Quella che segue è una riflessione su l’atletica ed il professionismo, nata dopo aver letto su un social newtork, lo sfogo di un atleta in seguito alla sua partecipazione ad una gara, sfogo in cui esternava il proprio sdegno per il mondo di cui fa parte, in cui si stanno verificando comportamenti appartenenti più al mondo del professionismo, che non a quelli dell’atletica amatoriale, nel senso più nobile.

Perché un atleta costruisce la sua propria identità grazie a quella che possiamo chiamare una vera e propria “fede” in degli ideali, che costituiscono il fondamento della sua etica. Che è differente da quella dello sportivo professionista.

Cerchiamo quindi di capire qual è questa etica, e  che cos’è un atleta, per capire se c’è una differenza tra l’etica dell’atletica e quella del  professionismo. E per capire cos’è un atleta,  userò una ricostruzione storica verosimile, quale che ci è arrivata “popolarmente”, magari differente dalla realtà storica che si può trovare scavando nei libri; ma proprio in quanto narrazione, in quanto racconto, favola, mito, leggenda, ha svolto e svolge una funzione creatrice di una visione del mondo fatta di ideali, valori, scopi. Una…. Fede.

L’etica

L’etica è sia un insieme di valori e norme che compongono il criterio che permette all’uomo di giudicare i comportamenti, propri e altrui, rispetto al bene e al male, e di regolare quindi il proprio comportamento in relazione agli altri.

 

L’atletica ed il “mito” dell’atleta

L’atletica è una attività sportiva, che comprende diverse discipline. Ma può essere considerata anche come un vero e proprio comportamento, come un modo di essere, di concepire se stessi ed il mondo.

L’atleta come lottatore

Atleta, come si può comprendere da una analisi etimologica del termine greco, deriva dalla parola “athlos” , ovvero “lotta”: l’atleta è colui che lotta.

La lotta è il fondamento dell’atletica, non in quanto disciplina sportiva, ma in quanto principio che spinge l’atleta a confrontarsi, misurarsi con altri atleti. E ancor di più, a sfidarsi, a misurarsi con se stesso quotidianamente, per migliorarsi.

L’atleta come gentleman

Nell’epoca moderna, a partire dal 1800, lo sport e la figura dell’atleta vengono rilanciati dai britannici.  Lo sport veniva praticato a livello amatoriale da persone nobili, o comunque appartenenti alle classi agiate.

Per tali attività non si riceveva un compenso, se non il premio finale, che non era monetario, ma simbolico.

L’atleta è visto come un gentleman, in due accezioni. Il termine “gentleman” deriva dal latino “gentilis”, che sta ad indicare persona di buona famiglia, ben educata. Termine, che nella sua radice, è strettamente connessa al termine generoso, che deriva dal latino “generosus”, nobile per nascita. Per lungo tempo, le più alte virtù umana erano associate alla nobiltà di sangue, per cui chi nasceva nobile era superiore agli altri, più virtuoso. Beh, non era certo così… Col tempo il significato del termine ha perso questa sua connotazione, andando ad indicare una persona che dona, ma ancor più, una persona che non si risparmia.

Per questo la figura del gentleman si è accostata ancor più a quella dell’atleta: entrambi sono persone che non si risparmiano.

L’atleta come cavaliere

Essere un atleta, essere un gentleman, significava aderire ad un insieme di valori comuni, di tipo quasi cavalleresco. Tra questi, il comportarsi lealmente, onestamente verso gli altri atleti. Ma è un principio che vale molto anche verso se stessi: se non si è onesti verso se stessi, se si mente a se stessi sulle proprie capacità, se ci si crede superiori a quanto si è ed agli altri, si rischia di essere sconfitti. Ed il miglioramento, il successo, deve essere perseguito solo con l’uso delle proprie forze, tramite il lavoro su se stessi (allenamento fisico e mentale) senza l’uso di scorrettezze né tanto meno l’ausilio di sostanze.

Questa la figura ideale di Atleta come ci è arrivata, o come vogliamo credere che debba essere. Figura che ispira molti, come modo di essere, pensare, relazionarsi al mondo: un uomo che lotta contro se stesso, i propri limiti, per superarsi.

 

… ed il Professionismo.

Con l’era del professionismo, le cose cambiano un po’. Un bel po’.

Nel 20° secolo le condizioni economiche hanno permesso un livello di benessere superiore, e più persone hanno avuto la possibilità di praticare, e seguire lo sport. Lo sport non è più una attività praticata dalla nobiltà sociale, ma una attività popolare, e diventa una forma di rivalsa sociale e di intrattenimento. Lo sport diventa un business, ed anche l’atleta, motore di questo business, vuole trarne profitto. Si fa pagare. Lo sport diventa un “lavoro”, l’atleta uno sportivo professionista. Che, in quanto tale, inserito nel contesto di un’economia produttiva che giustifica il successo ad ogni costo, è spinto – e molto spesso da altri –  a pratiche come l’assunzione di sostanze dopanti, per migliorare le proprie capacità e raggiungere un determinato livello di prestazioni che gli permettano di perseguire un obiettivo che altrimenti non era di facile raggiungimento contando solo sulle proprie forze; o semplicemente usando sostanze analgesiche, o altre pratiche mediche, per potersi allenare e gareggiare – svolgere il proprio lavoro – anche quando non è in piena condizione di farlo. Nell’etica dell’atleta professionista c’è spazio  per queste “sospensioni” morali, in merito a certe pratiche che possono essere considerate un “imbroglio” agli altri, ma soprattutto a se stessi, considerando quel principio etico che sta alla base del concetto di atleta.

Riflessione:

 

Comparata alla figura ideale dell’Atleta,

colui che lotta contro se stesso usando le sole proprie forze,

può la figura dello sportivo professionista

considerarsi ancora un Atleta?

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