foto-mia-a-50Erano passate più di 10 ore da quando avevo iniziato a correre, e le cose non andavano per niente bene! Non mi rispondevano le gambe e i polmoni elemosinavano dell’ossigeno che avrebbero scarsamente utilizzato, mentre le giunture ad ogni saliscendi andavano ognuna per proprio conto, e poi lì sempre in agguato sua maestà il crampo, che in tempi sempre più ristretti, mi lanciava segnali di una sua imminente visita.

Il corpo era debordante di un sudore che annichiliva i pochi fievoli pensieri rimasti, e il rumore dell’affanno trasaliva dai polmoni al cuore per soffermarsi solo in una smorfia di dolore, in fondo sarebbe bastato poco per porre fine a quello stillicidio, bastava semplicemente fermarsi! Un lusso che non mi potevo permettere, in fondo non volevo che finisse, meglio stare lì sofferente e irreparabilmente in declino piuttosto che fermarsi, perché fermarsi sarebbe stato ingiusto e poi dietro di me c’erano i mostri!

E allora dovevo reagire, cercai di raccogliere alla meglio quei due neuroni che ancora furoreggiavano nella mia testa collegandone uno al cuore, sperando che mi reggesse, cercai poi di non fare passi falsi, anche nel tentativo di distribuire le poche forze rimaste in un improbabile equilibrio gravitazionale. L’unico pensiero rimastomi lo utilizzai per ingannare il dolore, cercando di pensare altro, il bosco che mi circondava, quel ristorante in riva al mare, le mani di una donna, ma un crampo al polpaccio sinistro mi ridestò dai ricordi per ricondurmi alla mia condizione di mortale, cercai così di distribuire lo sforzo sul lato destro del mio corpo, in fondo mancava così poco all’arrivo, dietro di me mi ero lasciato tanto vomito, piscio, lacrime e sudori, tanta terra e poi c’erano i mostri che mi rincorrevano!

In piena crisi pregai il mio dio della guerra Bikila, di venirmi in aiuto, mi vennero in mente i grandi altipiani del Kenya, un respiro profondo, un altro ancora, un altro passo ancora che ne trascinava un altro che batteva giù la terra come un tamburo in una nuvola di polvere.

Il tempo era diventato per me una nozione insignificante, mentre lo spazio da occupare era unicamente rappresentato da quello che mi separava dalla meta, quella stessa che avevo superato da più di un’ora, non accorgendomi che la corsa era finita già da molto tempo…e continuai a correre…