Rocco Cardamone

Presidente di AIPA,  psicologo dell’alimentazione

Il regime alimentare così come lo conosciamo ai giorni nostri (piramide alimentare e divisione dei pasti) trova la sua origine “moderna” nell’alimentazione imposta, attraverso le varie regole,  dai monaci medievali. Uno dei fenomeni più importanti e pervasivi, spesso sottovalutato, per le implicazioni sull’aspetto culturale e sociale degli attuali popoli europei, è stato ed  è il monachesimo.

Con la disgregazione dell’Impero romano di occidente e la conseguente infiltrazione di nove popolazioni, il  continente si ritrova  frammentato in diverse etnie, lingue, legislazioni, cultura reciprocamente ostili. Il latino parlato da tutti i monaci e la stabilità dei monasteri, forniscono l’unico e il più visibile segno di continuità e unità culturale. Le istituzioni monastiche hanno fondato il loro potere “secolare” sulla rinuncia. In completa rottura con quello ch’è da sempre sono stati i simboli del  potere personale (abiti sfarzosi, denaro, proprietà , ecc).

Eppure ancora oggi storici, antropologi ed economisti sottovalutano pesantemente la rivoluzione introdotta dal monachesimo, in particolare è stato sottovalutato il potere del cibo o meglio della rinuncia ad esso. Se guardiamo a ciò che hanno lasciato scritto, scopriamo che spesso parlavano della gola come la forma principale della lussuria e del digiuno come la più dolorosa delle rinunce.

Teologi e i direttori spirituali,  ricordavano ai penitenti, che il peccato era entrato nel mondo quando Eva mangiava il frutto proibito e allo stesso tempo come il modo più semplice per incontrare Dio fosse attraverso l’atto di mangiare pane azzimo (comunione). In questa visone il cibo è allo stesso tempo male -peccato-  e  bene assoluto -Dio-. A Benedetto non si deve solo l’introduzione della  regola “ora et labora”  – 540 dC – che in breve tempo, ammirata per saggezza, equilibrio e la discrezione, viene adottata da molte istituzioni monastiche; Benedetto norma questa regola, pane e  vino diventano gli alimenti base della dieta insieme a pesce, carni bianche, uova e legumi (un 20% di pesce, uova e formaggio, in un 18% di pane, in un 20% di vino, in un 2% di spezie in un 40% di legumi ed ortaggi o di frutta, ponendo così le  le basi della moderna dieta mediterranea).

Nel contempo orari dei pasti – diversi tra estate e inverno- e periodi di magro e di digiuno erano scanditi dal calendario religioso. A queste regola potevano sottrarsi solo, anziani, fanciulli (seriamo che qualche genitore  impegnato in diete molto restrittive, per motivi etici, tragga ispirazione) ed infermi, per loro vi era un’altra corsia al fine di non limitare i bisogni. Sarebbe riduttivo pensare che queste scelte siano state fatte solo per soddisfare dei bisogni teologici. Le comunità, quasi totalmente autosufficienti, dovevano garantire che i propri membri fossero in forza e salute. Nonostante la medicina e i principali criteri di igiene fossero ancora lontani dalle moderne conoscenze, l’età media di aspettativa di vita era di 45 anni, se si pensa che  nello stesso periodo in Inghilterra era di 33 anni e che durante l’impero romano si scendeva a 22 anni, questo ci fa capirà la portata di questa rivoluzione.

Ad una poco attenta analisi potrebbe sembrare che i risultati si siano ottenuti con l’adozione di una dieta ben bilanciata, questo è vero solo in parte. Moderazione, spariscono i banchetti luculliani e le carni rosse; vengono prediletti i pasti con una o due portate e solo per quanti impegnati in attività più gravose l’abate poteva concede un supplemento . Rispetto degli orari, SB prescrive il pasto principale a sesta e la cena alla sera “Nessuno si permetta di mangiare o di bere qualcosa prima dell’ora stabilita”. Digiuno, il calendario prevedeva numerosi periodi di digiuno e /o di magro. Stagionalità,  il numero dei pasti e gli orari in cui venivano consumati variavano con le stagioni. Queste sono solo alcune delle indicazioni (precetti) principali su cui si è basata questa rivoluzione “copernicana” poco compresa nella sua potenza; In un momento storico in cui i ricchi non avevano limiti e i poveri di che mangiare, moderarsi e digiunare (molti monaci venivano da famiglie benestanti, anche lo stesso Benedetto) era un controsenso per entrambi i ceti sociali citati. Eppure la moderazione e il digiuno, insieme alla meditazione, diventano uno degli esercizi che più di ogni altra cosa rinforzavano lo spirito e la capacità di resistenza delle persone, non a caso molti dei santi medievali, in particolare donne, praticavano il digiuno. Forse prima di cercare conforto e forza in stili di vita orientaleggianti e in diete che scomodano a vario titolo numerose scienze varrebbe la pena di confrontarsi, magari epurato dell’aspetto teologico (per i non credenti), con questa cultura ormai millenaria. Sopratutto per quegli sportivi che cercano sempre il limite delle loro prestazioni.

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