schermata-2016-11-02-a-11-22-27Torno sul sentiero che mi ha già respinto due volte: la prima, un paio di anni fa, quando, cercando di farlo nel verso contrario, ho dovuto arrendermi a tre quarti, sconfitto dall’oscurità e da una stanchezza eccessiva; la seconda, l’inverno scorso, quando avevo decisamente sottovalutato la quantità di neve che era caduta, e avevo dovuto ridurmi a più miti consigli, dopo che sulla prima cima ero andato avanti per quasi un’ora sprofondando fino alle ginocchia (con le braghe corte, un freddo…).

È il sentiero 500, una cinquantina di chilometri e 4000 e rotti metri di dislivello lungo il crinale fra la Val di Non e la Val d’Adige, con un panorama meraviglioso sulle Dolomiti di Brenta da una parte, e su molte altre Dolomiti, solo un po’ più lontane, dall’altra. Per sperare questa volta di riuscire ad arrivare in fondo, considerato che è novembre e le giornate non durano proprio come in piena estate, devo partire all’alba, anzi prima. Il momento della sveglia risulta quindi piuttosto traumatico. Fuori dalle coperte è buio pesto, dentro è morbido e caldo: per cambiarsi e andare in stazione ci vuole veramente una gran voglia. Me la faccio venire pensando a quanto sarò soddisfatto “poi”, e funziona.

Anche quando scendo dal treno a Mezzocorona è ancora buio pesto, ma ho poco da lamentarmi: tutti gli altri che c’erano su con me stanno andando a lavorare, e probabilmente lo fanno tutti i giorni a quest’ora. In più, mentre arranco su per il ripidissimo sentiero del Monte di Mezzocorona, il primi segni dell’aurora di una giornata limpidissima, mi ripagano dello sforzo. Quando poi una luce gialla colora le Dolomiti di Brenta, che io vedo attraverso un bosco di abeti dove poco prima un camoscio mi ha guardato perplesso da poco lontano, è tanto bello che potrei quasi accontentarmi così. Ma dato che ormai sono qui, proseguo.

Niente neve questa volta, e sulla cima Roccapiana, dopo 1600 metri di dislivello a buon ritmo, mi concedo il primo ristoro serio (il mio solito panino al formaggio) prima di affrontare quello che sulla carta è indicato come “sentiero attrezzato”. Io naturalmente non ho dietro né un imbrago né un moschettone, ma procedo piuttosto rilassato, per lo più scendendo lungo corde fisse messe lì, penso fra me e me, solo per tranquillizzare i più pavidi.

Il mio relax e la mia accondiscendenza verso i pavidi finiscono bruscamente quando mi trovo davanti 20 metri di scaletta di ferro quasi verticale, che si arrampica verso il cielo, e mi spaventa da matti. Da giovane le ferrate mi piacevano un sacco, da meno giovane molto meno. Di tornare indietro non se ne parla, sia perché mi scoccerebbe molto essere respinto per la terza volta dal 500, sia perché l’ultimo tratto che ho percorso, a farlo nell’altro senso, sarebbe parecchio più ostico.

Io e la scala ci guardiamo a muso duro come i protagonisti di un Rambo o di un Rocky qualsiasi: io le dico che non è più difficile di una scaletta per salire su un letto a castello; lei mi risponde che però se cado qui è un po’ peggio che cadere dal letto a castello. E abbiamo ragione tutti e due.

Quando finalmente mi decido ad affrontarla, mi rendo conto che se guardo in su ho paura, e se guardo in giù ancora di più. Così procedo lentissimo, uno scalino alla volta, fissando unicamente le mie mani che abbrancando ogni scalino come ne andasse della mia vita. Cosa peraltro non del tutto campata per aria.

Arrivato in cima ho perso vari chili e vari anni di vita, ma posso proseguire e il resto della giornata al confronto è una passeggiata, anche perché le pendenze non sono troppo impegnative, i panorami aiutano a non pensare ai chilometri e i sentieri sono molto belli.

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Al bar del Passo della Mendola, a tre quarti abbondanti del mio percorso, mentre mi concedo una mediocre Sacher e un bicchiere di coca, gli avventori ai quali spiego cosa sto facendo mi danno del pazzo, mi chiedono se so che viene notte, e mi consigliano caldamente di prendere la corriera. Io spiego loro che ho tutto sotto controllo, e proseguo. “Sotto controllo” è naturalmente un concetto molto opinabile, valido, per quanto mi riguarda, sia quando sono in cima all’ultima altura della traversata (il monte Macaion) nella bellissima luce del tramonto che colora a est il Catinaccio, sia quando arranco camminando su per una inaspettata salita poco prima del lago di Tret, sia quando, ormai nella più completa oscurità, mi rifiuto di tirare fuori la frontale per arrivare al paese omonimo.

Quando raggiungo il primo avamposto della civiltà, oltre ad essere un bel po’ buio, è un bel po’ freddo. Ho con me tutto l’occorrente per cambiarmi e scaldarmi, ma mentre mi chiedo se sia il caso di farlo immediatamente, riesco a farmi dare un passaggio da una signora che si è fermata solo perché mi aveva scambiato per un altro. Chiacchierando viene fuori che suo marito è uno degli organizzatori della Maddalene Sky Marathon e che io l’ho corsa due volte, così parlandone allunga il suo tragitto e mi porta fino alla più vicina stazione della Trento-Malè, dove c’è ancora un trenino che mi può portare a casa.

Finalmente, missione compiuta!