I giorni che preferisco per uscire amango correre sui sentieri nei boschi sono quelli di vento.

A me il vento piace, c’è a chi piace il caldo ma non troppo, a chi la pioggia ma non troppa, a me piace il vento, anche quando è troppo.

Il posto ventoso dove abito io si chiama Ameno, è un perchè ci sarà.

Penso dipenda dal fatto che il PadreEterno, quando lo ha fatto, lo ha riempito, oltre che di vento, di colline, e boschi di faggi e castagni, e sotto i faggi ha messo i funghi, e di lato ai funghi le more e l’erica selvatica. Gli ha dato una luce del sole che scalda e un’ombra che rinfresca. Per definirlo gli ha messo un lago non troppo distante e il MonteRosa che lo tiene sempre sotto controllo.

Fatto sta che appena esco di casa per correre l’asfalto lo vedo solo pochissimi metri, c’è subito una stradina sterrata da prendere, in salita. La cosa bella è che questa stradina in salita ti porta quasi sempre dove vuole lei, quasi mai dove vuoi tu. Ti trasforma nel fisico, perchè diventi tutto rosso e inizi a soffiare forte dalle narici e senti i polmoni e i muscoli delle gambe che bruciano un pochino, e nell’animo, perchè entri in una dimensione che fino a due minuti prima pensavi non fosse la tua ma quella di un’asceta buddista. Quello che soffia ad Ameno non è un vento semplice, ha una struttura complessa, non porta solo la leggerezza di aria, foglie e polvere ma anche la profondità dell’essere. Se il corpo rallenta, solitamente appena imbocchi la via crucis nel bosco, il pensiero diventa veloce, con associazioni rapide di idee, con metafore, con la comprensione di quel “tutto” dei filosofi greci.

Quando la salita finisce c’è il piano, che è un’ossimoro naturale, sul piano..si va più veloce.

rosa-dei-ventiQuando vai veloce la vista si sfoca, ti sembra di essere sul vagone di un treno, di quelli che prendevi per andare all’università, solo che è più bello, perchè non c’è quell’odore di traversine e gasolio, ma c’è il profumo degli aghi di pino, del muschio, della terra bagnata. I colori diventano quelli dei divisionisti, ti danno l’idea generale ma il particolare lo devi lasciare andare per forza di cose, può essere una lezione di vita.

La discesa è tecnica, ma è anche divertimento di bambino. Di notte, con la pila frontale, correndo su sentieri acciottolati, ti sembra di essere un supereroe, il vento aumenta, il numero di volte che i piedi toccano i sassi diminusce, i balzi sono ampi, l’adrenalina cresce, il limite tra successo e ginocchia sbucciate è sottile come un foglio di carta da zucchero. Gli animali che incontri di notte nei boschi non sono quelli che si studiano sui libri di scienze, sono quelli mitologici, c’è un ladone con cento teste, il cinchiale di Erimanto, la civetta di Minerva e poi ovviamente lui… l’ircocervo.

Tutti insieme li puoi vedere solo lì, in quel momento in cui loro si rivelano e tu non ci sei già più.

Poi torni a casa con quel vento, un pochino ti è rimasto aggrovigliato tra i capelli ricci, e ti sembra di aver vissuto cento vite, in un’ora soltanto, aver attraversato secoli, in dieci chilometri soltanto.

Io credo che la differenza tra il trail running e tutto il resto sia qui, nel vento.