screen-shot-2016-11-15-at-09-45-36A me le gare piacciono molto, anche se ne faccio 3, al massimo 4 all’anno, di più diventerebbe una routine e perderebbe il gusto dell’eccezionalità della cosa.

L’eccezionalità di questa è che si tratta del mio primo Trail, anche se “urban trail”.

Mi piace il giorno prima, il ritiro del pettorale, la scelta di cosa mettersi, in stagioni non definite non è facile (farà freddo? pioverà? sarà caldo?).

Il giorno della gara, invece, ha un atmosfera particolare, ed io mi guardo intorno ed ho sempre la sensazione che tutti quelli che vedo pronti a partire, siano più allenati di me. Ho questo senso di colpa, che in parte è verità, perché so di non essermi preparato al massimo.

Partenza. Non sono partito a palla, come fanno in tanti, ma solo due o tre reggono il ritmo a palla per tutto il percorso, e di solito sono i primi due o tre della classifica finale (extraterrestri!). Però nemmeno troppo piano, perché non è facile non farsi trascinare dal gruppo, quindi ho tenuto un ritmo un pochino più veloce del mio solito, fino alla prima salita.

Con l’ingresso nel Giardino di Boboli sono iniziate le salite. E’ bellissimo correre dentro Boboli, Lo abbiamo percorso tutto, a serpentone, per poi uscire dal Forte Belvedere e buttarsi a rotta di collo giù per la discesa di Via di Belvedere, fino alla porta di San Niccolò. A questo punto, la prima prova dura, Via dell’Erta Canina, una via pedonale con una pendenza da pista nera delle dolomiti, che termina sotto la basilica di San Miniato al monte, dove corriamo sugli scalini per entrare nel parco della Rimembranza. Da li, la mia prima novità, un sentiero in discesa, sterrato, mai fatto, un pezzo di Firenze che, nonostante ci viva dalla nascita, non lo conoscevo.

Questo il bello di questa gara, farmi conoscere posti nuovi che in 53 anni non avevo mai visto, nella mia città.

Dal Viale Michelangelo abbiamo proseguito sul lungarno per fare in pianura tutto l’argine dell’Arno fino al Girone, mio percorso abituale di allenamento.

Fin qui tutto bene, fino all’inizio della nuova salita, che ho fatto tante volte ma con 5 km alle spalle, non con 15 (avevo sottovalutato questo aspetto), per arrivare quasi a Montebeni (paesino in collina vicino a Firenze)

Al culmine della salita, il giro di boa, di nuovo in discesa verso Firenze, con le gambe già doloranti, ma con il sollievo del pensiero che le salite erano finite. Il sentiero in discesa, sconosciuto anche questo, ha riservato una sorpresa: era una melma continua con pietroni scivolosi, muschio bagnato e rigagnoli d’acqua che attraversavano il percorso, sembrava una selva oscura, ma bello, bello davvero!

Alla fine della discesa, riecco la salita, perché eravamo nella parte bassa di Settignano (altro paesino in collina)e dovevamo salire ancora prima di cominciare a scendere verso Firenze. Non ne potevo più!

Anche in discesa, non riuscivo ad andare bene, il dolore era ovunque, perché il trail, ed è per questo che mi piace, impegna tutto il corpo non solo le gambe e il bacino, e la mia pecca, ma era la prima volta e quindi è normale così è che non ero preparato ad affrontare una corsa con queste caratteristiche.

Per finire, negli ultimi due km, la grandine mi ha fatto compagnia, ed è stato piacevole, mentre in un contesto al di fuori della corsa sarebbe stata solamente un disagio.

Gli ultimi due chilometri li ho finiti tra grandine e pioggia battente, ma con il sostegno dei volontari, gentilissimi, che mi hanno sostenuto vedendomi sfinito ma con la volontà di tagliare il traguardo, e di farlo correndo. La bellezza di questa gara è anche questa, è l’atmosfera che si percepisce, il numero ristretto di partecipanti, perché non sono in molti ad essere attratti da un percorso per niente lineare e per niente pianeggiante. Ti senti parte di un mondo più piccolo, di corridori che cercano altro, oltre il cronometro.