Maurizio Seneci

Trailrunner, Pedagogista Sportivo e istruttore di Trail Running
www.seneci.com

 

Rileggendo la storia del dott. Abraham J. Twersky[1], rabbino e psichiatra, mi sono reso conto di come siamo portati a fuggire dai momenti di disagio e di dolore, come se questi fossero momenti da evitare assolutamente perché potatori unicamente di malessere.

“L’aragosta è un animale morbido e soffice, vive dentro un rigido guscio che non si espande mai. E come fa l’aragosta a crescere? Mentre cresce, il guscio diventa sempre più stretto e scomodo, tanto che l’aragosta non può fare altro che liberarsene. Sentendosi sempre più sotto pressione e a disagio, va quindi a nascondersi tra le rocce. Lì, più vulnerabile che mai, lascia andare il vecchio guscio e si adopera per crearne uno nuovo che possa adeguarsi alle sue necessità. Ad un certo punto, continuando a crescere, anche questo guscio diventa stretto e scomodo. Allora, torna sotto alla sua roccia e ripete il processo, ancora e ancora. Lo stimolo che rende possibile la crescita dell’aragosta è la scomodità, il disagio, il dolore. Se l’aragosta potesse avere dei medici a disposizione, probabilmente le somministrerebbero dei farmaci per ‘sedare’ questo malessere e troverebbe una soluzione immediata, una distrazione che possa far sparire il disagio e che la illuda di aver risolto il problema senza averlo realmente affrontato. Così facendo, non si libererebbe mai di quello che non va più bene per lei.”

Come in tutte le metafore è necessario cogliere diversi aspetti. Non dobbiamo trasformarci in kamikaze in cerca del disagio e del dolore per crescere ma, è altresì vero che non si può pensare di vivere serenamente se ci ostiniamo a tenere il nostro malessere a vita per timore di cambiare guscio, tant’è che la stessa aragosta non lo ricerca, ma ci si trova “naturalmente” dentro. Metaforicamente, ma soprattutto fisicamente, il guscio la avvolge. È da questa condizione che trova uno stimolo per cambiare. Per crescere.

Cosa c’entra tutto questo con la corsa?

Se domandate ad un runner e soprattutto ad un trail runner cosa prova quando corre in natura, probabilmente risponderà: libertà, leggerezza, rilassamento, una piacevole sensazione di mente vuota e tante cose, ma non per questo non farà fatica ad alzarsi all’alba per andare a correre o non sentirà la fatica mentre corre o, ancora, non incontrerà ostacoli e difficoltà lungo il suo percorso.

La corsa, e secondo me a maggior ragione la corsa in Natura, è uno sport che permette di vivere questo processo: una palestra, metaforicamente parlando, che consente di sperimentare e sviluppare una continua rottura del guscio e il suo rinnovamento. Sottolineo la corsa in Natura perché, proprio per la tipologia del contesto in cui avviene, è caratterizzata da tutta una serie di fattori imprevedibili e inattesi che portano il Runner a vivere alcune situazioni di stress e disagio.  La consapevolezza di questo permette di affrontare al meglio la corsa ma, non potendo prevedere tutte le situazioni che incontrerà nel suo percorso, potrà scontrarsi con uno o più momenti di difficoltà. Nella più banale delle ipotesi, se si intraprende una salita con brio, il trail runner è consapevole che in vetta ci sarà un senso di piacere immenso, ma sarà il risultato di un atto faticoso e molto stancante. Ricercando situazioni meno prevedibili e, forse più difficili da gestire, se ci si trova a 40’ dall’arrivo e si incappa in una difficoltà fisica, come un cedimento o un leggero infortunio, il trail runner sa che può, e deve, tornare al punto di partenza con le proprie gambe, con le proprie forze.

Allo stesso tempo in una competizione di Trail, tra un ristoro e l’altro si deve procedere con le proprie forze. Rileggendo il testo di alcuni regolamenti “…in caso di infortunio non grave ma con impossibilità di muoversi […] il concorrente è consapevole che vista la conformazione del terreno potrebbe dover attendere anche a lungo. Il ritiro dovrà essere effettuato in caso di possibilità di muoversi lungo i punti di fuga indicati in road book e seguendo le tracce GPS apposite.”[2]

Attendere, muoversi per raggiungere un ‘punto vita’ o terminare una competizione in una condizione fisica non ottimale sono azioni all’apparenza fini a sé stesse, ma che in realtà ci mettono nella condizione di rompere il guscio per stare meglio, per tornare a stare bene.

Il processo attivato durante l’attività sportiva incide anche nella vita quotidiana permettendo così di affrontare situazioni stressanti senza ritrarsi ed affrontare il cambiamento.

Per questo chi intraprende l’attività della corsa in natura ha la possibilità di crescere, di mutare e di “cambiare guscio” e, anche se veder correre un’aragosta sarà difficile o forse divertente, possiamo imparare proprio da loro a rompere la nostra personale corazza per evolvere, migliorare e stare bene anche se ciò comporta vivere un momento di profondo disagio.

[1] Abraham J. Twersky è un’autorità internazionale nel campo della disintossicazione dalle dipendenze. È stato per vent’anni direttore clinico del dipartimento di psichiatria del St. Francis Hospital di Pittsburgh; è il fondatore e il direttore medico del Gateway Rehabilitation Center, uno dei più rinomati centri per la lotta alle dipendenze da alcol e droga. Noto personaggio pubblico, ha scritto più di quaranta libri e ha ricevuto numerosissimi riconoscimenti. Nei suoi libri più popolari, Su con la vita, Charlie Brown! (Mondadori 2000) e Parliamone, Charlie Brown (2005), spiega, usando i personaggi di Schulz, come affrontare difficoltà psicologiche fra le più comuni.

[2] Tratto dal regolamento s1ipertrail edizione 2017