La fascite plantare è un’infiammazione del legamento arcuato (o aponeurosi plantare), cioè la fascia fibrosa che collega il calcagno alle dita del piede. Normalmente il dolore è localizzato nella zona di inserzione prossimale (sul tallone), ma può anche essere dislocato in altri punti della fascia anche in stadio iniziale, per questo la dicitura gergale di “tallonite” non è completamente corretta.

Le cause sono molteplici, le principali sono:

– i traumi ripetuti da impatto nella corsa, soprattutto nel caso di un appoggio di retropiede che portano a una scarsa elasticità del tessuto fasciale;

– il piede cavo combinato con una chiusura eccessivamente stretta della scarpa che tende ad “appiattire” l’arco plantare, soprattutto in presenza di un sottopiede con poco supporto;

– una calzatura troppo stretta come volumi interni in larghezza;

– la debolezza o eccessiva rigidità del Tricipite surale (il polpaccio), cioè quella che, per la mia esperienza, risulta essere la più frequente.

Ritengo invece, a differenza di quello che si trova in letteratura, una non correlazione con la presenza di un piede piatto in quanto il suddetto legamento sarà già allungato e quindi non sollecitabile ulteriormente.

La diagnosi è clinica, normalmente senza necessità di indagini strumentali, in quanto il dolore può essere facilmente evocato con pressioni in punti specifici della pianta del piede.

Il dolore inizialmente è maggiore a riposo (soprattutto dopo alcune ore di inattività come al mattino) e si attenua con l’attività in quanto i tessuti “caldi” risultano più elastici. Successivamente ricompare dopo l’allenamento e poi portare all’invalidità funzionale.

Il trattamento in fase acuta consiste in una diminuzione o sospensione temporanea dell’attività fisica, l’utilizzo del ghiaccio con funzione antinfiammatoria ed eventualmente  terapia farmacologica o fisica (laser, ultrasuoni e onde d’urto).

A differenza di quello che viene spesso consigliato, ritengo errato, addirittura controproducente, lo stretching della fascia plantare e l’utilizzo di stampelle per scaricare il piede, poiché si otterrebbe un accorciamento del polpaccio con conseguente aumento della sollecitazione nel momento del ritorno al cammino.

Successivamente il trattamento dipendente dalla causa di ogni singolo caso, quindi sostituzione della scarpa o del plantare, trattamento decontratturante e successivo lavoro di stretching e rinforzo muscolare del polpaccio e del tibiale anteriore, recupero della funzionalità naturale del piede, miglioramento della fase di appoggio e di spinta nella corsa.

Le tempistiche di guarigione variano sensibilmente, da pochi giorni a molti mesi, e dipendono dallo stadio infiammatorio raggiunto, per questo è necessaria una diagnosi precoce per evitare un allungamento dei tempi di recupero o la necessità di ricorrere a terapie invasive (infiltrative e chirurgiche).

Lascia un commento

avatar
2000
Foto e Video