhi di sanitari e presunti tali che gravitano nell’ambiente?

In questi giorni di gare olimpiche, come riportato sempre dal Guardian [5] (ma nello sport d’alto livello in generale), si parla della teoria dei “marginal gains”, dei guadagni marginali, dove dettagli aerodinamici su un body, aggiustamenti nella tecnica o nell’allenamento, possono produrre una sommatoria di “micro-vantaggi” che, addizionati, potrebbero fare la differenza in una realtà, quella dello sport d’élite appunto, dove le differenze tra gli atleti sono talmente minime che “anche i più piccoli cambiamenti possono fare la differenza tra un posto sul podio o essere dimenticati dalla storia” [1]; ma questa è scienza applicata allo sport, quello che invece si inserisce “di frodo” in questi meccanismi è “anti-scienza” e il “cupping ne è una versione” per il quotidiano britannico [4] che conclude: “Dopo tutto, la maggior parte degli atleti olimpici ha i suoi rituali e le loro superstizioni e, se dopo una vita trascorsa a sognare un oro, il loro momento si avvicina fino a pochi minuti della loro vita, si può naturalmente pensare che tutti sarebbero disposti a tutto per ottenere il miglior risultato possibile“. Strani dunque questi olimpionici, ma quelli in fila all’ Olympic Aquatics Stadium in Rio de Janeiro la scorsa settimana, con le loro “macchie nere” lo erano più del solito per citare l’Economist [1].

Quindi tornando al cupping, ma rimanendo sempre in tema di pseudoscienza, potremmo dirla sempre con le parole del Guardian che ironizza: “certamente contribuisce ad alleviare portafogli sovraccarichi”, e l’ American Cancer Society  conferma, dichiarando in una nota, che “non ci sono evidenze che faccia bene” [5] . Una cosa è certa: sicuramente fa bene alle tasche di chi sul cupping ha creato un business e Jessica MacLean, amministratrice dell’International Cupping Therapy Association, lo conferma: “Negli ultimi tre anni abbiano avuto un incremento del 20% dei kit per le famiglie e del 50% di fruitori nei nostro centri, anche grazie al film ‘Karate Kid’ dove si parla della pratica” [6]. E’ lecito aspettarsi che dal punto di vista del “mercato” accada ora con Phelps quello che accadde dopo gli Europei di Calcio del 2012 con Balotelli: allora dentro e fuori dai centri riabilitativi, su spiagge e lungomari, fu un abbondare di strisce colorate, di tendenza e sovrautilizzate, come nelle radio con i tormentoni musicali e i miti dell’estate dove, parafrasando Guccini, trovava la morte quel genere di Dio che lui cantava e che oggi potrebbe tranquillamente essere quello del buon senso. Tagliente la chiusura dell’Economist rivolta a questi “creduloni” degli olimpionici: forse dovrebbero rinunciare a tenere il muso e indossare un paio di mutande fortunate: con abbastanza fiducia in esse e confidenza sul fatto che funzionino davvero, potrebbero rivelarsi un metodo efficace e sicuramente molto meno doloroso” [1].

[2]  Kim et al. 2011. Cupping for treating pain: a systematic review.  Evid Based Complement Alternat Med. 2011;2011:467014.

[3]   Chao H. et al. An updated review of the efficacy of cupping therapy. PLoS One. 2012;7(2)

[4]   Chen et al. 2015. QJM. Alternative medicine: an update on cupping therapy. 2015 Jul;108(7):523-5.