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venezia-5774Sono passate più di 24 ore dalla fine del nostro primo trail e le gambe sono ancora dure e dolenti; non ricordo di avere mai sentito così tanto male dopo una corsa. Forse perché non mi sono mai allenata davvero per un trail, pensavo di averlo fatto, salivo, scendevo sentieri e strade ma non è così. Non si tratta di allenare i muscoli, non per me almeno, si tratta di allenare la mente ad affidarsi al corpo ed è certamente quello che sto facendo da quando ho iniziato a correre, ma mai prima di questa corsa avevo compreso quanto ancora ho bisogno di prepararmi.

Mi trovo nella mattina, è grigia e fredda, la temperatura si è abbassata di colpo negli ultimi giorni, ha piovuto un poco nelle ore precedenti la partenza, il terreno si presenta leggermente scivoloso ma non impossibile: l’autunno è arrivato, ci accoglie e saluta con le sue temperature e i suoi colori sembra essersi vestito in occasione di questo trail, mi sembra che questa stagione così umida ed affettuosa desideri offrirci il proprio benvenuto, come se volesse essere presente a questo nostro inizio, a questa nostra nuova storia attraverso la vita.

La villa che ospita partenza ed arrivo si apre in un abbraccio festoso di volontari impegnati a rendere tutto efficiente, non deve essere stato facile creare un evento così ben strutturato dal nulla, è la prima edizione. Una gioia il viso sorridente di chi distribuisce pettorale, pacco gara, raccoglie le sacche che ci verranno restituite all’arrivo così da poter cambiare gli abiti bagnati. Il clima è aperto e generoso, come lo era anche all’avvio della mezza maratona alla quale abbiamo partecipato oramai qualche mese fa, io e mio marito siamo emozionati, concentrati, tesi ed al tempo stesso rilassati. Prima di noi parte la gara “vera”, quella di 39km, ci sono atleti importanti, persone in grado di fare tempi e percorsi per me inimmaginabili, tutti sorridono felici, sono in gara ma non c’è aggressività, piuttosto una sorta di godimento nella concentrazione e nella condivisione. La maggior parte dei partecipanti sta pensando a come affrontare sé stesso attraversando quei chilometri e quel tempo che sarà un’esperienza personalissima pur se condivisa. Negli istanti che precedono la loro partenza mi emoziono, stiamo tutti provando la stessa sensazione, un misto di paura e certezza, qualcosa di unico che sarà soltanto nostro, di ognuno e di tutti.

Ora siamo noi dietro il gonfiabile, siamo molto indietro, ci piace lasciar partire, muoverci al nostro ritmo. Mio marito potrebbe scattare, io no, sono lenta in partenza (e non solo!). Il gruppo è allegro e variopinto. Sembra avviarsi per un picnic in campagna.

È il momento della partenza; lo speaker ci incita e ci sospinge nei primi metri di questa avventura, finalmente, dopo tanta attesa spingiamo i nostri piedi in questa specialità della corsa che tanto ci affascina e su cui abbiamo letto e visto tanto. Abbiamo scelto il percorso più breve, ma avremmo voluto calcare i sentieri di quello più lungo, mi ha bloccata una brutta distorsione subita ad una campestre che mi ha immobilizzato ad inizio estate per oltre un mese.

sans-titre1Siamo subito rallentati dalla ridotta larghezza del sentiero, poi una piccola discesa e si cammina. Provo ad adeguarmi: non c’è spazio per superare, occorre avere pazienza, conosco il seguito del percorso e immagino si potrà procedere sul lungo fiume. Eccoci avviati, si corre, la Brenta respira accanto a noi ed io la ascolto, mi aiuta a trovare il mio ritmo. Un’antica e oramai quasi dimenticata tradizione in Veneto porta a chiamare le montagne e i fiumi al femminile perché in essi è richiusa tutta la forza ancestrale della natura, della madre terra. È proprio la Brenta, fiume meraviglioso, ad accompagnarmi in questo trail che attraversa un luogo a me tanto caro, amato, una paese che mi ha adottata. La terra che percorro in questa mattinata è solida ed elastica, sono passati molti mesi da quando abbiamo corso qui l’ultima volta, nel frattempo molto abbiamo assorbito. Mi sono fermata per l’infortunio, mio marito è diventato sempre più veloce… sto correndo e sento che il piede infortunato non ha la stessa leggerezza di prima. Mi sembra abbia perso la naturale elasticità e forza. Mi concentro per ascoltarlo e per rafforzarlo “mi fido di te, non cedere, non lasciarti andare!” … ho appena iniziato questo dialogo interiore con il mio piede e di nuovo si cammina. E’ iniziata la salita e quasi nessuno corre, il sentiero è stretto, mi rendo conto che in tanti abbiamo scelto questa giornata per confrontarci con il trial per la prima volta, per passare dalla rigidità dell’asfalto all’imprevidibilità del terreno dei sentieri. Spero si tratti solo dell’inizio, che poi chi non riesce a correre trovi il modo di mettersi di lato e lasciar andare, che il flusso scorra. So che la salita costituisce la mia unica opportunità di avanzare, non si tratta di vincere, si tratta di esercitare la mia consapevolezza, di comprendere il mio limite, la mia forza. Chiedo permesso e corro, si fanno tutti da parte, sono gentili e solidali, alcuni mi seguono in questo ostinato tentativo che mi porta ad inerpicarmi. Una salita fatta di continui scatti e fermate, di cammino e di corsa, una fatica enorme, molto più grande di quanto non sarebbe per me correre di continuo. Procediamo, mio marito un poco sopra, io a breve giro; mi spiace non essere in grado di vedere il paesaggio, non potermelo gustare. Potrei semplicemente camminare e lasciare che sia, che si traduca in una passeggiata, ma non voglio, voglio capire cosa riesco a fare. Allora procedo, concentrata perché nei sorpassi non si stacchino sassi che infastidiscano chi sta più sotto, perché il mio piede destro non smette un solo istante di ricordarmi la propria condizione, perché occorre avere rispetto delle persone e passare senza arroganza. So che per me la parte più difficile sarà la discesa, se non cerco di dare il meglio in salita avrò perso l’opportunità di avere dato il massimo. Il mio desiderio più grande è dare tutto ciò che posso, senza rimpianti, dosare le forze certamente, ma non risparmiarmi, costi quel che costi!

La salita pare terminata, si scende su una strada asfaltata, mio marito è velocissimo e so che potrebbe “volare”, ma mi aspetta. Vado comunque, con scioltezza, senza paura. So che ci sarà presto un’altra salita e poi la discesa vera, quella del sentiero scosceso, nel bosco, con il terreno scivoloso, con i sassi. Quella mi spaventa.

Allora vado, con tutta la generosità della quale sono capace, vado per una larga strada e poi la mulattiera che riprende a salire. Di nuovo si sale ma brevemente, si va, rapidi.

Arriva la fine della salita, si apre la discesa, quella che dà sollievo, che tutti affrontano fulminei e sciolti, vado per un po’, finché la pendenza mi consente la sicurezza dell’equilibrio, poi mi accorgo che sto producendo un tappo, quello che altri hanno prodotto per me in salita, devo farmi da parte, lasciare andare. Non vorrei, perché questo significa fermarmi, non procedere, perché la velocità alla quale tutti scendono non è la mia. Mi scanso, riparto e di nuovo devo scansarmi, poi riparto e di nuovo devo lasciar passare…

Tutti quelli che avevo superato in salita scendono agili e veloci, il tempo trascorre e mi accorgo di avere perso tutto il vantaggio guadagnato. Piano piano restano dietro di me poche persone. Parlano, parliamo, senza guardarci, ognuno sta imparando a scendere da un sentiero. C’è un ragazzo di Napoli, è al suo secondo trail, era lentissimo in salita, lo è anche in discesa eppure non si perde d’animo, dice “ci sono 4 ore per finirlo, lo finiremo!”, ha ragione, scendo, le gambe sono sempre più dure, le ginocchia hanno paura e si bloccano, il piede fatica a trovare la giusta leggerezza. Non sono capace di lasciarmi andare. So che questa paura, questa lentezza fino a pochi anni fa mi avrebbe fatto scivolare in un pianto disperato, mi sarei fermata, sarei tornata indietro ed avrei cercato una strada asfaltata per scendere. Fino a otto anni fa non sarei neppure stata in grado di iniziare a scendere da un sentiero anche molto meno ripido di questo. Ho imparato, grazie a mio marito, quanto può essere bella la montagna, quanto può essere intenso affrontare la mia paura, fidarmi di me, di lui, che mi ha accompagnato ed insegnato, che mi ha tenuto per mano, guidandomi. Non sono sola anche se posso, soltanto io, scegliere di andare o stare. Vado, un poco per volta, vado. La cosa bella è che non ho paura, piuttosto mi metto con il culo per terra ma non mi fermo. D’un tratto sento la voce di mio marito, lo vedo che risale e risalendo aiuta chi scende. Mi tende la mano, la prendo e procedo. Arriva un tratto che per me è solo fango liscio e scivoloso, davvero non so come fare, non riesco a lasciarmi andare, la cosa più semplice sarebbe correre ma io non riesco, m’impianto. Mio marito mi porge il braccio, che tiene alto a corrimano per me “venga signorina!” ed io rido di gusto. Immagino quanto deve essere buffa questa donnina sudata e cicciottina che scende lentamente al braccio del prode cavaliere. Procediamo così ridendo e scherzando, arriviamo alla fine della discesa, lungo l’argine del fiume, il mio amato fiume. Le mie gambe sono rigide, per la paura e per lo sforzo. Ho imparato a ridere di me stessa e prendermi gioco della mia paura, ma le mie ginocchia ed i miei muscoli non lo sanno ancora.

Corro, so che posso correre e voglio correre al massimo, controllo quanti chilometri mancano all’arrivo e mi pare possibile andare veloce. Mio marito mi precede di parecchio, ha bisogno di lasciare fluire le gambe, mi aspetta al punto acqua, mi porge il bicchiere, bevo e rapidi ripartiamo. Il vento è freddo, mi scappa la pipì, tantissimo, credo abbia iniziato a scapparmi quasi subito alla partenza, ma non posso e non voglio fermarmi, devo andare, voglio provare comunque a dare il massimo. Procedo lungo l’argine opposto del fiume, quello che mi ha insegnato l’elasticità dei miei piedi, oggi è duro e faticoso, come mai prima. Ogni passo, ogni metro una conquista, sono sfinita, incrocio persone che camminano ma io non posso, non voglio. Ho corso pochi giorni fa 20 chilometri ed ora dopo neanche 13 mi metto a camminare? Desidero poter continuare a coltivare il sogno di allungare i percorsi sulle montagne fino a gare di centinaia di chilometri, di ore e giorni trascorsi in un’interrotta lunga relazione con il limite ultimo, da spostare un poco oltre e oltre e oltre…

Se ora su questo primo breve piccolo trail mi fermo come posso pensare di avere il coraggio di proseguire? Così corro, non smetto mai e cerco di andare un poco più veloce anche se mi manca il respiro ed i muscoli, anche se mi sembra di dover crollare a terra ogni due per tre. E mio marito che procede elastico e leggero, veloce si apposta per farmi foto e riprendermi con il cellulare. Non riesco a capire se ho voglia di abbracciarlo e baciarlo o buttarlo nel fiume. Mi rendo conto che tutte le persone che superiamo via via hanno più o meno lo stesso mio sconcerto, si rendono conto che lui, diversamente da noi, non sta facendo fatica, che probabilmente potrebbe andare rapido verso il traguardo e varcarlo ampiamente prima di quanto accadrà a causa della sua ostinazione a restare nei pressi di questa strana compagna di avventura. Il suo amore, la sua dedizione, la sua leggerezza giocosa mi commuoverebbero se avessi la forza di rendermene conto. Accadrà più tardi, dopo la doccia, con la gioia nel cuore, mentre pranzeremo con i suoi genitori che un sentimento d’amore mi travolgerà. Non riuscirò neppure a dirlo, come sempre accade quando la consapevolezza della gioia che ci attraversa è la vita, la confusione, la normalità a rendere quell’istante indimenticabile. Siamo arrivati al traguardo in 2 ore e 7 minuti, non sono neppure riuscita a tenergli la mano mentre passavamo la linea che concludeva questo nostro primo trail, tanto ero stanca e stravolta e assetata… ma che gioia avercela fatta.

Questa corsa è stata davvero una prova e, nella sua durezza, mentre mi metteva di fronte a tutto ciò che di me stessa desidero cambiare, mi ha insegnato che posso combattere e vincere, che è faticoso ma ne vale sempre la pena.