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La corsa in salita è un allenamento che può essere eseguito con l’obiettivo di migliorare la forza muscolare e la resistenza, al fine di aumentare la performance della corsa in piano.

Ma cosa accade al nostro fisico quando corriamo in salita? Quali sono le parti del corpo che vengono sottoposte a maggiore sforzo? Quali sono le tecniche per praticarla correttamente?

A tutte queste domande risponde il Dottor Emanuele Botti, osteopata e fisioterapista con alle spalle una lunga collaborazione con la Nazionale Italiana di Atletica Leggera.

Quando si corre in salita – suggerisce l’esperto – sono due gli aspetti da considerare: che cosa succede al corpo dal punto di vista metabolico e dal punto di vista dell’apparato muscolo-scheletrico.

Se nella corsa in piano l’atleta ad ogni passo ha una fase passiva di volo con ricaduta verso il basso, durante il running in salita il baricentro viene spinto maggiormente verso l’alto, riducendo quindi questa fase e provocando uno spreco di energia maggiore. Questo avviene perché, a parità di velocità, le pulsazioni del cuore aumentano per maggior richiesta energetica.

Il muscolo – invece – viene sottoposto a un’elevata fase contrattile, andando così a produrre più acido lattico, ossia la sostanza che l’organismo rilascia quando non riesce più a far funzionare il muscolo utilizzando solo l’ossigeno e ha quindi bisogno del supporto di un meccanismo anaerobico. L’acido lattico è la principale scoria del metabolismo muscolare in regime di anaerobiosi e si accumula così nel muscolo, comportando un aumento di fatica e della tossicità: abituare il corpo a lavorare in tale condizione può risultare decisamente allenante, in particolare per la parte finale delle competizioni in cui tutti i parametri di aerobiosi vengono a saltare per il massimo sforzo richiesto.

La parte del corpo sottoposta a maggiori sollecitazioni è sicuramente l’apparato muscolare dell’arto inferiore (in particolare quadricipite, polpaccio, glutei e le inserzioni di questi muscoli, come il tendine d’achille e rotuleo), mentre, al contrario, le articolazioni (anca, ginocchio, caviglia) e la colonna vertebrale sono soggette a minori sollecitazioni poiché, non essendo presente una fase di caduta dall’alto, l’ammortizzazione risulta ridotta.

Volendo quindi evidenziare i vantaggi del running in salita questi riguardano gli aspetti fortemente allenanti, sebbene il rischio è che il movimento – se non eseguito in maniera corretta – si allontani dal gesto biomeccanico della corsa, permettendo solamente di avanzare in salita.

Alcuni consigli per praticare correttamente la corsa in salita: lavorare sul metabolismo per sopportare una condizione di allenamento in cui le pulsazioni aumentano e in cui si entra in un ciclo anaerobico con conseguente maggiore spreco di energia e scegliere salite non troppo pendenti affinché il movimento non si discosti troppo dal gesto della corsa.

In questo contesto l’osteopatia può intervenire in maniera preventiva, andando ad agire sugli aspetti metabolici per garantire che il corpo si trovi nelle condizioni migliori per espellere le tossicità e assicurandosi che il muscolo e i distretti interessati siano abbastanza efficienti per eseguire lo sforzo nel miglior modo possibile.