foto0752«La messa è finita andate in pace.»

Tutto è pesantissimo.

«Accogliete la sua anima angeli del cielo.»

Tutto è rarefatto.

Bara scura, scura vita, vita finita, finita la gioia. Finita.

Un groppo corre dal cuore alla gola e dalla gola al cuore, rimbalza prigioniero provocando tuffi e singulti strozzati.

“è solo un arrivederci”, mi confortano.

Sa di addio, sa maledettamente di addio. Anche uno allenato alla sofferenza e alla perdita si piega di fronte a questo, si piega con il desiderio di spezzarsi.

Non si è mai pronti.

Sono piegato. Sul punto di rottura. Un attimo la desidero quella rottura, e un attimo le resisto.

Lento corteo sussurrante: il dolore scema via via che si arriva alle persone che chiudono il corteo.

Il dolore è devastante in testa alla fila.

Io sono il primo.

Davanti a me solo la bara, e LEI dentro, non più lei, non più qui.

Trattengo, avanzo senza peso, senza riferimenti, senza futuro.

Il loculo viene chiuso come porta che mai si riaprirà.

“è solo un arrivederci” mi confortano.

E mille altre parole mi volano attorno, qualcuna percepita, qualcuna meno.

Sono distante, qui ma assente, sono pesante, vittima di dolore invadente.

Stretta l’ultima mano e accolta l’ultima condoglianza, mi conduco verso casa.

Vuota casa vuota, triste casa triste. Mi lascio andare sul pavimento, al buio, finalmente piango, in silenzio, solo, vuoto, triste.

Mi spoglio, indosso calzoncini e canotta, calzini, scarpe, prendo in mano un orologio, lo osservo e decido che non mi è necessario.

Guido lento, con l’autoradio che diffonde musica che non ascolto. Sono tollerante verso automobilisti prepotenti, o spericolati.

Sono un uomo triste e nuovo.

Parcheggio nella piccola cittadina, vicino al porticciolo. Il cielo grigio promette pioggia, l’aria umida e il profumo del mare mi tengono ancorato alla vita.

Chiudo l’auto e lascio le chiavi sotto il paraurti, non voglio nessun peso con me.

Inizio a correre, lentamente, con fatica, come trascinassi con me il peso del mondo. Avanzo senza vedere.

La caviglia inizia quasi subito a pungere e pulsare.

Per colpa di un infortunio a questa caviglia non corro da diversi mesi.

Da un anno ho lasciato l’attività agonistica dedicandomi solo a corse solitarie, sulla costa o nell’entroterra, lontano da cemento e strade e auto e cellulari e computer e antenne e gente frenetica.

L’infortunio alla caviglia sembrava avermi bloccato per sempre, costringendomi a una sedentarietà che non mi è mai appartenuta.

Lacrime scivolano giù per le guance, le onde alla mia destra si fan meno pigre, si sollevano e si tuffano, si tuffano e si sollevano giungendo a scontrarsi sugli scogli ai piedi della parete a strapiombo …

Basterebbe correre verso destra, solo per qualche passo, e poi continuare a correre senza più il sentiero sotto i piedi, correre nell’aria illudendosi di poter raggiungere il grigio del cielo, precipitando nell’abbraccio liquido e freddo e spumeggiante e … non ci sarei più, niente groppo, niente peso, niente di niente.

Vado avanti.

Non ascolto il dolore, cerco di ammortizzare e di non caricare troppo, l’andatura non è lineare. Guardo il sentiero per evitare di mettere il piede su pietre scivolose, su rami.

Vado avanti.

Il rumore dalle onde mi culla, cerco di non pensare, lasciare i ricordi dietro me, quello che è stato e quello che sarebbe potuto essere, cerco di vivere nel momento.

Vado avanti.

Alla mia sinistra noto due bovini, mi osservano placidi, uno incuriosito, l’altro subito si china a brucare l’erba; guardo avanti, il sentiero sale dolcemente per una collinetta, il dolore si attenua.

Una timida pioggerellina arriva a coprirmi come morbido e fresco lenzuolo, alzo gli occhi al cielo lasciando che le mie lacrime si mischino alle gocce. Mi concentro nel trovare un buon ritmo di gambe e braccia in sincronia, lavoro sulla respirazione per tararla e renderla funzionale alla mia corsa. Non osservo più i miei piedi, lascio che si posino sul suolo come capita e scattino come molle, la falcata si fa più ampia, il cuore pompa, il dolore alla caviglia meno intenso o la mia percezione di esso inferiore. Mi sento nudo e piccolo, insignificante, granello e goccia tra gocce, parte di un qualcosa, parte di un tutto, monco, pesante.

Vado avanti e cerco di alleggerirmi. Come nave in avaria che getta in mare zavorra per non naufragare, come uccello che plana approfittando di correnti.

Vado avanti.

Corro tra file di ginepri ed eucalipti, qualche salice e alcuni pini, il sentiero quasi scompare, massi mi costringono a deviazioni, altri li supero con balzi, la respirazione scorre, la mia andatura e fluida, senza strappi, il corpo pulsa e sono di nuovo leggero.

La vita è movimento, io sono in movimento. Il tempo scorre placido qualunque cosa accada, il mondo gira e la vita in esso. Placidamente devo accettare e vivere il mio tempo, come animale che fugge o insegue o cerca cibo o semplicemente gode dell’avanzare.

La corsa mi aiuta a pensare. Scioglie il groviglio di mille e mille pensieri che intasano il mio ragionare, elimina quelli superficiali, fa posto alla concentrazione, all’essenza. In corsa mi confronto con pensieri basici, essenziali, gestibili. Percepisco guizzi ai quali aggrapparmi, valuto punti di vista nuovi.

Vado avanti e respiro, profumi e vita, umidità e vita, sudore e vita.

Sono partito per scappare dal dolore, da te che non sei più qui, mia cara.

Sono partito per lasciare indietro il ricordo e l’impossibilità di procedere da solo.

Sono in corsa.

Corro.

Vivo.

Corro incontro a te, ti percepisco nella mia stanchezza, sarai con me quando sfinito arriverò alla spiaggia, mi lascerò cadere sulla sabbia bagnata, permetterò al mio corpo di riposare, osserverò il mare, ti piangerò ancora e ripartirò, indietro, verso l’auto, verso casa, verso una notte solitaria.

Domani mi sveglierò sempre lo stesso ma tremendamente diverso, con fratture al cuore e in testa, ma troverò il tempo da dedicare alla corsa, troverò i luoghi da attraversare, non tanto velocemente da impedirmi di cibarmi d’immagini e suoni e profumi.

Correrò.

Prima o poi ti raggiungerò, lo farò di corsa e quando sarò li, al tuo fianco, correrò con te, correremo tra le nuvole, in un sali scendi mistico e sensuale, che per abbracciarci di tempo ne avremo quando infine cadremo sfiniti, l’uno nella braccia dell’altra …

E mi sembra quasi di sentire il tuo respiro al mio fianco, la tua risata affannata, il suono lieve dei tuoi passi rapidi, mi sembra quasi di vederti sbirciarmi di tanto in tanto, lasciar penzolare le braccia per scioglierle, spalancare gli occhi per focalizzare dettagli, un falchetto, una lepre, un ulivo secolare …

E mi sembra quasi di sentirti … parlarmi … dirmi:

«Vai avanti.»