Valentina Canziani

Barman, Trail Runner

 

Quando la motivazione arriva da dietro al bancone

Alla mia età dovrei accettare questo sdoppiamento di personalità. Di giorno mi dedico all’insegnamento del fitness e alla preparazione fisica degli atleti che stanno andando incontro ad una gara, di sera , quando il sole scende dietro le mie amate montagne, indosso il mio grembiulone nero e apro il mio piccolo localino sulla piazza dell’altrettanto piccola ma preziosa Savignone.

La vita non può essere vissuta a compartimenti stagni, chi lo fa è molto più confuso di gente come me che davanti ad una birra doppio malto belga si trova a chiacchierare di epoc, vomax e apporto di macro e micro nutrienti.

Essere un barman, come essere un preparatore atletico, richiede ESCLUSIVAMENTE una sola caratteristica: la passione. Con la passione dalla tua parte riesci ad impegnarti nell’approfondimento delle tue conoscenze, impari ad essere umile realizzando che non si finisce mai di apprendere e con tutta l’umiltà possibile cerchi di interagire con chi hai davanti, capire le sue esigenze, soddisfarle.

Avviene consigliando del vino, avviene consigliando un tipo di allenamento piuttosto che un altro.

Non mi soffermerò (e diventerà una consuetudine) sul “TECNICESE”, eviterò termini per cui è necessario aprire un vocabolario… voglio solo raccontarvi cosa faccio nella vita (oltre a correre lungo i sentieri della mia meravigliosa Valbrevenna) e in particolar modo che cosa succede quando la maggior parte dei tuoi clienti e amici stanno per correre un’importante corsa come quella del Trail Dei Fieschi e tu, apri la saracinesca proprio a qualche metro dal gonfiabile di partenza. Facciamo un passo indietro.

Perchè ho scelto di non correrlo quest’ anno? Per una serie di piccoli motivi che mi hanno portato a dire: “apro il bar alle 4 e offro un supporto ai vari atleti provenienti da ogni dove e nel frattempo cerco di imparare qualcosa in più da questo meraviglioso sport “. Motivi che avrei sotterrato raschiando per terra fino all’esaurimento delle suole delle mie nuove dynafit feline appena ho visto le prime consegne dei pettorali.

Avrei lanciato le mie buone intenzioni lavorative consegnando il certificato medico sgualcito che tengo sempre nel portafogli (come se iscriversi ad una gara fosse un’emergenza a cui sono in grado di far fronte in qualsiasi momento) per fare la 20k.

Non l’ho fatto e sono rimasta al bar !

Subito i primi clienti/amici a sventolarmi il pettorale davanti come si sventola una carota ad un ciuco per spronarlo, poi la gente nuova, i runners “foresti” come si dice qua a Genova. Bisogna osservare, bisogna interagire.

Un signore si accomoda nell’angolino del mio dehor e ordina un bicchiere di Nebbiolo “Ochetti “ di Renato Ratti , capisco subito che sarà un partecipante della 57k. Lo capisco perchè alza gli occhi al cielo e si chiede tra sé e sè quali saranno le sorti meteorologiche della giornata che lo aspetta ma soprattutto perchè gli ultratrailers esperti hanno quel nonsoché di saggio della montagna e l’introspezione si respira immediatamente avvicinandosi a loro .

Mi avvicino e gli racconto del vino che ha scelto, gli racconto dei profumi, dei sentori, ma lui è distratto da quei nuvoloni neri come la pece che gli oscurano persino il rosso intenso del suo bicchiere. “lei corre la 57 domani; vero?” “si” “non si preoccupi, il tempo si rimetterà, forse pioverà un pochino ma il terreno è molto arido e non diventerà scivoloso come può pensare, l’acqua scorrerà via” “dice?” “si, piacere, io sono Valentina, corro anche io anche se non si direbbe! Domani non correrò con voi ma sarò qui a prepararvi il primo caffè del mattino” .

Ecco la mia missione: rasserenarvi, anche solo per il breve periodo di un aperitivo. Domani andrà bene, deve andare bene, vi siete preparati, lo fate perchè amate quello che fate, non sarà la pioggia a fermarvi. Il viso di questo bell’uomo si distende e inizia a parlarmi della sua famiglia e della passione per la Liguria, siamo subito in sintonia, lui è concentrato ma non più teso.

Questo è il mestiere del barman, questo è il mestiere del preparatore atletico.

Subito dopo una coppia, lui e lei: sorridenti, curiosi, forse tranquillizzati dal fatto che il bar fosse pieno di gente con pacchi gara, entrano ordinando due birre. Li guardo negli occhi ed ecco la stessa sensazione: altri due ultra runners. “ciao! Fate la lunga domani? State tranquilli per il tempo, si scaricherà a breve e domani sarà una splendida giornata”. Riconosco di nuovo quella sensazione… bastano delle parole gentili, confortanti, che tutto sembra affrontabile.

Non vi dico la fatica per trattenere un’espressione convincente mentre la pioggia battente schiaffeggiava la facciata del bar e allagava la strada come un fiume nuovo spuntato all’improvviso dal monte Pianetto .

Tra lo scrosciare della pioggia e il risuonare potente dei tuoni arrivano tutti, o quasi, vengono per vezzeggiarmi, per chiedermi cosa mangiare domattina, per tenergli le chiavi della macchina, per fare cento volte la pipì, per sfottersi a vicenda, per raccontarsi del tracciato.

I lampi illuminano a giorno la piazza di Savignone e io racconto un po’ il giro del trail a quelli che arrivano da fuori e non lo racconto soffermandomi su dettagli di dislivelli rampe vertical muri discesoni e pietraie.

Ritengo più utile raccontargli di ciò che vedranno l’indomani, dei posti nei quali sono cresciuta, dove mio padre mi portava da piccola e che ho riscoperto correndo per i sentieri (o perlomeno provando a correre).

Arriverete sul Montemaggio dopo pochi km e già lì vi renderete conto che l’entroterra ligure non è solo mugugno e case malimbelinate *, e poi il Reopasso, le cui cime hanno nomi inquietanti come “anchise” (incudine) o carega du diau (sedia del diavolo)…e sapete che una leggenda narra che i carbonai tornando la sera sostenevano di incontrare un cane dagli occhi rossi infuocati che ululava verso le rocche e che forse incontrerete lo spirito di Raffaelin della Croce (un poco di buono che chiese di essere sepolto lontano dai galli che cantano e dalle campane che suonano)?”  Lassù cosa c’è?” indicando il castello di Savignone. “Ah belli, questa è una storia lunga, si narra di una signorina autoctona, una tale Fosca, sposa diplomatica di Luchino Visconti di Milano, che tornava spesso nella sua dimora savignonese per nostalgia e che, si racconta, si innamorò di un giovane del paese ma fu presto scoperta dal marito che lo fece dilaniare da un sicario buttandolo proprio giù dalle rocche che vedete e sulle quali passerete.

Allungate l’orecchio… in certe notti si odono chiaramente le urla strazianti di fosca disperata per la perdita del suo amato e si vedono due fiammelle nel buio a rappresentanza del loro amore appassionato”.

Ma come le sai queste cose?” “ragazzi, qualcosa dovrò pur raccontarvi per farvi ordinare una seconda birra?” Sorridono, sorridono tutti e il clima è così straordinariamente gioviale che per qualche ora nessuno pensa alla fatica fisica.

“Vai Vale, basta con le tue “belinate”, dacci da bere che scappiamo e domani sveglia all’alba”

“Oh ragazzi, tutti qui domani prestissimissimo vi porto la focaccia e le briosches di pasticceria… e potete usare il bagno senza tante remore”.

La serata scorre tranquilla, arrivano i non runners, quelli che fanno tardi la notte e tutti gli anni mi supplicano di organizzare il “trail dei fiaschi e dei gotti” e io inizio ad avvertire la tensione per il giorno successivo, cerco di organizzarmi al meglio per accogliere gli eroi della 57K e gli altrettanto eroi della 20K (loro non lo sanno che passano per la terra di mezzo, le conche del Pianetto, sopra la vecchia carbonaia denominata “i lummi”che in genovese significa lumi, ironicamente perchè l’ennesima leggenda dice che se cade un lume dentro la carbonaia non si vede la luce neppure se rimane acceso).

Vado a letto, faccio una carezza al mio cane che mi guarda stranita, mi sdraio un paio d’ore e vado alla ricerca di focaccia appena sfornata.

Alle 4.30 il bar è aperto profumato di colazioni sane ed energetiche ed iniziano ad arrivare i primi atleti.

Che emozione! Mi sento come una mamma che deve accudirli, eppure la maggior parte di loro non la conosco e soprattutto la maggior parte di loro mi vede solo come una dispensatrice di caffè… ma a me non importa. Io so cosa provano questa mattina, io so come ci si sente quando stai per chiedere qualcosa al tuo corpo e alla tua mente di così tanto impegnativo, che sia la tua prima volta o la centesima.

Dentro hai tutto e niente.

Arrivano Luca, Ale e Fabri, i miei “soci di corsa”, tre omoni che sembrano tre pulcini bagnati, sono pronti ma non lo sanno, sono coraggiosi e lo scopriranno presto.

Arrivano tutti gli altri e poi arriva anche Claudio Romani (l’ultramaratoneta) dalle Marche, al quale ho chiesto scherzando se volesse partecipare e si è fatto ventordicimila km per presentarsi davvero alla partenza con la sua grande umiltà ed energia tipiche delle persone silenziosi ma immense.

Caffè, focacce, spremute, preworkout, barrette, frutta , digiuno…ognuno se la vive a modo proprio.

Alcuni parlano a raffica, alcuni stanno in religioso silenzio, poi gli accompagnatori, le battute con chi parte e con chi aspetta.

Via. Alle 6.35 parte il lungo e io urlo dalla panchina della Piazza come se partissero i miei fratelli e le mie sorelle.

Torno al bar e aspetto quelli della 20k. Sono tanti e tanti sono al loro primo trail o alla prima esperienza… cerco di capire gli stati d’animi di tutti. Cerco una parola gentile per tutti, cerco di essere accomodante.

Anche loro partono, urlo di nuovo per tutti, nessuno escluso… penseranno che io sia la fidanzata, la sorella di qualcuno di loro e invece sono solo il loro oste.

Ho nel cuore lo sguardo del papà di Diana che l’ha accompagnata per la prima volta ad una gara e se non l’avessi vista prima coi suoi calzoncini neri e gialli lo avrei confuso con un padre che accompagna la figlia all’altare.

Torno al bar (correndo dalla piazza alla porta avrò compiuto circa 200 scatti da 20 mt!) ora devo solo aspettare.

Neanche due ore e già si notano delle piccole formichine sulle rocche del Pianetto… sono quelli del corto che stanno arrivando.

Da lì in poi ho tifato per tutti, per chi ha tagliato il traguardo serioso, sorridente, piangente, dinoccolate, sporco, stupito.

Ho pianto assieme ai papà che, più forti ed eroici di Supermen, Capitan America e chi più ne ha piu ne metta, arrivavano tenendo per mano i loro figli,

Ho pianto per chi arrivava da solo, senza nessuno che lo aspettasse al traguardo. Ho visto arrivare Poggi con la sua grande semplicità, ho visto arrivare tutti i miei amici e quelli che condividono questa passione.

Li ho abbracciati praticamente tutti per quanto possa valere.

E poi le sensazioni a caldo, la birretta defaticante, frasi come “non lo farò mai più mi sento morire” “c*** che figata” “ora mi bevo una damigiana di birra” “il prossimo?” “hai visto Tizio come vola?”…parole che si ripetono, che sento ripetere e che ho pronunciato anche io ma che ogni volta assumono quella connotazione più matura e consapevole.

Ai miei amici più cari ho detto queste parole qualche giorno prima della gara: Vi chiedo solamente di fare questo piccolo gioco: visualizzate quel 57 che tanto vi stimola e angoscia come se fosse un uomo. Immaginate un uomo maturo di 57 anni, forte, imponente e molto affascinante, coglietene le sfumature di intensità e forza e anche le ombreggiature di tranquillità e recupero. Guardatelo e immaginatevi uomini maturi, immaginatevi come vorreste essere a quell’età, alle connotazioni che vorreste rubargli; trasformate i km sfogliando gli anni e i ricordi della vostra vita, belli o brutti che siano:una volta arrivati all’età che avete oggi non rappresenteranno altro che storia. Gettateli dal Reopasso , lasciateli sul Monte Buio, ma dalla vostra età in poi costruite la miglior versione di voi stessi, inventatela , sognatela, visualizzatela. Mettete quel piede sul 57 da uomini maturi, forti e soprattutto consapevoli. Io sarò lì a sostenervi “
Perchè tutto questo , vi chiederete?  Dove sta il mio tornaconto?
Vorrei dirvi che ad aprire un bar con due ore di sonno alle spalle in vista di una gara si diventa ricchi ma non è così, certo, si lavora bene e con gente solitamente educata e umile, ma la verità è un’altra.

Vorrei che chi ha partecipato al t.d.f. avesse un bel ricordo da portarsi in testa oltre che nelle gambe, vorrei che tornassero a Savignone anche come semplici visitatori, senza abbigliamento tecnico o scarpe infangate, in una di quelle sere in cui nevica e i vetri del bar si appannano e tutti si stupiscono che al mondo esistano ancora luoghi dove la natura è alla portata di mano, dove per guardare il cielo è sufficiente affacciarsi alla finestra, dove tutti stanno assieme e parlano delle loro passioni e sognano ancora le cose Semplici, come correre, come stare in compagnia dei propri cari, come bere un buon bicchiere di vino.

E’ quasi l’una di notte, abbasso la saracinesca del bar e me ne vado verso casa, c’è una luna meravigliosa, è tutto sereno e giunta nella mia piccola casetta a Frassinello di Valbrevenna mi fermo per un attimo a guardare il profilo del monte Buio e del monte Antola, i miei monti, anzi, da oggi, i nostri monti.