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Giulio Centomo

Giornalista pubblicista e responsabile comunicazione per diversi eventi sportivi del pianeta corsa e trail.”

 

A tu per tu con Enrico Pollini, alla guida di due appuntamenti di punta come Ultrabericus e Trans d’Havet

Professione architetto giramondo, età 52 – troppi, dice lui – vive a Vicenza dove per passione indossa anche i panni del direttore di gara di due trail di raro fascino come Ultrabericus Trail e Trans d’Havet.

Siamo andati a conoscere Enrico Pollini, a pochi giorni dal via proprio di una di queste gare.

Enrico, dove nasce la tua passione per la corsa e per i trail ?

Da sempre ho frequentato la montagna come escursionista. Ad un certo punto, come accade per molti 35-40enni che da giovani abbandonano lo sport per dare spazio alla bisboccia e alla carriera, ti trovi a doverti rimettere in riga. Riprendi prima con un po’ di corsa semplice e via via arrivi a porti obiettivi da maratona. Nel 2001 a Firenze ho registrato il mio miglior tempo chiudendo in 3 ore e 31 minuti. Poi ti accorgi che per andare a guadagnare pochi minuti sul tuo tempo dell’anno precedente sei costretto a distruggerti in allenamenti massacranti, ti rendi conto che quelle distanze ti stanno strette, allora ti butti sulla montagna, sulla corsa fuori strada e sulle lunghe distanze, cerchi altri orizzonti e altre forme di soddisfazione.

Come sei arrivato alla Ultrabericus?

Nel vicentino il movimento FIASP è sempre stato piuttosto vivace e a questo si aggiungevano alcune mie conoscenze che ruotavano attorno a gare storiche come la Maratona Alpina di Schio, la Transcivetta o la Traversata dei Colli Euganei. Eravamo tra il 2005 e il 2008, era appena nato l’UTMB e in Valle d’Aosta si disputavano gare impegnative per l’ancora piccola comunità del trail italiano. Ci ritrovavamo attorno al forum di Spirito Trail per confrontarci e mi sono reso conto che mancava davvero una gara sotto casa. C’erano già i trail autogestiti che si esprimevano in una forte componente di ricerca geografica e dove il tracciato aveva una grandissima importanza.

Guardando quindi i nostri Colli Berici ci siamo resi conto che sarebbe stato un bel gioco trovare il giusto ricamo, tessendo un sentiero dopo l’altro all’interno di un territorio estremamente antropizzato. Eccoci quindi all’idea del periplo dei Colli, con partenza e arrivo in centro a Vicenza. Quello che prima era un semplice disegno sulla carta, il concetto appunto dei Colli Berici tutti d’un fiato, ha preso forma nel 2010 con l’edizione zero. Eravamo poco più di 20 partecipanti, arrivati per l’occasione da un po’ tutto il nord Italia e in una giornata abbiamo simulato la gara per capire tempi, percorrenze, criticità.

Con il gruppo che stava nascendo attorno a questo progetto e sul forum di Spirito Trail se ne parlò molto e a settembre eravamo già all’opera per preparare la gara che avrebbe debuttato nel 2011, nella data canonica del terzo sabato del mese di marzo. Era infatti quello un periodo ottimale dell’anno, buono per il meteo e senza sovrapposizioni con altre manifestazioni importanti. Il terreno di gara e le distanze risultavano così perfette sia per gli ultra trailer ad inizio stagione che per quei runners che arrivavano dal mondo delle competizioni più corte o su strada e volevano assaggiare il fuori strada. Nelle edizioni successive è stato infatti il mondo delle corse su strada e delle maratone a portare il maggior numero di iscritti. Ultrabericus è ancora oggi, alla soglia dell’edizione numero 7 il primo passo nel mondo delle ultra-trail.

Dopo Ultrabericus è il turno di Trans d’Havet…

La prima Ultrabericus ha avuto un grande successo grazie anche al fatto che dietro c’era un gruppo di 7-8 persone, appassionate di corsa e nel momento in cui ci siamo messi ad organizzarla sapevamo bene cosa i concorrenti si aspettavano da una manifestazione simile. Trans d’Havet ha avuto invece una gestazione diversa. Era un’idea che avevano avuto altri, con un profilo già ben definito e che solo girando lo sguardo da Monte Berico, sopra Vicenza, alla volta delle Piccole Dolomiti si può già riconoscere. Trans d’Havet era dunque una sorta di completamento della corona delle Piccole Dolomiti che si innestava sul percorso della Maratona Alpina di Schio, rimanendo in cresta e scendendo solo per chiudere a Valdagno.

Ho compiuto quel giro per la prima volta da solo nel Luglio 2009 in preparazione per l’UTMB, con un amico a farmi da supporto in un punto con un cambio di calzini e poco più e poi recuperandomi a Valdagno. L’anno successivo, per lo stesso motivo, mi hanno affiancato anche Francesco Battaglin e Roberta Peron, ma dovemmo scendere a Recoaro Mille per un problema al ginocchio di Roberta.

Nel 2011, visto anche il successo dell’Ultrabericus, ci ha contattati la IUTA per ventilare una possibile candidatura al Campionato del Mondo. Con quella scusa abbiamo ri-testato il percorso in un’edizione zero e per proporre la prima edizione nel 2012. La candidatura è stata portata avanti, ma il tracciato è stato ritenuto troppo di montagna. Nel 2013 ci sono stati comunque assegnati i campionati europei di Skyrunning.

In pochi anni e senza rendercene conto ci siamo ritrovati ad essere tra i più grossi organizzatori di trail in Italia.

Enrico, in Ultrabericus Team possiamo dire che tu sei il front man, ma alle spalle la band è composta da una macchina ben oliata e, ormai, rodata.

Si certo, accanto al presidente Denis Bagnara ci sono Claudio Cunegatti, Massimo Massignan, Lorenza Visentin, Raffaella Greco, Leonardo Castegnaro, Carlo Saccardo e le nuove forze Romeo Canazza, Elisabetta Cappellari e Andrea Zin.

Dei due appuntamenti della stagione primavera-estate Ultrabericus è per tradizione quella che apre le danze anche sul panorama italiano. Quest’anno è previsto il debutto del tracciato Urban. Come è maturata questa decisione?

Siamo sempre cresciuti a piccoli passi per vedere se ogni componente reggeva. Il limite di concorrenti era fissato fino allo scorso anno a 1000 pettorali per l’integrale e 100 coppie per la staffetta, numeri che si sono pressoché stabilizzati negli ultimi 3 anni. L’anno scorso però avevamo il desiderio di introdurre qualche novità. Abbiamo fatto quindi le opportune verifiche e come prima cosa abbiamo ritoccato il numero di partecipanti, alzando l’asticella dell’integrale a 1200 pettorali e 200 coppie per la staffetta. A quel punto ci siamo detti che un percorso ridotto poteva risultare attraente per chi vuole muovere i primi passi in questo genere di gare. Girando diversi appuntamenti sul territorio nazionale abbiamo trovato certi urban-trail che sono troppo urban e poco trail. Abbiamo voluto mixare meglio le due componenti. Nel nuovo percorso che debutta nel 2017 in casa Ultrabericus si parte con un primo chilometro nel cuore del centro di Vicenza, ma già dal secondo asfalto e marciapiedi praticamente si volatilizzano per lasciare spazio alla corsa in natura. Qualche intervallo in particolare nei pressi di Arcugnano ci fa capire che siamo ancora in un contesto urbano, per dimenticarcene subito dopo. Il percorso in natura si chiude all’altezza della splendida Villa La Rotonda progettata dal Palladio e ci immette nel chilometro e mezzo finale con la discesa delle scalette e l’arrivo in Piazza dei Signori. Per quast’anno partiremo con 400 concorrenti e vediamo come va.

Cosa vuole dire essere il direttore di gara di simili manifestazioni?

Vorresti avere tutto sotto controllo, ma se lo vuoi fare da solo e avere tutto a memoria è impossibile. Le componenti in campo da tenere sotto controllo sono tantissime. Se non lanci il cuore oltre l’ostacolo e deleghi a collaboratori di cui ti fidi ciecamente ne esci pazzo e massacrato in termini di tempo, sonno, pensieri, ma soprattutto diventa pericoloso nelle situazioni di emergenza. Lì devi essere lucido al massimo.

Essere direttore di gara è una grande responsabilità, sei tu alla fine a metterci l’ultima parola e la faccia. È come per il comandante di una nave, l’ultima decisione spetta a te, ma se mancano il secondo, il nostromo e gli altri non si va da nessuna parte.

Con gare di queste dimensioni diventa pericoloso non avere una squadra su cui contare. Io poi sono anche quello che incamera i vari complimenti, le soddisfazioni, ma il successo è sempre e solo grazie a tutto il team. Per quanto mi riguarda credo di essere stato bravo a delegare i diversi settori di competenza alle persone giuste. Dopo un po’ di rodaggio ora il gruppo è ben consolidato e sa quello che deve fare.

E quando arriva l’ultimo finisher, si spengono le luci e si sbaracca tutto, che cosa ti rimane?

Dopo la verifica degli eventuali dispersi e le relative telefonate per sapere se sono sotto una doccia, in viaggio, a letto o, effettivamente, ancora sul tracciato (e per fortuna anche queste situazioni sono state ridotte e si sono sempre risolte bene), essendo uno che tende facilmente a commuoversi, quando sbattono le porte dei furgoni in Piazza dei Signori, resto lì a guardarli uscire dalla piazza e una piccola lacrima ci sta tutti gli anni.

Quali sono le tue aspettative per questa Ultrabericus 2017 ?

Che sia una festa innanzitutto. Che si ripeta il clima che c’è sempre stato, condito da colpi di scena, competizione e quella magia che è il principale motivo del successo di Ultrabericus.

Qualche anticipazione su TDH?

Se Ultrabericus di anno in anno, complice anche l’inversione del senso di percorrenza, subisce qualche piccola modifica, Trans d’Havet è là. Per me è un piacere chiamare i gruppi coinvolti nell’organizzazione perché sembra che siano nati facendo questo. Stiamo parlando di una gara che è

estremamente impegnativa a livello organizzativo ed economico, la cui partecipazione non sempre può essere massiccia per la concomitanza di altre gare importanti. D’altro canto sei nel pieno della stagione trail e skyrunning. Ci domandiamo ogni anno se ne vale la pena, ma credo valga sempre la risposta che una volta mi ha dato l’amico Massimo Massignan, uno dei nostri tracciatori: “Sarà pur difficile farla, ma è molto più difficle non farla”. Insomma la passione dietro c’è tutta e quindi anche quest’anno non mancheremo l’appuntamento. Poi cosa succederà dal 2018 lo scoprirà solo chi verrà a vedere con i propri occhi.

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Testo elaborato dal team My Art

Foto in evidenza del Circolo Fotografico Leoniceno