Lorenzo Doris

Blogger Istruttore Trailrunning

Ale rientrò a casa felice.

Quel Sabato mattina doveva fare un lungo. Ed era felice di averlo fatto, riuscendoci anche con un discreto tempo e senza essere troppo affaticato.

Sapeva di avere ancora molti chilometri da fare prima di essere pronto per quella gara in montagna, l’obiettivo della stagione, ma era radioso.

Viveva solo.

Aprì la porta canticchiando e chiudendola rumorosamente alle spalle. L’appartamento era immerso in una luce calda che proveniva dalla porta finestra del terrazzo.  Sempre canticchiando si svestì in cucina, non c’era nessuno che lo poteva vedere, e se ne andò in doccia.  Fece una doccia veloce, l’appetito si faceva sentire, e si rivestì rientrando in cucina.

Le finestre erano ampie e permettevano di dominare il paesaggio montano che restava fuori. Sorrideva felice, la forma stava crescendo.

Pensando un po’ al lavoro, un po’ alla corsa, un po’ alle spese sempre più crescenti, meccanicamente si era trovato in piedi a mangiare un’ottima pastasciutta alla canapa ed amaranto con sugo di capperi ed olive. Non amava cucinare, neanche mangiare, si limitava a nutrirsi e spesso così … in piedi.

Aveva il pomeriggio libero. Nessun impegno.

Decise di andare a leggere un buon libro coricandosi sul letto, accompagnandosi con una birra leggera.

La stanchezza della mattinata, la birra, od il noioso libro che stava leggendo, dopo un po’ portarono le sue palpebre a cominciare a chiudersi. Dolcemente si lasciò andare tra le braccia di Morfeo cercando la posizione migliore.

Per un fastidioso spiffero di aria che proveniva dalla finestra leggermente aperta, Ale iniziò ad avere freddo e si raggomitolò con le mani tra i polpacci. L’indice cozzò su di una crosticina di sangue, che meccanicamente tolse. Stava per lasciarsi andare completamente al sonno quando, la sua fobia delle malattie, lo portò a cercare di ricordare dove e quando si fosse ferito. Vuoto. Nessun indizio.

Annebbiato oramai dal sonno che lo aveva abbondantemente avviluppato, si sforzò di guardarsi il polpaccio per verificare la grandezza della crosticina e che non spurgasse ancora sangue o pus.

Non era sicuro se stava vedendo o sognando. La crosticina, che aveva tolto, aveva aperto un piccolo buco sopra ad un bubbone. Tutto faceva pensare ad un grande foruncolo, che, automaticamente, cercò di schiacciare per fare uscire il solito liquido giallastro.

Oramai se ne stava disinteressando, per tornare finalmente a dormire, quando con l’ultima occhiata vide una e poi due vespe uscire dal bubbone.  Quel bubbone sembrava più un bozzolo, un nido.

Le vespe iniziarono a volargli attorno.

Ale non ricordava di aver sentito, durante la giornata, una puntura di insetto, neanche durante il suo lungo della mattina, ma visto i luoghi attraversati, non lo poteva escludere.

Comincio ad essere infastidito dalla situazione, oltre che leggermente impaurito.

Le vespe sembravano fare una macabra danza e continuavano a ronzargli attorno.  Che lo vedessero come la loro regina?

Una di loro andò sotto l’ascella sinistra. Ale resistette per un po’ ma poi fu più forte il desiderio di scacciarla. Con la mano destra la fece ruzzolare nell’aria. Questa non gradì, pungendolo sulla spalla sinistra. Anche tutte le altre, senza alcun ragionamento prevedibile, copiarono la loro gemella scagliandosi su Ale.

Solo quel giorno Ale scoprì di essere allergico alla puntura di vespa. Lo scopri con suo malincuore o meglio …. crepacuore.

Alcuni giorni dopo, i vicini di casa chiamarono la disinfestazione per un fastidioso nido di vespe sotto la grondaia della camera di quella vicina casa, oramai sfitta, che era stata di Ale.