Giancarla Agostini

Inviata trailrunning.it

Gli organizzatori lo hanno detto e scritto in ogni salsa: l’Ipertrail della Bora non è una gara di corsa in montagna tradizionale. I numeri crudi, 165 km per 6.700 m di dislivello dichiarati, con 45 ore di tempo massimo, non sono sufficienti per rendere l’idea.

L’ho provato sulla mia pelle, o meglio: siccome sono una personcina precisa e scrupolosa, ho pensato che un percorso di questo calibro non si potesse studiare tutto insieme con la necessaria attenzione e, quindi, per quest’anno, ho deciso di fermarmi più o meno a metà, lasciando il resto alla prossima occasione. Scherzi a parte, un’idea, però, me la sono fatta e provo a spiegarla. Il regolamento, con tutti i suoi annessi e connessi: qui è davvero importante stamparlo, leggerlo, rileggerlo e mandarlo a memoria.

Non solo: occorre prestare la massima attenzione a tutte le sezioni del sito internet. Le informazioni indispensabili ci sono tutte, anche se a volte, per trovarle, a volte occorrono pazienza e fantasia: del resto, il cavallo di battaglia dell’Ipertrail è l’avventura. Il percorso della prova da 160 e rotti km, o cento miglia come adesso va di moda precisare, non è segnalato: non si troverà alcuna indicazione, freccia, fettuccia lungo la via. Nulla di nulla. Anzi: la leggenda narra che gli abitanti dei pochi paesi attraversati dalla gara siano stati istruiti, in modo capillare, a dare indicazioni sbagliatissime agli sventurati concorrenti che abbiano, svergognati, l’ardire di chiedere informazioni sulla via. Quindi, come si fa? La risposta è una sola. Navigatore, o GPS che dir si voglia.

Lasciate pure perdere l’idea di stampare le mappe su carta, ve lo dico io che ingenuamente l’ho fatto: fogli ed inchiostro buttati. Munitevi di uno di quegli apparecchietti straordinari ed infernali e preparatevi ad impazzire per far combaciare, per ore ed ore, una freccina con una linea. Un videogioco, quasi. Sì, perché il corridore in montagna “tipo” cresce con il mito dell’UTMB: un percorso circolare, logico, lungo sentieri che paiono autostrade, costellati di indicazioni permanenti destinate agli escursionisti.

All’Ipertrail della Bora non c’è nulla di tutto ciò. In particolare, i sentieri, soprattutto da quando ci si allontana dalla costa, sono tutt’altro che evidenti, anzi, spesso sono un atto di fede nella traccia GPS. Le frecce segnaletiche sono davvero poche e non aiutano. Bisogna, poi, essere temprati per la solitudine: com’è ovvio nelle prime edizioni, soprattutto in caso di prove pionieristiche come questa, i corridori al via sono davvero pochi, considerato anche il fatto che si può scegliere a che ora partire in base alle proprie previsioni di velocità.

Su una distanza di oltre 160 km, un centinaio di corridori si disperde al punto che, se non si è parte di un gruppetto consolidato, si finisce per non vedere anima viva per ore ed ore, se non in corrispondenza dei punti di ristoro. Altro elemento chiave, i punti di ristoro: anziché una tavola imbandita, il corridore della Bora troverà, ogni venti km circa, la propria cassa, in cui, prima della partenza, avrà avuto cura di mettere le vettovaglie che vorrà trovare durante la corsa e l’equipaggiamento di ricambio. Sono solo due le basi vita in cui i pasti vengono messi a disposizione dall’organizzazione.

Una cosa, però, abbonda ovunque, ed è la squisita gentilezza di tutti, ma proprio tutti gli addetti, dalla distribuzione dei pettorali ai punti di ristoro. Mi avevano detto che i Triestini hanno un pessimo carattere, ma almeno questo si è rivelato un timore infondato! Infine: si corre tra Trieste e la Slovenia, a gennaio. Qui non occorre essere laureati in astrofisica con lode, per immaginare che farà freddo, che sarà indispensabile dotarsi di abbigliamento adeguato e che le notti, a gennaio, sono dannatamente lunghe.

Chi ha vissuto l’edizione di gennaio 2017 ha narrato incubi di gelo siberiano, mani congelate intorno al GPS, temperature pesantemente sotto lo zero. Quest’anno si è partiti quasi con il caldo, se di caldo si può parlare, tanto che, durante la prima notte, io stessa, che sono una freddolosa cronica, ho levato i guanti: un vento tiepido ha accompagnato i corridori lungo il primo tratto di percorso, con vista sul mare di Trieste. Peccato che, il giorno successivo, il cielo si sia rannuvolato. La pioggia, che ha cominciato a cadere insistente dal primo pomeriggio del venerdì, mi è stata fatale: occhiali bagnati, nebbia, assoluta incapacità di vedere persino i miei piedi.

Proprio nel tratto in cui, tra l’altro, si raggiungeva la quota più alta del giro, intorno ai mille metri. Ho passato un tempo indefinito immersa nella nebbia, senza vedere altro che la freccina sullo schermo del GPS, con il vento che appiccicava gli abiti ormai fradici al corpo e completamente disorientata: non avevo alcuna percezione dei miei piedi ed avanzavo con l’unico obiettivo di far coincidere la punta della freccia con la traccia, perché di sentiero, in quel tratto, nemmeno a parlarne. Davvero, un videogioco, ma niente affatto divertente, in quel frangente. Proprio come essere abbandonati, bendati, in un luogo vuoto, senza alcuna sensazione di alto, basso, destra, sinistra, davanti, dietro. Sperando, con tutte le forze, che la batteria dell’apparecchio non decidesse di abbandonarmi proprio lì, perché non sarei stata in grado di provvedere alla ricarica.

Insomma. Sarà che ho vissuto quest’esperienza solo a metà, sarà che il meteo non è stato clemente, ma, se mi chiedete che impressione abbia avuto dell’Ipertrail, direi che sono rimasta perplessa. Non tanto per l’idea in sé della ricerca del percorso, che, volente o nolente, è la caratteristica peculiare e “rivoluzionaria” dellla Corsa della Bora ma perché, probabilmente, non sono riuscita a cogliere appieno lo spirito di “avventura” e “natura” che, mi sembrava di aver capito, si dovesse respirare in questa prova. Sarò un’inguaribile romantica… ma una corsa in cui è assolutamente inevitabile affidarsi in tutto e per tutto ad uno strumento elettronico che traccia la via, a mio parere, con l’avventura fa proprio a pugni.

Non posso farci niente, è una sensazione a pelle. Ci fa a pugni e può essere, a mio modesto avviso, anche discretamente pericoloso, se lo strumento decide di abbandonare il malcapitato corridore proprio nel momento critico. E’ un marchingegno elettronico, può cadere e danneggiarsi, può scaricarsi, può smettere di funzionare per mille ragioni. E allora, per ben che vada, la corsa è finita, buttata via, perché sfido chiunque non sia del luogo da almeno tre generazioni a capire dove diavolo si debba andare. Se invece va male… meglio non pensarci, ma ci ho pensato a lungo, mentre ero lassù nel nulla.

E il fatto che avessi, come tutti, un apparecchietto legato allo zaino, che permetteva all’organizzazione di conoscere in ogni momento la mia posizione, non mi era di gran conforto, lassù. C’è da dire, il paesaggio, perlomeno per quel che ho potuto vedere, è molto suggestivo per la parte lungo la costa e quasi spettrale, con un fascino sinistro dato forse anche dal cielo plumbeo di questa edizione, quando ci si addentra in territorio sloveno: peccato che la necessità, direi l’obbligo, di tenere gli occhi perennemente incollati allo schermo del GPS faccia perdere buona parte dello spettacolo.

Ma non pensiate che vi stia sconsigliando partecipare all’Ipertrail, anzi. Secondo me, è un’esperienza che vale la pena di essere vissuta, proprio perché scardina e sconvolge le consuetudini ormai consolidate nel mondo trail. Vi costringerà ad assumere un punto di vista completamente diverso dal solito, a cominciare dalla necessità di organizzare la gara nel dettaglio molto prima del via, partendo dal carrello della spesa al supermercato, perché il cibo che troverete alle basi vita sarà soltanto quello che avrete scelto voi. In effetti, per me che adoro i gusti forti, è stato un tripudio di formaggi grassi e maionese, ma anche di torrone Sebaste condiviso con i compagni di viaggio.

Vi farà capire che, per una volta, le ambizioni di classifica andranno sacrificate in nome dell’importanza di viaggiare in compagnia: sbagliare strada sarà un po’ meno probabile e, comunque, un po’ meno preoccupante se l’errore sarà condiviso. E poi, proverete l’emozione di perdervi già a pochi metri dalla linea del via: trovarsi in mezzo a decine di corridori che vagano in mezzo al campo da calcio di Sistiana, senza che nessuno abbia la più pallida idea di come trovare la via d’uscita, finché qualcuno indica una recinzione un po’ più bassa che viene presa d’assalto e scavalcata in massa… L’Ipertrail 2018 ha vinto per distacco il premio per la partenza più divertente che abbia mai vissuto. Partecipate… E poi, per favore, mi racconterete l’altra metà!

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