20160625_203313Per spiegare lo spirito e la bellezza del trail direi che è molto più facile iniziare questo racconto dalla fine.

Sono “fatto”. Letteralmente.

Fatto di endorfine.

E felice.

E pure stanco, ma col sorriso da ebete stampato sulle labbra.

Ho appena finito un 25k. La mia distanza più lunga di sempre. In un trail.

Guido verso casa, silenzioso, nel traffico del weekend.

Traffico di una domenica d’autunno, aria umida, cielo velato. Piovono foglie.

Di là del vetro, oltre la monotonia del tergicristallo, vedo gente che non ha goduto di questa natura, di questa stagione, di questa giornata così intensa.

Vedo cosa sarei potuto diventare e godo nel vedere cosa sono invece io ora.

Vedo gente farsi strada tra i gas di scarico, donne imbellettate, adolescenti persi nel rito della domenica buttata al cesso nei centri commerciali, noto piumini siberiani addosso a bellissimi uomini, a pettinatissime donne e ad adorabilissimi bambini in un autunno mediterraneo.

Tonnellate di tempo perso, buttato, non goduto.

E poi c’è stato il bip dell’arrivo, che ha fermato il cronometro in un numero associato al mio nome. Ma non è quello il punto.

Il punto è che poi, c’è soprattutto lei. La Natura.

Sento i miei passi nel silenzio del bosco, sento il fruscio delle foglie, il rumore dei sassi e capisco che il silenzio non è mai silenzio, ma è sempre qualcos’altro.

Sono cotto, esausto, ma resto concentrato.

Quando vai per sentieri, l’importante non è correre veloce, ma correre bene.

In salita, come in discesa, andatura costante, ritmata.

Io non mollo, cara Natura, te lo dico.

Spero di arrivare, di non scoppiare.

So che è una gara mentale e per questo accompagno il mio cervello fino all’arrivo.

Doso le forze, mi calmo, mi rassicuro. Ad ogni respiro faccio il check-up generale delle mie condizioni e di quello che ho ancora addosso. Ho sotto controllo la riserva d’acqua, mi restano mezzo pacchetto di miele e una banana. Potassio on the go, le bustine e i gel ancora mi fanno paura.

Va tutto bene. Il ghigno di fatica diventa un timido sorriso.

Aria umida, tiepida, calda, fredda. Vento. Odore di pineta. Il mare non deve essere lontano. Odore di radici marce, muschio e muffa, terra smossa e funghi.

Odore di salita.

Con il dovuto rispetto, le stagioni si sopportano, non si sfidano.

Si sopportano fino a poterne assaporare la vera essenza, che è poi il motivo che ci spinge ad essere lì nel bosco, sempre.

Bella metafora della vita, questo trail running.

Vivere e muoversi in simbiosi con la natura, senza bisogno di possedere più di ciò che non si può trasportare con leggerezza, correndo a perdifiato.

Vestiti ed equipaggiati della sola tecnologia di cui abbiamo bisogno.

Non un grammo di più.

Non ho motivo di lamentarmi delle intemperie e comunque non avrei nessuno con cui farlo. Sembrerei perfino patetico.

Mi limito a resistere e a spingermi in avanti, come farebbe qualunque altro animale su questa terra.

Come farebbe un piccione sotto la pioggia di Milano.

Come farebbe una pulcinella di mare su uno scoglio dell’Atlantico meridionale.

A chi rivolgono i loro piagnistei le formiche?

Tutto questo sentire, udire, provare, gustare. Tutto è un’esplosione sensoriale che mi fa sentire vivo.

La natura, madre di tutto ciò, mi riconcilia in un attimo con la bellezza del mondo, elevandomi nuovamente a qualcosa di più profondo della settimana dei saldi e dei capi a metà prezzo.

Guardo la perfezione dei numeri sul display del GPS a cristalli liquidi, noto il contrasto col mio corpo in movimento, così animale, grondante fatica e sudore dalle tempie alle caviglie.

Ma è anch’esso perfetto: una macchina in armonia con la corteccia degli alberi, con il muschio sulle pietre, con il fango sulle scarpe.

E’ lì il mio posto, e così avanzo: mani sulle ginocchia in salita, quadricipiti contratti in discesa.

Nel trail running, la simbiosi con la natura e l’amore per lo sport si mescolano e si confondono.

E’ bello dimenticarsi di essere in gara quando prendo un raspo d’uva al ristoro e lo mangio, continuando a correre, acino dopo acino.

Incrocio rider in bici e sorpasso escursionisti dal passo lento.

Tutti – o quasi tutti – salutano, con gentilezza e intimità, anche se prima di me ne saranno passati altri cento o duecento. Anche se ho addosso un pettorale di gara e un chip che mi conta il tempo che scorre.

Come a riconoscersi parte dello stesso clan in mezzo a tanti.

Nel mondo endurance c’è anche il tempo per i saluti. Ti riesce di fare tutto senza mai perdere troppo tempo. In salita riprendo fiato, rovisto nello zaino, bevo acqua, cambio perfino gli indumenti sudati.

Alla partenza, sorrisi distesi celano un’ansia buona che è data dalla voglia di partire, di arrivare e soprattutto di fare una bella gara.

Lo stomaco è a posto, adesso avrei anche fame ma ho mangiato meno del dovuto quando invece avrei potuto, stamattina, presto, prestissimo, prima del sole, a casa.

Prego il dio dei calzini di non avere vesciche a fare “cù cù” quando mi toglierò le scarpe.

Le mie preghiere saranno poi esaudite. Dio sia lodato.

Ecco, questa storia volge alla fine risalendo all’inizio.

Alla fine di questa giornata, finalmente a casa, fatto e strafatto di endorfine, ripenso curiosamente al modo in cui è cominciata.. alle volte che mi sveglio prima del sole proprio in quei giorni che potrei starmene steso sul letto, a pensare alla moda, alle vasche lungo i viali acciottolati, al moto GP o al santissimo-campionato-di-calcio visto dallo schermo a 50 pollici più reale della realtà.

Penso alle strade deserte, alla pace del mattino, al canto degli uccelli.

Il mondo perfetto esiste agli antipodi dei nostri ritmi.

Penso a tutto ciò mentre mangio, faccio una doccia, crollo sul letto e mi addormento felice.

Date sempre il meglio di voi, dentro e fuori il tracciato.

La ricompensa c’è sempre.

Buona strada a tutti.