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Come sempre succede la domenica mattina ormai da un paio d’anni, anche quest’oggi presto, presto, che ci sia un sole splendente o che piova a dirotto, la mia camera da letto era stata riempita dalle strimpellanti note della sveglia. Precisa, puntuale, infallibile, perfetta.

Come tutti i giorni il suo trillo sicuro e instancabile mi aveva fatto rientrare dal mondo dei sogni e aveva spaventato la micia appallottolata ai piedi del letto facendole fare un balzo istintivo e un po’ arruffare il pelo.

La cosa strana, però, è che per me la domenica la sveglia ha un suono differente. Cioè, il motivetto è lo stesso che suona ogni mattina, eppure sembra diverso. È più allegro, dolce, spensierato, frizzantino, quasi piacevole.

In settimana l’unica cosa che vorrei fare alla sveglia è scaraventarla con tutte le mie forze contro l’armadio di fronte al letto, mentre la domenica sono felice che quell’aggeggio faccia con puntualità il suo lavoro, perché lo sparo di via della corsa non aspetta nessuno.

E quindi, ciabatte ai piedi, avanti con l’immancabile super colazione pregara: muesli al cocco, cereali, pane e marmellata, rigorosamente fatta da mamma, e un buon caffè. Caldissimo e senza zucchero, come piace a me.

Forza, veloce, pronti, via!

I pantaloncini e la mia maglietta tecnica preferita, ricordo di una gara unica e indimenticabile, sono pronti per essere indossati dalla sera prima, con il pettorale numerato attaccato con rigorosa precisione quasi come in un rito portafortuna da ripetere sempre uguale.

Oggi c’è una corsa speciale, non si può proprio fare tardi.

Speciale perché si snoda totalmente in collina in mezzo ai boschi, speciale perché il ricavato andrà tutto in beneficienza per un progetto medico in Africa, speciale soprattutto perché è la prima corsa trail della mia mamma. Lei, che da qualche tempo ha scoperto la passione per questa meraviglia che è la corsa, oggi ha deciso di provare la sua prima corsa trail.

La cosa mi rende molto felice e sono sicura che, comunque vada, sarà un’esperienza che ricorderemo con piacere, come la sua prima 10 chilometri di qualche mese prima corsa fianco a fianco.

In attesa della partenza stiamo vicine, una accanto all’altra, saltelliamo un po’ emozionate entrambe per motivi diversi. Oggi indossiamo gli stessi pantaloncini e abbiamo in corpo la stessa voglia di buttarci in questa avventura.

Una gelatina di frutta da dividere a metà, un po’ di stretching, qualche consiglio alla mamma e si parte. L’accordo è sempre lo stesso: ognuna a suo passo per vivere appieno ogni metro e poi festa insieme all’arrivo.

Tre, due, uno…spam! Si va! I primi passi li facciamo all’unisono, poi un “ciao”, un sorriso e comincio la mia corsa.

La location è meravigliosa, una fra le più belle in cui mi sia capitato di correre. Si parte dal piazzale di un Castello, antica residenza Sabauda, e da lì ci si immerge nella collina che lo circonda, per finire poi di nuovo davanti alla fortezza.

I primi chilometri sono impegnativi, tutti in salita, neppure qualche passo in piano per rifiatare un po’, ma la bellezza del sentiero rende tutto meno difficile.

Le parole che all’inizio ci si scambiava fra amici runners, ben presto hanno lasciato spazio ad un delicato e piacevole silenzio, interrotto qua e là soltanto dai respiri affannati, dal bip degli orologi e del “paciak” delle scarpe che si fanno strada fra pozzanghere e fango, regalo della pioggia che per tutta la notte è scesa sicura.

Questa mattina però c’è il sole e così, uccellini di tutte le forme e di tutti i colori, sono folta tifoseria che ci accoglie dopo ogni curva.

Non c’è praticamente nessuno lungo tutto il percorso e, talvolta, mi trovo a correre da sola per alcuni tratti. Sento solo il mio respiro, il cuore che batte veloce e faccio il pieno di quella serenità che solo la natura tranquilla mi riesce a trasmettere. Bellezza allo stato puro.

Nessuna macchina a dare fastidio, nessun semaforo da rispettare, nessun rumore di motore e nessuna puzza di smog a fare da cornice. Sono gli alberi, i cespugli e i pietroni i protagonisti di questa mattinata.

I nastri bianchi e rossi, unico dettaglio artificiale del paesaggio, spiccano luminosi sul verde scuro delle foglie e segnano il percorso da seguire. Un nastro dopo l’altro e i metri si fanno chilometri, alcuni più duri, altri un po’ meno.

Poi finalmente comincia la discesa. La mia amata discesa.

Veloce, ripida, sconnessa, piena di buche e di sassi come piace a me.

Mi diverto a lasciare liberi i freni e mi getto a capofitto all’inseguimento del gruppetto di testa che mi aveva un po’ staccata in salita.

Rapida, sicura, una curva dopo l’altra, un passo dopo l’altro. Mi sembra quasi di sentire la voce di mia mamma che dice “..ma sei matta? Vai piano!”.

Le gambe sono leggere e il fiato ormai ha ripreso il suo ritmo normale. Le discese mi regalano sempre la sensazione di volare, come se quasi riuscissi a non toccare il terreno. Non vedo più nulla di ciò che mi accade intorno. Sono come in un turbine, mi sembra di essere una trottola impazzita.

Oggi mi sento davvero bene e sono proprio felice di correre fra queste colline che tante volte ho percorso in compagnia o in solitaria durante le mie uscite rigeneranti di corsa dopo il lavoro.

Gli alberi, il laghetto, le rocce, i cavalli e i pavoni sono sempre gli stessi, ma oggi li vedo di sfuggita, non ho tempo di fermarmi per salutarli.

img_5042Oggi corro veloce verso l’arrivo, oggi mi concentro solo sui miei piedi e sul respiro.

Guardo il mio orologio rosso, fedele compagno di tante corse. Dice che mancano solamente un paio di chilometri. “Fantastico” penso. Ho ancora un po’ di energia da poter spendere. E così accelero sicura fra i miei amati boschi.

Ecco laggiù il Castello, ormai lo vedo, ormai è vicino. Un’ultima salita. Sento la voce dello speaker che per tutta la corsa ha intrattenuto il pubblico e la musica che annuncia l’arrivo dei primi.

Ancora qualche centinaio di metri “a tutta” e passo sotto il gonfiabile che funge da arrivo.

Sono felice, davvero felice. Non ho idea di quale sia il mio piazzamento. Ma che importa? La contentezza ed il senso di libertà che mi regala il correre in mezzo alla natura valgono di più, molto di più.

Prendo fiato, saluto i miei amici e mi regalo un bel tazzone di the, un fumante tazzone di the alla pesca, piacevole ristoro vista la brezza di inizio primavera che ci ha accompagnati per tutta la mattinata e che all’arrivo si fa sentire ancora di più.

Pian piano, uno dopo l’altro, i podisti passano sotto il gonfiabile blu con il tipico sorriso che hanno tutti alla fine di una competizione.

Che sia una corsa lunga, corta, in salita, in discesa, in montagna o in città, che abbiano fatto il loro personale o che abbiamo semplicemente corso, tutti hanno la stessa espressione quando tagliano il traguardo. Mi piace un sacco mettermi lì vicino per catturare questi momenti.

Pochi minuti dopo, torno un po’ indietro lungo il percorso per andare ad aspettare la mia mamma qualche metro prima dell’arrivo.

Chissà se sta per arrivare…chissà se tutto va bene. Ammetto di essere stata in pensiero per una buona decina di minuti perché in fondo era la sua prima corsa trail ed il percorso era piuttosto impegnativo con molta salita e davvero pochi chilometri in piano. Ad un certo punto ho addirittura pensato che mi avrebbe “odiata” per averle consigliato questa corsa come approccio alla corsa non su strada…

Ed invece all’improvviso in lontananza ho riconosciuto la sua inconfondibile maglietta rosa e le sono corsa incontro per incoraggiarla negli ultimi metri. Forza!!!! Ormai è fatta, sei arrivata! Bello bellissimo vederla sorridere, tutta rossa e sudata ma sorridente.

Prendo in mano il cellulare e la seguo come perfetta fotoreporter. Tanti scatti per immortalare il suo arrivo con le mani alzate, il suo sorriso da vincitrice.

Si, perché questa sfida è a tutti gli effetti una vittoria.

Festeggiamo insieme con un altro bel bicchierone di the caldo alla pesca e discutiamo come due professioniste del settore dei dettagli tecnici del percorso. Che ridere!

Quanta bellezza tutta concentrata in poche ore, quanti sorrisi e quante emozioni.

Con gli occhi luccicanti torniamo verso casa e la domanda viene da sé: “Quando facciamo la prossima?”.