image1-3Il trail può trasformare una pseudo fighetta bionda, in una donna outdoor, capace di affrontare una gara di 70 km e più di 4000 m di dislivello positivo, da correre nell’unico giorno di diluvio universale di un’estata tropicale, calda e soleggiata.

Tutto è iniziato 2 anni fa. Sul finire dell’estate 2014, si diffonde la notizia che anche Bergamo avrà la sua gara di ultra distanza e le Orobie – le Alpi Bergamasche che abbracciano la cittadina lombarda e le sue valli – saranno invase da un’orda di trail runners colorati e determinati a guadagnarsi lo splendido traguardo di Città Alta. Avevo da poco ripreso l’attività di trekking in montagna, grazie a un gruppo di escursionisti incontrato quasi per caso, ma fin da subito accogliente e godereccio e, ovviamente, continuavo a correre su strada, preparando le mie adorate mezze maratone. Rincorrevo il personal best. Correvo una domenica sì e una anche, centinaia di km tutti uguali, eccezione fatta per gli arrivi, sempre festosi e su alcune delle più belle piazze italiane. Cercavo le mezze veloci, le piattone come si definiscono nel gergo dei podisti, che garantiscono il tempo e non mancavo di registrare/ scaricare/ paragonare ogni allenamento con il mio fidato GPS. Le uscite erano scandite da fasi standardizzate: cambio abiti, accensione GPS, attesa – snervante – del segnale, corsa. Fra una corsa e l’altra, la domenica riscopri poi il piacere della montagna, con i suoi paesaggi di una bellezza spiazzante, con la gente che saluta lungo il sentiero, con le chiacchiere e con i pasti al rifugio, dopo la soddisfazione della vetta. Attendevo tutta la settimana l’uscita domenicale e l’arrivo del freddo non aveva cambiato questa prospettiva.

Anche alcuni dei miei compagni di passi parlavano della nuova gara e in particolare i due a cui più mi ero legata, Siro che il Biondo, erano entusiasti e ansiosi di iscriversi alla “corta”. Mi sembravano dei pazzi, nel definire una gara di 70 km in montagna, con mille mila metri di dislivello, come corta. Fino a qualche mese prima, per me i dislivelli maggiori che avessi dovuto concepire erano quelli di al massimo un cavalcavia. Correre sulle Orobie, che pazzia! Era roba per gente forte, per quelli che, come la mia amica Cri, amavano fare fatica e contavano su un talento innato per lo sport e per le salite. Eppure, sempre più spesso, sentivo parlare di questa gara come L’Obiettivo del 2015. Come se non bastasse, i miei amici dopo aver deciso di prendere parte a questa gara, sembrava avessero una missione imprescindibile: convincermi ad iscrivermi.

Arrivò dicembre e fra un’uscita di snowboard e le mie mezze, arrivò anche l’apertura delle iscrizioni. Io e Siro partecipammo a due trail per capire di che cosa si trattasse, guidati da una vera e propria campionessa, Cristina, che con noi condivideva le uscite sulle montagne di casa. La Valtellina fu il battesimo, Portofino la conferma. Avevo deciso: mi sarei iscritta alla corta – ormai era diventato lessico comune – mi sarei preparata e poi avrei valutato a luglio: se fossi stata pronta e sicura di poter affrontare quei 70 km, sarei partita. Altrimenti avrei lasciato perdere, senza rimpiangere il costo contenuto dell’iscrizione. Perché sapevo benissimo che se non mi fossi iscritta, il giorno della partenza mi sarei mangiata le mani (e di seguito le scarpe da corsa) per non aver almeno provato ad allenarmi, cogliendo la possibilità di partecipare alla prima edizione di quella gara sulle mie montagne. Nel frattempo, tutto ciò doveva restare segreto di Stato: nonostante fossi prossima a compiere la terza decina, mia madre si sarebbe legata alle mie gambe pur di non farmi partire per una gara del genere.

Il primo giorno dell’anno, io, Siro e il Biondo uscimmo per affrontare un lungo giro, sulle vette fuori casa. Conservo una mia foto di quel giorno: mi ritrae sorridente, fra le cime imbiancate della mia valle.il_primo_giorno_dell_anno Fu una giornata splendida, cominciavo a sentire questa assurdità dei 70 km, come qualcosa di possibile e ciò mi motivava e mi stimolava a continuare. Non avevo letteralmente idea di come preparare una gara di lunga distanza, ma cominciai a leggere, a documentarmi, a studiare, con il grande vantaggio di avere una splendida e generosa amica-campionessa, decisa a farmi vivere al meglio quell’esperienza. Mi fidavo (e mi fido) ciecamente di lei, sapevo che avrei potuto contare sui suoi consigli. Arrivò il giorno del mio compleanno e insieme andammo a fare acquisti nel regno di ogni appassionato di outdoor (anche questa parola stava diventando sempre più mia): un negozio pieno zeppo di abbigliamento tecnico e materiali, guidato da un esperto, oltre che praticante, di diverse discipline. Potevo essere sicura di comprare ciò che mi sarebbe servito. Il mio primo guscio in Goretex fu un amore a prima vista: azzurro, come il cielo delle giornate terse in montagna. Comprai anche un primaloft e una pila frontale capace di illuminare quanto un faro. Infine, Siro comprò per me un paio di bastoncini leggeri e ripiegabili da trekking, un buon compromesso e sicuramente un grande passo avanti rispetto a quelli arrugginiti e dispari in altezza, ricevuti in dono da Giulio, un altro degli amici alpinisti, che per incitarmi nelle salite aveva deciso di cedermi il suo vecchio paio. Avrei comprato il resto nei mesi successivi, ripartendo così nel tempo i costi di tutta l’attrezzatura. Nel frattempo, stampai l’altimetria di gara per tenerla in bella vista sulla scrivania in ufficio: ogni tanto buttavo un occhio, i colleghi facevano qualche battutina, ma io ero ormai convinta della mia decisione.

Cambiai il modo di allenarmi e, almeno una volta a settimana, decisi di uscire la mattina presto, prima di andare al lavoro, per abituarmi al buio, al correre completamente sola e digiuna. Con il finire dell’inverno, le giornate si allungarono e le uscite settimanali dopo l’ufficio cominciarono a pesare meno, grazie alle ore di luce che aumentavano. Cominciai a chiedere a tutti i colleghi di suggerirmi sentieri e percorsi da fare dopo il lavoro e sperimentai le prime uscite da sola su sentieri che non conoscevo, nei dintorni del paesino in cui lavoravo. Un giorno, per macinare qualche kilometro in più, decisi di ritornare a casa via-montagne, cioè salendo la montagna che separava il paese del mio lavoro, da quello in cui vivevo. Fu incredibile incontrare a quell’ora due vecchi amici, anch’essi mossi dalla stessa motivazione. Arrivata la primavera, fu tempo di programmare le uscite lunghe: 32 km; 40 km e infine quelle sul percorso: i primi e durissimi 30 km, 50 km per testarmi su un vero lungo e infine gli ultimi 20 km. Erano tutte esperienze nuove ed era semplicemente elettrizzante.

Il trail stava entrando nelle mie giornate, nel mio modo di vedere le cose, nel gestire il mio tempo libero. Fu così inevitabile rompere il segreto di Stato: mia madre lo venne a sapere. Non fu così tragica come avevo immaginato. Si beava della possibilità che decidessi di non partire e soprattutto, la data della gara era ancora troppo lontana per iniziare a preoccuparsi. Inoltre, avevo conosciuto Alessandro e lui sembrava rappresentare la panacea per ogni male; credo che in cuor suo pensasse che con il suo buonsenso, mi avrebbe allontanato dal demonio della gara. Peccato che fosse soltanto il responsabile dell’Ufficio Stampa di suddetta gara. Iniziò un periodo di immersione totale nei miei allenamenti, Ale usciva con me, nonostante la scarsa preparazione e accusando grandi fatiche (che meriterebbero di essere raccontate, visto il loro alto contenuto tragicomico. Ma questa è un’altra storia) consigliandomi su piccoli accorgimenti e sorprendendosi di come avessi impostato con determinazione, la mentalità sulla gara. La sua sorpresa non fu mai così grande, come quella di chi mi conosceva da sempre: io che, con orrore, ricordavo il test di Cooper come la peggior prova di tutti i tempi e che potevo concepire la corsa solo come un atto di necessità, rappresentato da una situazione di urgenza estrema. Io che non avevo mai fatto uno sport seriamente e costantemente, passando dall’equitazione al tennis, fino a provare la corsa un giorno tempo prima, dandomi da subito dell’idiota, perché scegliere una morte a un km da casa, correndo, sembrava davvero una misera fine. Inaspettatamente sopravvissi, iniziai a correre e appunto m’iscrissi a una gara di ultra trail. C’est la vie…

A fine Giugno ero esausta. Comprensibilmente, arrivò non tanto il calo fisico – ero davvero in forma – ma il calo mentale. Non ne potevo più di kilometri, dislivelli, uscite in velocità, prove di scarpe, calzini, zaino e tutto il resto. Era stata una lunga preparazione e cominciava a farsi sentire, avevo bisogno di stimoli nuovi per mantenere la concentrazione, ormai mancava pochissimo e avevo in programma ancora 3 uscite importanti. Forse ci voleva uno stop, ma chi corre mal digerisce questa parola e prima di accettarla proverebbe qualsiasi alternativa. Io mi ci scontrai come contro un muro: dopo 34 km sul percorso, a causa probabilmente di un calzino, sul mio piede si aprì una vescica di dimensioni colossali. Poco male se non fosse che il giorno dopo, io e Ale avremmo dovuto correre una gara di corsa in coppia: avremmo potuto forse mancare? Il mix fu letale. Potevo camminare, ma era escluso correre con un piede in quelle condizioni e mancavano ancora due uscite importanti: il mio vero lungo di 50 km e un’uscita di scarico, lungo gli ultimi 20 km del percorso di gara, che ancora non conoscevo. Nulla succede per caso e quei 10 giorni di stop mi diedero sicuramente una grande ricarica motivazionale, per ritornare a correre con grinta. Grazie a qualche buon consiglio, scoprii che un medico geriatra avrebbe potuto curare la ferita, per riprendere le normali attività in tempi record: praticamente mi curò come si farebbe con un’anziana allettata, ma il risultato fu esaltante: dopo 3 giorni potevo correre e dopo altri 5, affrontai il mio ultimo allenamento lungo per la felicità di Ale, che cominciava a temere la mia idea di “uscita in montagna”. Ero euforica, ormai sentivo che ce la potevo fare.

Due settimane prima del via, corsi gli ultimi 20 km nel momento della giornata che prevedevo di poter rispettare durante la gara. Fu semplicemente stupendo arrivare sopra le alture e vedere la città imperlata dalle luci della sera. Sapevo che quando mi sarei trovata lì, il grosso sarebbe stato fatto, sarebbe mancata soltanto l’ultima e cittadina salita prima dell’arrivo. Sospirai e ripresi a correre, seguendo il cono di luce della mia frontale.

Poi arrivò l’ansia, quella che tutti gli esordi contemplano. A una settimana dalla partenza non chiusi occhio e mi dissi francamente che così non poteva continuare: mi imposi di stare tranquilla e di affrontare giorno dopo giorno, tutta la settimana.

Il 1 Agosto 2015, giorno della partenza, il ritrovo fu fissato sotto casa mia. Venne a prendermi mio padre e accompagnammo, avrei trovato Siro, il Biondo e Cri alla partenza. Pioveva a dirotto. Ci ritrovammo tutti sotto una tensostruttura, saltellando sul posto per riscaldarci o per stemperare l’ansia. L’organizzazione decise di sospendere la gara lunga per il maltempo e di ritardare la partenza della corta di mezz’ora. Il tempo dell’attesa appare sempre infinito, capace di dilatarsi, aumentando panico e preoccupazioni. Me ne accorgo sotto quella pioggia, guardando in alto, dove tutto è avvolto nelle nebbie basse.

Quando realizzo di essere al 30^ km di gara, so perfettamente cosa sto facendo e come lo sto conducendo. Sarà un attimo e mi ritroverà sul palco di Piazza Vecchia in Città Alta. Ci sarò. Immaginando chi sarà ad aspettarmi, sorrido e continuo a correre verso la mia piccola grande vittoria.