Mi spezzo, ma non mi piego

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Apro gli occhi, la vista annebbiata si fa più nitida e incrocio lo sguardo di mio marito.

<> la sua preoccupazione è palpabile.

<> un forte dolore al ginocchio ed in generale alla gamba mi ricordano che ho appena finito l’operazione al ginocchio.

<> cerca di rassicurarmi la mia dolce metà. Che, per oltre un mese, sarà anche il mio intero, visto che non potrò muovermi per tutto il tempo…ma tant’è, mi sono informata a dovere, e sapere prima come riabilitare il crociato anteriore del ginocchio, mi prepara alla lunga distesa dei giorni interminabili che verranno.

Sono assopita, mi rilasso e chiudo gli occhi.

Ripenso a quando, qualche anno fa, vedevo correre gli amici in montagna mentre io e Max, mio marito, ne percorrevamo i sentieri camminando, con la schiena piegata sotto lo zaino. Ci dicevano:<>. Loro, ogni volta che uscivano a fare un “giretto”, lasciavano dietro di loro la scia di selfie su instagram e facebook, oltre che il profumo di montagna e libertà (e aggiungerei altri odori di sudori e fatiche).

Loro lo chiamavano “il giro dei quattro passi”; roba che si faceva in una giornata di cammino, loro la facevano in tre ore di corsa! Per me erano loro “i quattro (amissi) passi”.

Poi un bel giorno ti ritrovi ad emularli, un po’ per sfida, un po’ per invidia. Ti alleni e ti senti bene, e provi a vedere i tuoi limiti. Prendi consapevolezza della tua forza e dei tuoi punti deboli in allenamento, che vuoi superare per far crescere la tua autostima. La strada di pianura non ti basta più e provi la collina; da lì alla prima corsa in montagna il passo è breve (e veloce!). Studi gli itinerari brevi per quando hai la pausa pranzo e poco tempo; quelli più lunghi per correre il sabato o la domenica con gli amici (alzatacce incluse nel pacchetto).

Scopri che le distanze si azzerano, che puoi vedere nuovi posti e panorami mozzafiato, raggiungibili solo a piedi, e ne apprezzi ancora di più la bellezza, visto la fatica che costano. Una volta raggiunto il benessere che ti deriva dall’allenamento, non puoi stare senza, come una droga cui ormai sei assuefatto.

Finché un brutto giorno scopri che anche tu non sei indistruttibile, che puoi cadere e romperti il crociato di un ginocchio. Non, come tutti gli amici penderebbero essere più logico, durante una gara estrema, ma, banalmente, appena fuori dalle mura domestiche, durante una festa del paese.

L’operazione, un mese di immobilità quasi assoluta. C’è da impazzire. Tutti intorno a te corrono, ti mandano gli auguri tra una uscita ed un’altra. Poi cadi nell’oblio, la vita di tutti i giorni prende il sopravvento e dirada visite e incoraggiamenti.

Inizia il vero trail. Quello che ti fa veramente capire che correre è anche questo: cadere e farsi male, rialzarsi, guarire e ritornare a correre. Qualcuno è tentato di smettere, per la paura del confronto di non poter tornare agli antichi splendori. Invece no! È tutta questione di allenamento mentale. Si tratta di ripensare tutto da zero. Di rielaborare le scale delle tue possibilità, partendo da uno scalino prossimo allo zero, e di risalire, segnando i progressi – piccoli, piccolissimi! – sul calendario. Non pensare al presente, ma proiettarsi verso il futuro (porsi un obiettivo concreto, salirò di nuovo sul Cervino! rifarò l’arrampicata sulle cime Svolvaer delle Isole Lofoten!!). Durante gli esercizi (quelli che io chiamo pre-parto, da quanto banali sono, anche se fondamentali), occorre rilassarsi e ripensare alle esperienze più belle vissute: le dolomiti, il profumo del sottobosco, la visione di animali sorpresi dal tuo improvviso e silenzioso arrivo, al sorriso e alla radler offerta dall’amico al termine della corsa…tutto questo aiuta a tenere ben fermo il punto di arrivo.

Non penso “erano sette anni che correvo e finalmente ero arrivata a fare anch’io i famosi quattro passi”. Penso invece concretamente al successo ottenuto oggi, e all’obiettivo per domani: oggi poso la gamba a terra, domani provo a piegarla a 45° poi, la settimana prossima proverò a caricare il 25% del mio peso…e così via. Se non va bene, devo accettare il fato di tornare indietro e con umiltà riprendere gradatamente da dove avevo lasciato. Non sono più io che decido e questo fa rabbia, ma nello stesso tempo questa esperienza ti induce ad avere maggior rispetto verso te stesso e più consapevolezza dei tempi tecnici di recupero imposti da tuo corpo.

Qualche momento di scoraggiamento arriva, non lo nego, ma una cosa è certa: tutto questa “carica” di energia me la tenga impacchettata ben bene, e la scioglierò quando tornerò a correre sulle lunghe distanze, con maggiore determinazione e motivazione!

A tutti i runners, modello base 1.0 come me o fuoriclasse, dico: mai perdere fiducia, non mollare mai! Ricominciare da zero è segno di grande forza e umiltà, ed anche il dolore fa parte di questo sport bellissimo che abbiamo scelto.