“Did you see Meteo?”

“Matteo?”

“Meteo? Weather?”

“Matteo Uèter!?…hum , no! Non l’abbiamo visto passare.”

“No rain, no snow?”

“Hum…no! Non sono passati neanche loro.

“Next stop Magià? How far? Kilometers?”

“400, come qua! Qua 2300 metri , finestra di Tzan 2700, Magià 2300, come quà .E’ uguale!”

“400?!? Four hundred?!?”

“Si certo, vai tranquillo!”

 

Disteso, stralunato, alla quarta notte di un fantastico delirio lungo qualcosa più di 300 km, non mi sarei mai aspettato di non dormire a causa di un attacco di riso. Mentre ascoltavo quell’assurdo scambio di malintesi mi chiesi se dovessi intervenire. Decisi di non farlo, del resto a cosa avrebbe giovato il mio precario inglese? A nulla!

L’atleta asiatico era sicuramente un Kamikaze e poco importava se veramente avesse dovuto percorrere altri 400 km invece dei 100 che in realtà mancavano; tanto loro non mollano mai!

Disteso, ambivo all’immobilità di una mummia, cercando un riposo faraonico in un ampio e vetusto lettone matrimoniale in compagnia di altri due non ben definiti e catatonici corridori asiatici che del corridore avevano perso, come me, le qualità principali.

Come c’ero arrivato? Che notte era mai quella? Aveva ancora senso parlare di notte? Ero conscio del rischio che correvo nel rimanere impastoiato nella fascia asiatica?

Cominciavo a capire che “la fascia asiatica” era fatta di uomini e donne irriducibili che estremizzano con il loro sacrificio lo spirito decubertiano:”l’importante è partecipare, per arrivare a tutti i costi!”

Ma io avrei avuto un eguale spirito di abnegazione?

Per non rischiare decisi di anticiparli e di inseguire, magari per superare a scopo preventivo, il corridore pronto a farsi altri 400 km .

Per far ciò avrei anche dovuto riappropriarmi del “fattore corsa”, ormai un lontano e offuscato ricordo.

Eppure ricordavo che alcune ore prima ero sceso quasi a rotta di collo e col viso pieno di lacrime dal Lasoney a Gressoney e poi, sopravvissuto al Col Pinter, mi ero quasi mangiato il Col di Nana e il suo compare de la Fontaine.

Dal Lago Chiaro al Colle della Vecchia si era trattato di lacrime di commozione e gratitudine per la polenta, il vino e le 12 fette di prosciutto alla piastra che mi ero mangiato, conviviale come ad una sfida tra “reine” valdostane. Dal Colle della Vecchia a Niel lacrime di pioggia torrenziale non ancora asciugate. A Niel lacrime di coccodrillo per esserci ricascato con polenta al sugo e birrozzo ghiacciato; eccessi da dilettante quale sono, ma che mi davano la certezza sull’esito della mia impresa!

A Niel e da Niel a Gressoney però avevo pianto a causa di emozioni più nobili e gravi!

Una terribile telefonata del “Pellegatta delle nevi” mi annunciava il suo ritiro .

Si era disfatto i piedi!

Con lui mi ero sempre allenato , con lui avevo sognato e inseguito questa avventura.

Lui, tra l’altro era in grado di mangiare polenta, bere vino e birra il doppio di me, andando decisamente più forte.

Mi avrebbe aspettato a Gressoney per salutarmi e, cavallerescamente, ritirarsi per poi farmi da assistente.

Al telefono non riuscivo a smettere di piangere tra un boccone di polenta e un sorso di birra, mentre, accanto a me ,un altro concorrente in cerca di conforto si addormentava tra le braccia della sua ragazza che mi osservava con stupore. Mi rendevo conto di essere ridicolo, ma non più di un altro simpatico ragazzo, con cui avevo condiviso qualche colle che stava litigando ad alta voce con i premurosi genitori i quali lo esortavano a cambiarsi la maglietta bagnata prima di ripartire.

Decisi di uscire dalla imbarazzante ambiguità della situazione, provando ad asciugare le lacrime per ritornare a vedere oltre il mio piatto di polenta.

Fu in quel momento che il mio sistema emotivo subì un altro colpo basso; che dico basso?! Bassissimo!

Davanti a me si era materializzato, madido di pioggia, un famigliare Bronzo di Riace!

Paolino, Paolino! Sei veramente tu?

Signori miei un IRONMAN , un vero ironman, ma ancor prima un amico d’acqua dolce con cui avevo condiviso anni di pallanuoto e un gran pezzo di vita. Si era sparato in moto un improbabile Milano-Niel sotto vari temporali facendo affidamento su ancor più improbabili calcoli balistici della mia ipoetica posizione … polenta e vino permettendo.

Un vero ironman nelle vesti di Mercurio motorizzato aveva deciso di farmi un regalo stupendo in quei giorni di affollata solitudine su e giù per le montagne. In effetti , nei brevissimi e stringati dispacci telefonici, anche mia moglie me l’aveva accennato: si era scatenata una demenziale chat transoceanica tra svariati amici che, in barba al conseguente calo di Pil, passavano il giorno e la notte sul sito del Tor a controllare dove io ed il magnifico Pelle fossimo arrivati.

A quanto pareva ci seguivano anche dall’America, chattando in diretta con gli italiani.

In barba alle lacrime che mi offuscavano la vista, salii al Lasoney a memoria, ripassando il tragitto estivo sul quale il Pellegatta mi aveva tirato il collo un mese prima e cominciai a correre verso Gressoney a rotta di collo, nella speranza di indurlo a ripartire.

Le ultime lacrime furono di paura per aver tracannato una redbull ghiacciata al chiassoso e simpaticissimo ristoro di Loo, nella speranza di riacquistare lucidità e sprint per aumentare ancora la mia velocità.

Non mi vergogno a confessare di essermi appellato a tutti i Santi per scongiurare il pericolo di congestione con cui il mio stomaco, ormai stanco di tanta scellerataggine, aveva deciso di punirmi.

In quel bailamme di emozioni mi accorsi di avere un asiatico, agile e veloce, alle calcagna che mi aveva preso come lepre e non mi mollava. Lì per lì ne fui quasi lusingato; ero ancora ignaro del pericolo.

Forse è proprio vero che il Tor chiede il conto a Valtournenche, ma ancora non l’avevo sperimentato o, quantomeno non volevo crederci, sperando di essermi guadagnato sufficienti crediti fino a quel punto.

Invece no!

Dopo un accurato briefing tecnico col buon Pellegatta che, vincendo dolore, delusione e stanchezza, si era ripresentato ad assistermi e a consigliarmi sulle difficoltà tecniche del prossimo tratto, ripartivo, impaurito, ma determinato.

In fondo avevo superato, solo e senza neanche un cane, un insidioso, piovoso e scivoloso col Pinter, dominando il mal di stomaco da emozioni e la nostalgia dei miei due fidi cani che sempre mi seguono negli allenamenti.

A onor del vero anche loro mi avevano abbandonato durante l’estate sotto il solleone o nelle notti di inevitabile esagerazione che uno deve provare a correre se vuole finire il Tor. Non sono riuscito ancora a capire se per paura dei lupi o dei numerosi cinghiali che puntualmente si incontrano qui dalle mie parti, o per semplice buonsenso animale. Fatto sta che ormai mi ero abituato a vederli, sornioni come il gatto, defilarsi con stile e fingere di dormire nel momento in cui capivano che stavo per andare ad allenarmi.

Casco in testa e ben due lampade frontali insieme, insieme a tante avemarie da credente opportunista mi avevano tratto in salvo fino allo splendido Vieux Crest.

Poi, strada facendo, la mia autostima era risalita per via dei complimenti di alcuni atleti asiatici a proposito del casco.

Dal colloquio in inglese mi era restato un fondato dubbio: lo apprezzavano perché uno di loro era scivolato nel tratto pericoloso subito sotto il col Pinter sbattendo pericolosamente la testa o per via del bel colore blu!

Non importa, ero contento di aver ripreso i contatti umani, per di più in inglese e non nei più famigliari francese o spagnolo dove me la cavo decisamente meglio.

Ma, come dicevamo, dopo Valtournenche si alza il tiro e ahimè i cancelli orari si fanno sotto.

Anche gli stupendi volontari cominciano a perdere colpi e non sempre le loro valutazioni sono lucide come all’inizio. Forse semplicemente la comunicazione, tra morti di sonno di qua e di là, diventa più complicata.

Benché il caschetto cominciasse a dimostrare inaspettate qualità, “la notte dell’insolito” stava per cominciare.

Avevo già archiviato pseudo allucinazioni e precari istantanei stati di coma riverso sul sentiero nei tratti precedenti, ma non ero pronto alla fascia asiatica, dove restano gli ultimi irriducibili.

Grazie ancora alla guida del Pellegatta delle nevi avevo eluso il sabotaggio bovino alla finestra d’Ersatz, riconoscendo il sentiero nonostante le mucche avessero deciso che, al sesto giorno le bandierine gialle diventano commestibili, così, in qualche modo, ero riuscito ad arrivare nei pressi di Tzan, deciso però a prendermi quel minimo di riposo che poco prima mi era stato sconsigliato dai volontari per via di presunti attacchi di panico da “scope incombenti o incombenti nevicate a ciel sereno”!

Che però al surreale Vareton non riuscissi a dormire per situazioni comiche estemporanee (alcune le devo omettere per motivi di privacy ed evitare incidenti diplomatici), non me lo sarei mai aspettato.

Pieno di disperato buonumore avevo quindi raccolto i cocci, salutato i simpatici buontemponi, vanificando la loro “sveglia politica” di cui li avevo sentiti confabulare ed ero ripartito inseguendo il pazzo che era pronto a correre ancora 400 km.

(n.b. sveglia politica: arbitraria decisione di fare una media tra gli orari comunicati dai vari corridori e svegliarli tutti assieme per occupare i loro posti)

Austerità, vento e buio mi accompagnarono fino alla mia meta: finalmente raggiunsi l’inconsapevole trans ultra maratoneta del sol levante e, accettando la sua amicizia lo misi al corrente sul misunderstanding risollevandone decisamente il morale.

Correndo felice in sua compagnia cominciavo a riflettere sulle magiche proprietà del caschetto blu.

Purtroppo però entrando al Magià me lo tolsi e le cose cominciarono a non funzionare.

Dopo alcune incomprensibili difficoltà (vedi “morti di sonno di qua e di là”, di cui sopra) venni messo a letto con una esperta ed attempata atleta transalpina.

Per salire nel letto erano richieste doti atletiche impensabili a quel punto di gara e successive doti di immobilità superiori a quelle richieste ad una conchiglia fossile del Precambriano.

Sbagliai, tratto in inganno dall’inevitabile ed incolpevole confusione che i volontari facevano per svegliare un atleta ogni 5 minuti; infatti dopo mezz’ora di mummificazione mi presi la libertà di mettermi sul fianco, stando ben attento, non solo a non sfiorare nemmeno col pensiero la mia compagna di talamo, ma anche a muovere pochissimo il materasso. Nonostante le mie premurose precauzioni “Madame” esplose in tutta la sua rabbia e stanchezza, recitando un campionario di imprecazioni direttamente preso dalle milizie Napoleoniche durante la disfatta in Russia, riservandomi poi, a chiosa del tutto, una manifestazione sonora e olfattiva tipica delle camerate militari.

Ancora una volta decisi di astenermi dall’intervenire, benché perfettamente in grado di esprimermi nella lingua nemica.

Dì lì a pochissimo ero di nuovo fuori, solo ed impaurito, in quella stregata notte.

Essendo le mie gambe schierate in protesta con lo stomaco fui però costretto ad assumere una vergognosa andatura prudenziale onde scongiurare il peggio.

Non so quanto tempo durò quella ipnotica veglia che ricordo attraversata da due terribili incubi, entrambi ad opera della strega transalpina.

Pochi minuti dopo l’uscita dal Magià mi aveva superato con sdegno e con un nuovo compagno, per poi vedermeli tornare contromano un’ora e mezza dopo in un tratto che mi sembrava aver già percorso e che mi stava riportando al Magià.

Qualcuno di noi aveva sbagliato qualcosa. Disposto a perdonare e a dimenticare il passato le chiesi se si ricordasse di me, da dove venisse e se fosse già passata dall’oratorio di Cuney.

Con sdegno mi rispose che a quell’ora non aveva tempo da perdere per discutere con me!

Fui sul punto di perdere le staffe o meglio i bastoncini, data l’occasione, ma poi prevalse il buon senso e frenai il mio pur sufficiente repertorio di insulti francofoni.

Per fortuna ci pensarono il mio buon caschetto blu e un angelo di passaggio incarnatosi in un simpatico e distinto corridore valdostano, al quale mi aggregai una volta raggiunto finalmente l’oratorio (che strana coincidenza incontrare un angelo in oratorio).

La basica ed efficacissima gentilezza al bivacco Clermont e le prime luci dell’alba sul Vessonaz mi riportarono un po’ di senno e posero fine alla stregata notte.

Credo di essere salito e aver corso giù dal Malatrà con una andatura impensabile per la mia posizione in classifica, ma non potevo più sopportare l’inevitabile tira e molla con la strega che ormai non mi mollava più.

Purtroppo dopo la scabrosa nottata me l’ero ritrovata sul col Brison e in doccia ad Ollomont.

Anche mia moglie finalmente sopraggiunta per unirsi al Pellegatta nell’assistermi, si era immediatamente accorta di lei e della sua influenza negativa sul mio stato psicologico.

Cominciavo a rimpiangere la mia buona fascia asiatica, benché mi fossi sistemato in buona compagnia tra nuovi amici di Ginevra, Firenze e “deputati” del Tor, residenti a Courmayeur, tutta gente di livello.

Scaramantico più che mai mi ero prodotto in uno sforzo oltre i miei limiti per seminarla all’ultima base vita e pensavo di esserci riuscito, sennonché rivederla al Frassati ancora frastornato dagli effluvi del Merdeux fu peggio che una doccia fredda.

Improvvisamente mi ero ritrovato di nuovo solo con lei; gli amici di buon livello mi avevano abbandonato per lanciarsi prima di me alla conquista dell’ultimo e mitico colle.

Forse io mi ero attardato troppo, riposando quasi tre ore.

La vidi pronta a ripartire con a me, allora, anche a costo di rischiare la beffa dell’eliminazione sul fil di lana, mi rimisi seduto a rifare colazione come se fosse una domenica mattina al mare, invece che un sabato sotto un colle innevato.

Fu allora che fermo, seduto tutto pronto col casco in testa, mi accorsi di avere un tarlo in testa. Senza rendermi conto avevo attraversato l’insidioso Merdeux recitando un mantra insolito:”onore agli atleti del sol levante.

Quando però mi accorsi che Madame stava per recarsi l’ultima volta in bagno, fulmineo saltai fuori, disposto a giocarmi l’ultima carta.

Mi fermai solo per mettere i ramponcini d’obbligo e per ricevere i complimenti per il bel caschetto blu dal commissario addetto al controllo. (era già il terzo che lo faceva, oltre ai miei amici giapponesi). sans-titre

Telefonai a mia moglie e le promisi di arrivare a Courmayeur ad un’ora decente, in tempo per invitarla al ristorante. Le dissi di convincere anche il Pelle, un po’ scettico in quanto buon conoscitore dei miei limiti.

“Porque llevas un casco?” mi chiese Ana vedendomi passare tanto veloce e libero.

“Porque soy un pensador y aqui dentro se quedan solo buenos pensamientos!” le risposi precipitandomi verso l’ultimo ed inedito colle: “il Col del Colesterol” che avrei affrontato con tutti gli amici giunti a festeggiarmi all’arrivo.