image-pngTra otto giorni parteciperò al mio nono trail, alla “veneranda” età di 49 anni… certo, avrei potuto iniziare un po’ prima, ma prima… prima c’era il calcio che credevo fosse tutta la mia vita. La mia vita sportiva, ovviamente. Fino a quella maledetta sera in cui il ginocchio fece “crack”: uno scatto ad inseguire l’attaccante, la palla che esce a fondo campo, il ginocchio che cede, io che cado a terra trascinandomi dietro il mondo intero che mi crolla addosso. Visite, fisioterapista, risonanza magnetica, e il responso: rottura del crociato anteriore sinistro.

“E adesso???”

Puoi farti operare, mi aveva detto il chirurgo: un mese con le stampelle e tanta riabilitazione. E tornerai come prima. A quarant’anni e un po’ si torna come prima.

Ma.

C’è spesso un ma quando succedono certe cose. E il mio ma era che avevo cambiato lavoro da poche settimane e non mi potevo permettere uno stop così lungo. E se non mi faccio operare? Se non ti fai operare… farai una vita normale, ma scordati il calcio e comunque lo sport. Se non ti fai operare farai la vita che fa la maggior parte delle persone, che problema c’è ?

Rassegnato a una vita “normale”, ho restituito borsone magliette e tutto il resto al mister. Quasi con le lacrime… mi restava la bici, e andare a vedere le partite dei miei compagni.

Correre mi era sempre piaciuto, ci andavo spesso per conto mio, tra un allenamento e l’altro. Corsette su asfalto, qualche chilometro per fare velocità.

Dopo l’infortunio passai un anno a pedalare nei boschi. Bello, niente da dire. Ma mi mancava il contatto col terreno, mi mancava… si, piano piano mi accorsi che mi mancava la corsa. Più del pallone, più delle partite, mi mancava proprio il correre. Quindi ci riprovai, ma più i mesi passavano e più si accorciavano i miei giri: il ginocchio non mi dava tregua, e correndo male per il dolore, peggioravo solo la situazione. Mi ero ridotto a fare cinque chilometri e a farli piano.image-1-png

Poi un giorno, per caso, come accade spesso nella vita, risentii un vecchio amico che si era trasferito da anni. Mi parlò di un fisioterapista bravissimo, mi raccontò di come l’aveva rimesso in sesto dopo un incidente. Per un po’ non ci pensai più: di fisioterapisti ne avevo provati fino alla nausea. E nessuno mi aveva permesso di correre di nuovo.

Ma un giorno, dopo l’ennesimo giro in bici che mi aveva lasciato insoddisfatto decisi di provare: l’ultima volta, mi dissi.

E così conobbi Antonio… e così iniziò una lunga serie di sedute, trattamenti, schede da fare a casa. E qualche corsetta, giusto per provare. Piano piano i chilometri aumentavano senza che me ne rendessi conto, e ad ogni chilometro aumentava la voglia di farcela.

Dopo un inverno intero passato sotto le sue grinfie, mi resi conto di una cosa strana: se correvo il ginocchio non mi faceva più male, se camminavo finivo sempre per zoppicare… ne parlai con Antonio: “non riesco più ad andare a camminare in montagna”, gli dissi.

E la sua risposta mi lasciò senza parole: “E dov’è il problema? Se non puoi camminare, corri!”

“Correre? In montagna? Che storia è mai questa?”

“Ok Antonio, ci proverò”

Via gli scarponi, via il mega zaino con dentro roba per una settimana: scarpette e zainetto e… fatica. Fatica e sudore e polpacci che bruciano e scivoloni in discesa. In poche parole: uno spettacolo! Forse perché ho raggiunto l’età in cui la fatica diventa quasi un piacere, forse perché unendo corsa e montagna mi sono sentito in qualche modo realizzato… ma tant’è.

E così tra otto giorni parteciperò al mio non trail. Arriverò, spero nella prima metà della classifica, che per me è già una vittoria. Ma arriverò, come ho fatto negli altri otto. E finché le gambe e il fiato me lo consentiranno, correrò su e giù per le montagne: più spesso da solo, perché resto comunque un solitario, e a volte correndo con altri in gare sempre nuove in posti sempre nuovi. Stringendo amicizie che dureranno le ore della gara o tutta la vita, comunque correndo.